Interview – Flaminia

Il titolo “Al Porto” suggerisce un luogo simbolico, un punto di ritorno, ma anche una soglia tra ciò che resta e ciò che riparte. Flaminia, con il suo album di debutto uscito lo scorso 21 novembre, usa questa immagine per raccontare un viaggio interiore fatto di approdi fragili e partenze necessarie. Nel disco convivono tensione e accoglienza, dolore e riconciliazione, in un equilibrio che sembra respirare con chi ascolta. Le sonorità elettroniche si intrecciano a suggestioni più intime, creando un paesaggio sonoro che evoca spazi aperti e introspezione. “Al Porto” diventa così un luogo da abitare e da cui ripartire.

Il porto è diventato la metafora centrale del tuo debutto. Perché questa scelta?

Il porto, per me, non è solo un luogo di transito: è una casa, un punto in cui tornare ogni volta che ci si perde un po’.
È il luogo dove la distanza smette di fare paura e diventa occasione per ritrovare la parte più autentica di noi stessi.
Mentre scrivevo questo disco mi sono resa conto che ogni brano era un ritorno, un approdo, un gesto di cura verso quella me che avevo lasciato indietro lungo il cammino.

Nel porto ci si ferma, si osserva, si accoglie ciò che si è raccolto lungo il viaggio. È uno spazio di riconciliazione, un promemoria emotivo.
Ecco perché è diventato la metafora centrale del disco: rappresenta quel luogo interiore in cui posso riconoscermi, anche quando tutto intorno cambia forma.

Qual è il rapporto tra viaggio geografico e viaggio interiore nel tuo percorso artistico?

Per me ogni viaggio esterno è sempre stato un movimento interno. Ma in questo lavoro ho capito qualcosa in più: non si tratta solo di andare, ma anche di tornare.
Tornare ai propri ricordi, alle proprie fragilità, alle persone che ci hanno attraversato.

Ho concepito il disco come una raccolta di lettere proprio per questo motivo: la lettera custodisce un valore che oggi rischiamo di dimenticare.
Una lettera ti riporta all’essenza, ti ricorda chi sei anche quando lo vorresti scordare.
E spesso, nella vita, ci allontaniamo da noi stessi per protezione, per paura o per nostalgia.
Il viaggio interiore, allora, diventa quel filo sottile che ci riporta indietro, che riannoda le parti sparse, che ci rimette nella nostra direzione.

La traccia più significativa del disco è “Nuvole Distanti”. Che cosa rappresenta per te questo brano?

“Nuvole Distanti” è il brano in cui ho lasciato andare più difese. È nato in un momento di sospensione, quando mi sembrava che tutto ciò che desideravo fosse vicino e lontano allo stesso tempo — come le nuvole che sembrano a un passo, ma non puoi toccarle.

È una canzone che parla di attesa, di fragilità e di quell’incertezza che spesso accompagna i cambiamenti importanti.

Rappresenta il cuore emotivo del disco perché racchiude il suo tema principale: accettare la distanza come parte del cammino, senza forzarla a diventare subito arrivo.

Come hai lavorato per far convivere elettronica, minimalismo e suggestioni dream-pop in un un unico immaginario coerente?

È stato un lavoro di sottrazione più che di aggiunta. Ho cercato di far dialogare la parte elettronica con un minimalismo emotivo che desse spazio ai silenzi, ai respiri, ai dettagli.

Le suggestioni dream-pop sono entrate naturalmente: volevamo che il suono avesse la leggerezza dell’acqua e la morbidezza della distanza, come se le canzoni fossero viste attraverso una foschia luminosa.

L’obiettivo era creare un ambiente sonoro che non imponesse qualcosa all’ascoltatore, ma lo accompagnasse.

In che modo pensi che lavorare a questo disco ti abbia arricchita?

Mi ha insegnato a fidarmi dei passaggi lenti. A non forzare la chiusura di un cerchio solo perché sembra arrivato “il momento giusto”.

Scrivere queste canzoni è stato come imparare a restare su una banchina anche quando il mare è agitato, a osservare ciò che arriva e ciò che parte senza giudicarlo.

Mi ha arricchita perché mi ha dato una nuova onestà creativa: ho smesso di cercare la perfezione e ho iniziato a cercare la sincerità.

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