MoMa – A Bitter Flame

Disillusione, perdita di punti di riferimento, alienazione, consumo, manipolazione e ricerca di una via d’uscita. Sono questi alcuni dei temi più attuali raccontati in “A Bitter Flame”, il nuovo LP dei Moma, gruppo attivo da oltre quindici anni sulla scena alt-rock indipendente italiana. Ancora una volta, la band affronta attraverso la musica questioni profonde e contemporanee, osservandole da prospettive diverse: politiche, sociali, sentimentali e psicologiche. Dietro tutte queste sfumature, però, sembra esserci una domanda comune: come si fa a rimanere liberi e autentici in un mondo che continuamente ci dice cosa desiderare e chi essere?
“Courageous Time” introduce subito una delle inquietudini fondamentali del disco: la difficoltà di immaginare il futuro. La sfera di cristallo è piena di nebbia e ciò che dovrebbe indicare una direzione restituisce soltanto incertezza. Da qui il viaggio prosegue con “Disillusioned Days”, dove il discorso si fa più concreto e prende le forme di una società fondata sul desiderio di possedere sempre qualcosa in più. “The ‘wanting more’ philosophy” diventa quasi una formula-manifesto: volere ancora, avere ancora, consumare ancora, in un movimento che sembra non prevedere una destinazione.
Con “Faces” lo sguardo si sposta dalla collettività all’individuo. Le contraddizioni del mondo esterno finiscono per penetrare nella dimensione personale, fino a trasformarsi in un crollo emotivo. Poi arriva “Follow”: seguire, ma seguire chi? Una persona, un’idea, una direzione? Il brano lascia la domanda sospesa, come se la necessità di andare avanti fosse diventata più forte della capacità di scegliere dove andare. La stessa sensazione prende una forma ancora più concreta in “Mystery Train”, dove il viaggio diventa metafora di un’esistenza in movimento verso una destinazione sconosciuta. Il treno corre, ma non è detto che chi è a bordo sappia davvero dove stia andando. E forse è proprio qui che emerge uno dei fili più profondi dell’album: la distanza tra il movimento e la possibilità di scegliere la propria direzione. Non tutti, però, hanno nemmeno la possibilità di salire su quel treno. C’è chi viene escluso dal sistema, chi diventa invisibile, chi finisce ai margini mentre tutto intorno continua ad accelerare. La società produce, consuma e corre, ma nel farlo lascia indietro chi non riesce più nemmeno a essere visto. In “Paper Love” la marginalità e l’umiliazione diventano quasi fisiche, fino a trasformarsi in rabbia. Una rabbia che ritorna in “If You Got Mad”, ma che questa volta punta anche verso l’interno. Non si tratta soltanto di capire cosa ci fa arrabbiare, ma di interrogarsi su cosa accade quando lasciamo che sia la rabbia a guidarci. È un altro modo in cui il disco torna a mettere in discussione la nostra capacità di scegliere, di reagire, di mantenere il controllo. Lo stesso tema attraversa “Right and Wrong” e “Suspicious Mind”, dove il conflitto ideologico e relazionale si intreccia alla manipolazione e alla ricerca della verità. Diventa sempre più difficile comunicare, fidarsi, distinguere ciò che pensiamo davvero da ciò che ci viene suggerito, imposto o fatto desiderare. E allora il controllo appare come la parola capace di tenere insieme le diverse anime di “A Bitter Flame”. Il desiderio non è completamente nelle nostre mani, così come il dolore, la rabbia, le relazioni e persino la direzione che scegliamo di prendere. Siamo davvero noi a decidere? Quanto delle nostre scelte ci appartiene e quanto, invece, è il risultato di qualcosa che è avvenuto prima di noi e intorno a noi?
Pur parlando di un presente profondamente contemporaneo, “A Bitter Flame” porta con sé anche atmosfere che sembrano provenire da un immaginario più ampio e stratificato. Nelle zone più cupe del disco, nell’alienazione e nella sensazione di smarrimento, si possono percepire echi del mood di “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd, soprattutto nella capacità di trasformare una condizione individuale in una riflessione più universale.
Forse è proprio questa la natura della “bitter flame”, quella fiamma amara che dà il titolo all’album: una forza capace di tenerci vivi e, nello stesso tempo, di consumarci. Il desiderio, l’amore, la rabbia, l’ambizione, la voglia di cambiare. Energie che possono spingerci avanti oppure diventare distruttive quando smettiamo di governarle.
Alla fine, il disco non offre una risposta definitiva. Ci lascia ancora dentro quel “Mystery Train”, in movimento, sospesi tra una destinazione che non conosciamo e la consapevolezza di non voler più viaggiare senza scegliere. Forse la possibilità di salvezza non sta nel trovare subito la strada giusta, ma nel momento in cui smettiamo di considerarci semplici passeggeri e proviamo, almeno una volta, a prendere in mano il viaggio.

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