Libri: Linda Stoppazzola – La Frequenza Del Disagio

Cosa c’entra con Indie-Roccia un libro in cui si parla di album dei Joy Division, dei Nirvana e degli Strokes? C’entra eccome, e non solo perché a questi dischi si alternano capitoli sul repertorio di Litfiba, Afterhours e Verdena, ma soprattutto perché le trattazioni singole sono accomunate da un forte e coerente filo logico volto a mostrare a chi legge che quando si parla di emotività e sensazioni forti che provengono direttamente dalla vita che facciamo, non esistono differenze legate ai luoghi geografici. Si può stare bene, o male, nello stesso modo a Seattle, come a Londra, come a Cuneo o Pordenone, un po’ perché la vita nella civiltà occidentale ha più punti in comune di quanto siamo portati a credere, un po’ perché certi eventi a livello globale hanno avuto e possono vere una portata tale da estendere la propria influenza su tutta l’Europa e il Nord America.

Linda Stoppazzola è una trentaduenne veronese al debutto letterario e, nel mare magnum della saggistica musicale contemporanea, ha avuto il grande merito di trovare una prospettiva in grado di attirare l’attenzione di ogni vero appassionato e di metterla a fuoco con una lucidità davvero notevole. Ciò vale anche per uno come me che ha dato scarsa o nulla attenzione ad alcune delle band qui presenti, come i Korn, i Linkin Park o i System Of A Down, e dal lato italiano i Linea 77, gente di cui conosco alcune canzoni solo perché è impossibile non farlo ma che non ho mai approfondito perché il mio percorso musicale è, semplicemente, stato diverso, ovvero improntato al britpop negli anni Novanta e a tutta l’ondata indie-rock del decennio successivo.

Mettere in relazione una certa tipologia di stati mentali con le caratteristiche del posto in cui si vive, infatti, è un’idea che necessariamente mette curiosità a chi la musica la vive come un aspetto importante, che influenza e viene influenzato dal nostro umore e dalla nostra personalità e ci indirizza nello scegliere le persone che vogliamo al nostro fianco e di cui vogliamo circondarci. Che poi la frequenza con cui entriamo in connessione in tutto questo processo sia quella del disagio menzionata nel titolo o sia di un altro tipo, poco importa, perché l’importante è rendersi conto che la musica che rimane nel tempo è solo e soltanto quella che mette assieme, appunto, il luogo da cui si proviene e le sensazioni che esso ti dà, perché solo così si crea il legame emotivo con chi ascolta, quello che porta la musica a essere parte non solo del tempo libero degli appassionati, ma della loro stessa vita.

Leggere questo libro è importante per fare chiarezza su una serie di questioni che magari abbiamo sempre evitato di porci direttamente, ma che sono sempre lì in sottofondo. Ad esempio, io mi sono reso conto perché ci fosse una certa disparità tra i miei gusti relativi agli ascolti internazionali e quelli italiani, nel senso che se apprezzi gli After o i Marlene o i Verdena ci si aspetta che tu sia fan dei Sonic Youth, o dei Nine Inch Nails, o dei Motorpsycho, e, invece, non era il mio caso. La verità è che Agnelli, Godano, Ferrari e i loro sodali hanno preso solo spunto dai loro modelli per esprimere un’emotività strettamente legata al nostro Paese, e questa lettura mette giù i fatti con una messa a fuoco inattaccabile e chiarificatrice.

Quindi, ovviamente, i tanti snob che popolavano le discussioni musicali di casa nostra in quel periodo e che trattavano queste band come dei meri cloni senza personalità (e se c’eravate, lo sapete anche voi che erano tanti e insistenti), non ci avevano proprio capito niente e, oggi, noi che, invece, eravamo saliti su questi carri, possiamo dire di averlo fatto a ragion veduta anche grazie alle argomentazioni espresse in queste pagine. Non che ognuno debba giustificare i propri gusti e le proprie sensazioni a chicchessia, però avere delle basi in più per portare avanti un’argomentazione è sempre molto gradito. Se volete averle anche voi, acquistate questo libro, pubblicato autonomamente, e le troverete, al netto di una lieve ingenuità da debuttante per via dell’eccessivo affidarsi a una certa modalità nell’introdurre i vari capitoli, che noterete. È una piccolissima imperfezione che si perdona volentieri, visti i punti di forza del libro, e poi anche i nostri dischi preferiti non sono certo perfetti tecnicamente, no? Noi li amiamo perché si sono connessi alla nostra personalità e ci hanno lasciato qualcosa, e, fidatevi, anche questo libro lo fa.

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