Intervista: Luca Longobardi

Sperimentazione e tradizione, Luca Longobardi è questo e altro. Ci siamo fatti raccontare cosa lo ha spinto a comporre A Christmas Gift, raccolta di brani tradizionali rivisti e corretti.

IR: A Christmas Gift nasce nell’estate del 2025, lontano dal periodo natalizio: che tipo di riflessione ti ha portato a immaginare il Natale come uno stato d’animo più che come una ricorrenza?

LL: L’estate è una stagione in cui il tempo sembra dilatarsi, ma è anche un periodo che non sento profondamente mio. Il caos delle vacanze, l’idea di dover riempire il tempo libero in modo spesso frenetico, è qualcosa da cui negli anni ho presto le distante. Proprio questo contrasto mi ha permesso di riflettere sul Natale come su una condizione interiore, più che su una ricorrenza. Pensarlo lontano dal calendario mi ha aiutato a immaginarlo come uno spazio mentale fatto di sospensione, ascolto e intimità. A Christmas Gift nasce da questa esigenza: ritrovare una qualità del tempo che spesso manca proprio quando dovrebbe essere più presente.

IR: Hai descritto l’EP come un “regalo sonoro” realizzato con la cura di un dono fatto a mano. In che modo questo approccio ha influenzato le scelte compositive e gli arrangiamenti dei brani?

LL: L’idea non ha cambiato radicalmente il mio modo di comporre, ma ha inciso profondamente sull’intenzione con cui ho scritto questo EP. Arriviamo da un anno complesso, segnato da conflitti, genocidi e una messa in discussione della libertà di pensiero che mi preoccupa molto. Quella che avverto come una fragilità diffusa ha reso evidente il desiderio di creare, anche solo simbolicamente, un momento sincero di pace.
Da qui la scelta di un linguaggio essenziale, privo di sovrastrutture, in cui ogni nota fosse necessaria. Gli arrangiamenti sono ridotti all’osso per lasciare spazio a un gesto autentico, come quello di un dono fatto a mano: semplice, ma carico di significato.

IR: Nel disco dialogano due pianoforti molto diversi: uno Yamaha C5 restaurato e uno Scholze verticale del 1980. Che cosa rappresentano simbolicamente per te e come hanno guidato l’atmosfera dell’EP?

LL: I due pianoforti diventano le due voci attraverso cui questo racconto prende forma. Lo Scholze verticale del 1980 ha un carattere intimo e fragile, una voce che invita alla prossimità. Lo Yamaha C5 restaurato, invece, apre lo spazio e ha un respiro più ampio, più cinematografico. Il dialogo tra questi strumenti guida l’atmosfera dell’EP, muovendosi continuamente tra raccoglimento e apertura, tra interiorità e narrazione.

IR: Registrare A Christmas Gift nel tuo nuovo studio romano è stato un atto di auto-riflessione. Cosa hai scoperto di te stesso e della tua musica durante questo processo?

LL: È stato un processo di ascolto profondo, ma anche una sfida. L’ambiente era completamente nuovo: ho dovuto quindi tendere l’orecchio per comprendere come i pianoforti reagissero a un’acustica che non conoscevo. Due pianoforti molto diversi tra loro, uno sul quale registro da anni e uno sul quale non ho mai registrato, entrambi in uno spazio non ancora familiare: un equilibrio tutto da costruire. A questo si è aggiunto il lavoro con il coro di Teenage Engineering: piccoli cantori in legno con speaker digitali controllati via MIDI. Un elemento giocoso, con una leggerezza ironica all’interno dell’album, ma anche uno strumento complesso da gestire. Ho arrangiato per coro e doppio coro come se fossero voci reali, perché volevo che la scrittura restasse autentica anche in un contesto digitale. È stato un lavoro molto intenso che ha assorbito le energie che in genere impiego per un album non per un Ep. Ma sono felice che ora sia condiviso.

IR: Guardando alla tua carriera, dalle colonne sonore ai grandi progetti immersivi come Immersive Van Gogh, in che modo A Christmas Gift rappresenta un punto di svolta o una pausa necessaria nel tuo percorso artistico?

LL: Rappresenta più una pausa necessaria che un punto di svolta. I grandi progetti immersivi richiedono una visione ampia, una forte componente narrativa multimediale e un dialogo costante con immagini e spazio. Qui, invece, l’esigenza era opposta: tornare a una dimensione raccolta, quasi privata. Un rallentamento consapevole, utile a rimettere a fuoco il centro, processo che spetto mi ricorda perché ho iniziato a fare musica.

IR: Nei tuoi lavori ricorre spesso il tema del tempo, della memoria e della trasformazione. Quanto sono centrali questi elementi anche in un progetto apparentemente legato alla tradizione come un disco natalizio?

LL: Il periodo natalizio, nella sua dimensione per me più profonda, è un momento di passaggio: si guarda indietro, si fa un bilancio, si attraversa una soglia. In questo senso, il disco non è nostalgico, ma attraversato dal tempo che scorre, da ciò che cambia e da ciò che rimane. La tradizione diventa un punto di partenza, non un limite.

IR: Tra nuovi spettacoli immersivi dedicati a Khalil Gibran e il futuro progetto su Il Codice Da Vinci, che ruolo ha oggi la musica “pura”, come quella di A Christmas Gift, nel tuo guardare al futuro?

LL: La musica “pura” continua a essere il mio riferimento costante. Nei progetti immersivi che realizzo con Massimiliano Siccardi, la musica è sempre il primo elemento a nascere, insieme allo storyboard del racconto. Non scrivo mai sotto le immagini, ma con le immagini in testa: visioni che inizialmente esistono solo come intuizione e che poi vengono tradotte in animazioni. Anche quando la musica è pensata per essere fruita insieme all’immagine, deve funzionare emotivamente da sola. Una delle prove che facciamo spesso è chiudere gli occhi durante la messa in scena: se, riaprendoli, le immagini corrispondono esattamente a ciò che si ascoltiamo, allora sappiamo che il lavoro è riuscito. A Christmas Gift è uno spazio in cui questa autonomia del suono può esistere pienamente, ed è da lì che continuo a guardare in avanti.

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