Intervista: Reel Tape
I Reel Tape gruppo con base a Firenze ma dal suono inglese ha esordito con il primo interessantissimo album Fences.
Ci siamo fatti raccontare come è nato e quali idee sono nascoste nelle 12 tracce che lo compongono.
IR: Ricordo che anni fa a Firenze ci fu un concerto di Leonard Cohen, un amico mi disse che la quasi totalità dei presenti era inglese/americana, una comunità ampia, residente nella città : questo vi ha aiutato al ritorno da Londra? Che ‘terreno’ avete trovato?
RT: Effettivamente c’è una importante comunità inglese/americana a Firenze, in parte anche legata ad alcune università private: sicuramente un elemento positivo anche dal punto di vista culturale, ma si tratta spesso di gruppi piuttosto chiusi, con cui non è immediato venire a contatto.
In ogni caso anche per chi ha passato più tempo in UK (Lorenzo Franci soprattutto), Firenze è e resta “casa”.
IR: Mi ha colpito la storia che c’è dietro a Fake bloom, come siete venuti in contatto con Murray Bookchin e il suo vissuto?
RT: Abbiamo scoperto Bookchin e le sue teorie dell’ecologia sociale grazie al nostro bassista Lorenzo Nofroni, che ne era già accanito lettore, e al nostro comune impegno in campo ambientalista.
Si tratta di un personaggio straordinario, che è stato operaio, filosofo, anarchico, storico ambientalista, ed ha ispirato a partire da Ocalan l’utopia curda del Rojava.
Il suo punto di vista lucidissimo, che relaziona strettamente il rapporto dell’uomo con ambiente e risorse, con la struttura stessa della società e del rapporto tra gli uomini, ci ha portato a inserire direttamente i suoi campioni vocali nel brano, per parlare di crisi climatica e non solo.
IR: Il brano Brexit: io ero per caso a Londra il giorno del voto, ho visto molta gente preoccupata, compresa la signora che mi ospitava, come l’avete vissuto?
RT: La struttura di Brexit è stata scritta proprio a Londra da Lorenzo Franci e dall’amico e musicista inglese Keith Turner. Il voto sulla Brexit è stato un shock per tutti noi, in particolare per Lorenzo e la sua compagna inglese Catherine. Una sorta di frattura inaspettata in una dimensione, quella europea, che per molti della nostra generazione rappresenta una comunità ideale e culturale ben oltre i confini linguistici e nazionali. Certamente un brusco risveglio, seguito poi da altre manifestazioni dell’ondata “sovranista” che non ha forse ancora finito di seminare rancori e divisioni.
Anche qui gli spezzoni di testimonianze dirette e proclami politici (per lo più inquietanti), sono stati inseriti direttamente nel brano come uno schiaffo che riporta immediatamente l’attenzione a quei momenti e alle loro conseguenze.
IR: Il vostro genere sconfina in vari generi: avete dei riferimenti intorno a cui ruotate?
RT: I nostri singoli background musicali sono abbastanza diversi, ognuno di noi arriva da esperienze musicali in generi differenti, e questa è un po’ la forza dell’album: mi viene a mente la metafora del tendone da circo, in cui ognuno tira in una direzione diversa e questo sforzo apparentemente disarticolato permette però poi di alzare il tendone… In parte noi funzioniamo proprio così, armonizzando le nostre differenze. Le 12 tracce passano attraverso atmosfere molto differenti, talvolta anche all’interno dello stesso brano, come una sorta di viaggio emotivo tra alt-rock, dream-pop, psichedelia, funk, post-rock.
Ci sono però certamente delle influenze alla base della composizione: in primis i Public Service Broadcasting, per l’uso sapiente dei campioni, e poi Radiohead e R.E.M., ma anche Smashing Pumpkins, Mogwai, David Bowie, Kurt Vile, Suede, Cocteau Twins, The Horrors, Wilco, Sparklehorse…
IR: Cantare in Italia in inglese è una scelta non sempre premiante, anzi spesso preclude molte strade, ci avete pensato?
RT: In realtà l’album è volutamente una babele linguistica, proprio perché si incentra sul tema delle barriere e dei confini: molti testi sono in inglese (e come avrebbe potuto essere diversamente, ad esempio per “Brexit” o “The Fence”, sul muro USA-Messico?), ma due brani, “NOF4” e “L’Ora Esatta”, hanno testi in italiano. I campioni poi, a seconda del tema trattato, sono anche in spagnolo, russo, islandese e giapponese. La scelta della lingua ha poi molto a che fare anche con le sonorità, per noi le parole contano per i suoni che evocano quasi quanto per il loro stesso significato.
Se fossimo partiti da un obiettivo commerciale (legittimo, beninteso), avremmo dovuto probabilmente creare un lavoro diverso, dettato dai trend del momento. Ma sarebbe stato francamente poco autentico. Credo si riesca invece a dare il meglio solo partendo dalle proprie radici e passioni musicali, pur con sonorità attuali, e il risultato onestamente ci soddisfa molto, anche grazie allo straordinario lavoro di produzione di Matteo Magrini.
IR: I frammenti vocali, i tagli il mix con la voce, da dove arriva questa idea?
RT: L’idea nasce dal desiderio di comunicare in modo diretto, persino a tratti un po’ “aggressivo”, e da un fulminante concerto dei Public Service Broadcasting a Londra a cui abbiamo assistito poco prima della fondazione della band.
Spesso siamo partiti proprio dai campioni vocali come estratti presi dalla realtà e dall’attualità e inseriti nei brani, una specie di istantanea (s)oggetiva. I testi nascono come conseguenza, come una trama emotiva che riflette l’eco delle sensazioni, inquietudini e suggestioni impresse dai campioni stessi.
IR: Domanda da amante dei gadget/feticci: prevedete una stampa in cassetta (visto anche il vostro nome) dell’album?
RT: Ci stiamo pensando davvero, anche perché c’è un certo ritorno a questo formato, che in molte persone richiama lontani ricordi e nostalgie… Sarebbe poi effettivamente perfetto per il nome, anche se lo stesso formato che abbiamo pensato per il CD, con singoli cartoncini con un’immagine e una grafica dedicata per ogni brano – richiamando un po’ il bellissimo “No Code” dei Pearl Jam – rende forse ancor più giustizia al disco.
IR: Avete in previsione live? Terrete la stessa formazione?
RT: Sì, li stiamo programmando proprio in questi giorni, e presto saranno pubblicate le prime date sui nostri canali social che vi invitiamo a seguire (Facebook, Instagram e Twitter).
La formazione ha subito da pochi mesi una sostituzione difficile e importante, il chitarrista e fondatore Lorenzo Franci – con cui il rapporto di amicizia resta profondo e inalterato – ha lasciato il gruppo per motivi personali. Il nuovo chitarrista è Lorenzo Lazzaro, che si sta integrando rapidamente nel modo migliore. La coincidenza del nome “Lorenzo” (in 4 su 5 ci chiamiamo così, anche dopo il cambio di formazione) continua ad inseguirci come una sorta di marchio di fabbrica.

