Alberto Moscone – rumore di fondo

Esiste un rumore di fondo che accompagna ogni persona durante tutta la vita. Pensieri, ansie, paure, desideri e sentimenti si sovrappongono, si confondono, cambiano volume, senza mai scomparire davvero. È dentro questo paesaggio interiore che prende forma “rumore di fondo”, il nuovo LP di Alberto Moscone, artista romano cresciuto a Genova, che raccoglie frammenti di vita e li trasforma nel racconto di una persona alla ricerca, spesso faticosa, di un posto nel mondo.
Il rumore del titolo non arriva dall’esterno: è ciò che rimane quando tutto il resto si fa silenzioso. È la somma delle esperienze, dei ricordi e delle domande che contribuiscono a costruire un’identità, anche quando sembrano soltanto ostacolarla. Al centro del disco c’è così la ricerca di una propria “America”, non un luogo da raggiungere, ma l’idea di una felicità possibile, di una forma di successo e realizzazione in cui finalmente sentirsi arrivati.
Ma cosa succede quando, per qualcun altro, siamo noi a rappresentare quella promessa? «Io ero la tua America» ribalta la prospettiva e trasforma il protagonista da cercatore a oggetto del desiderio altrui. Dietro l’immagine che mostriamo può nascondersi una realtà molto diversa, fatta di fragilità e insicurezze che gli altri non riescono a vedere.
Il passato torna allora a occupare spazio. Ci sono persone che continuano a esistere anche quando una relazione è finita, presenze che il tempo non riesce a rendere davvero lontane. Il ricordo resta vivo, mentre il rapporto si congela, e l’altro finisce per diventare parte di quel luogo emotivo che si continua a cercare: una “America” fatta anche di legami, di accoglienza, della possibilità di sentirsi finalmente al sicuro da qualche parte. Eppure nemmeno essere circondati dagli altri garantisce di sentirsi meno soli. La pressione di dover essere all’altezza, l’ansia sociale e il confronto continuo con le vite degli altri trovano nei social network un amplificatore quotidiano. Nel giorno che dovrebbe celebrare la propria presenza nel mondo, può emergere invece la sensazione opposta: quella di non riuscire più a ritrovare sé stessi dentro il rumore di tutto ciò che ci circonda. L’amore può offrire un riparo, ma non può diventare una soluzione. Nessun altro può fare al posto nostro il lavoro necessario per capire chi siamo. È una consapevolezza difficile, soprattutto quando si vorrebbe che qualcuno riuscisse semplicemente a salvarci da noi stessi. Ma alcune ferite non possono essere affidate a un’altra persona. E quando arriva il momento di provare a raccontarle, emerge un’altra difficoltà: le parole non sempre sono capaci di contenere ciò che sentiamo. «Aveva un senso, poi però l’ho detto male» racchiude forse uno dei nodi più profondi del disco. Non è necessariamente l’assenza di qualcosa da dire il problema, ma l’incapacità di trovare la forma giusta per dirlo. Il sentimento esiste, ma nel momento in cui diventa linguaggio rischia di perdersi, deformarsi, arrivare all’altro nel modo sbagliato.
Da qui la crescita diventa inevitabile. Cambiare forma, attraversare le proprie paure, entrare nell’età adulta senza smarrire ciò che si è stati. È un passaggio tutt’altro che lineare, fatto di trasformazioni e domande a cui non sempre segue una risposta. Crescere, in fondo, non significa eliminare il rumore, ma imparare a riconoscere le voci che lo compongono.
“rumore di fondo” è un lavoro profondamente introspettivo, in cui Alberto Moscone trasforma esperienze personali e inquietudini quotidiane in un racconto più ampio. La scrittura mantiene una dimensione intima senza chiudersi nell’autobiografia, mentre musica e parole procedono insieme costruendo un unico paesaggio emotivo. Alla fine, quella “America” tanto cercata non sembra essere un punto d’arrivo. E forse nemmeno il rumore deve necessariamente essere messo a tacere. Può essere ascoltato, attraversato, persino trasformato. Perché conoscere sé stessi potrebbe significare proprio questo: smettere di cercare un luogo in cui finalmente non sentire più nulla e imparare, invece, a riconoscere la propria voce dentro tutto quel rumore.

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