Intervista – Beatrice Pucci

In occasione dell’uscita del suo disco d’esordio “Le colline dell’argento” (che abbiamo avuto già modo di raccontarvi qui, sulle nostre colonne), abbiamo fatto qualche domanda all’artista originaria di Civitavecchia Beatrice Pucci.

Ciao Beatrice, bentrovata su Indieroccia. Partiamo da te: come ti senti all’alba di questo tuo esordio discografico?

Più tranquilla di quanto pensavo mi sarei potuta sentire in una situazione di “esposizione”, la sera che è uscita “Figli” ero particolarmente emozionata, oggi anche ma in modo diverso. Diciamo che in questo esordio non mi sono nascosta, quindi il brivido c’è.

Raccontaci un po’ di te: chi è Beatrice Pucci, e come comincia il suo rapporto con la musica?

Comincia giocando a fare canzoni, dopo scuola. Poi ho continuato, non credo di aver avuto mai interruzioni o grossi periodi in cui in qualche modo non ho avuto a che fare con la musica, anche quando mi sono dedicata ad altro ho sempre trovato il tempo. Poi, la musica è davvero un argomento molto vasto, più ci si addentra cresce, e mi sorprende scoprire sempre cose nuove che riguardano il mondo delle canzoni e dell’audio anche dopo anni, ormai posso dire, che ci sono dentro.

Il tuo primo singolo “Figli”, pubblicato un mese fa, aveva già saputo riscuotere l’interesse degli addetti al settore. A colpire, è certamente fin da subito il sound, che hai voluto lasciare quasi “vergine” nel suo essere spontaneamente rude, a tratti anche sporco: qualcosa di diverso dalla pretesa di definizione che, oggi, paiono ricercare la maggior parte delle produzioni musicali. Ci racconti come hai lavorato alla produzione del disco?

Forse quella sensazione di “sporco” proviene dal fatto che tutti i sei brani sono stati registrati live, mentre suono e canto contemporaneamente, questo penso si possa sentire. In più ho volontariamente lasciato i suoni come li sentivo nella stanza, le tracce vocali sono uniche take prese dall’inizio alla fine. Questo per mantenere una coerenza emotiva. Per quanto riguarda i suoni di chitarra avevo in mente un certo di tipo di suono, in generale la sensazione di continuo movimento, o qualcosa che sembra stia sempre sul punto di rompersi ma non lo fa.

“Le colline dell’argento” è un luogo fisico e metaforico che, a primo ascolto del disco, pare essere una sorta di “limbo” confortevole e allo stesso tempo straniante in cui si muovono i sei brani dell’album. Cosa rappresentano, per te, le colline di cui parli (pur senza parlarne mai)?

Riguardo le interpretazioni lascio davvero libera interpretazione e non mi va di imporre qualcosa. Per me le colline sono un luogo passato e presente, un luogo immaginario e reale in cui si resta anche andando avanti. 

“Mangiafuoco” è uno dei brani che ci ha colpito di più, forse proprio per il suo alludere a rinascite che stiamo aspettando, tutti, da tempo. Senti, in qualche modo, che la scrittura di questi brani abbia rappresentato, per te, una sorta di rinascita?

Sì, per me è partenza, ma rinascita e partenza possono essere sinonimi. Quando si fa musica si sceglie di fermare un momento, si va in iper focus su emozioni e storie che in quel momento hanno senso per noi, ma che già qualche mese dopo potrebbero non avere più senso, appunto perché si cambia e si rinasce velocemente di situazione in situazione

A volte, poi, accettare la realtà diventa l’unica via per non cadere prede del sogno: anche di questo sembra parlare “Angoli”, la traccia che chiude il tuo disco. Se dovessi individuare fra i brani quello che più di tutti possa essere “manifesto” del tuo album d’esordio, quale sceglieresti e perché?

Penso che il brano manifesto possa essere “Figli”, trovo che possa essere interpretato in tantissimi modi e a me va bene così. 

Ci piacerebbe, se ti va, che ci consigliassi un film che a tuo parere potrebbero collegarsi a “Le colline dell’argento”, il tuo disco d’esordio.

“Stoker” di Park Chaan Wook.

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