Valentina Dorme – La Estinzione Naturale Di Tutte Le Cose

GENERE: rock d’autore.

PROTAGONISTI: Mario Pigozzo Favero: testi, chitarra, voce; Paolo Carraro: chitarra; Mario Gentili: basso; Massimiliano Bredariol: batteria. Fabio De Min ha scritto gli arrangiamenti orchestrali e la produzione artistica è a opera di Ivan Antonio Rossi e della band.

SEGNI PARTICOLARI: quarto album per la band veneta, a sei anni dal precedente La Carne. e con la lineup, stavolta, rimasta quasi invariata.

INGREDIENTI: da un lato questo è il disco più ambizioso e complesso della band, per via di un suono nel quale archi, pianoforte e fiati intervengono più spesso che in passato e in alcune occasioni hanno un ruolo decisamente importante, inoltre pare esserci ancora più la voglia di far sì che le scelte sonore evochino all’ascoltatore le atmosfere forti descritte nei testi. Dall’altro lato, questo è anche il disco di maggior impatto nella discografia del gruppo, perché qui le varie tematiche trattate vengono affrontate sempre in modo diretto, senza fronzoli e soprattutto senza filtri, non solo nei testi ma anche perché le scelte sonore di cui sopra sono spesso radicali e molto precise.

DENSITA’ DI QUALITA’: succede, quindi, che le interazioni tra i giri di chitarra e di pianoforte, entrambi rotondi e quieti, sopraffatti poi da un suono molto più potente e meno composto, faccia vivere al massimo le sensazioni malate di un uomo che tortura brutalmente una donna prima di finirla (A Colpi D’Ascia), che il piglio pop con la morbidezza di archi e fiati in primo piano renda al meglio cosa possa significare una morte in circostanze strane che appare più misteriosa di quanto in realtà non lo sia (Cronaca Sportiva Minore), che le atmosfere da minuetto dark ritraggano perfettamente le piccole ansie di un padre che assiste ai primi fallimenti della figlia in seconda elementare (Una Giulietta Qualsiasi), che i saliscendi di ruvidità e intensità elettriche siano il veicolo migliore per trasmettere quanto sia importante l’intensità del mero contatto carnale in una storia d’amore (Waterloo). Questo disco è particolarmente riuscito perché è come la vita, nella quale è tutto ciò che ci sta intorno, anche i particolari che appaiono insignificanti e non solo gli eventi specifici che accadono in modo esplicito, a dettare le nostre scelte e il modo in cui le viviamo. Questo disco riesce in in uno scopo che davvero poche opere musicali ottengono: quello di mettere a nudo non solo certe sensazioni ben determinate, ma proprio tutta la tavolozza, anche i sentimenti che in teoria stanno in secondo piano ma in realtà definiscono meglio i dettagli di quelli primari. Parlare di una storia finita cercando di dissimulare il disprezzo per l’altra persona ma dopo un po’ non riuscirci più (Ricordi, Cagna?), affrontare una nuova avventura con il nostro inconscio che non si è del tutto lasciato alle spalle quella precedente (Shanghai), il contrasto mai davvero esplicitato ma presente sottopelle nella quotidianità tra le comodità di una vita agiata e la mancanza di normalità che essa comporta (Monsignor Ligresti, Cardinale). Un disco a tutto tondo sotto qualunque punto di vista: il suono, i testi, le sensazioni espresse tramite le interazioni tra gli altri due elementi. Un’opera di grandissima valenza artistica.

VELOCITA’: per la maggior parte dei brani medio alta, ma c’è più di un rallentamento.

IL TESTO: Era una casa piccola, era biancheria sporca, cene in silenzio e premure nessuna, ricordi, cagna?”, da Ricordi, Cagna?

LA DICHIARAZIONE: Per un narcisista che non si perdona la minima caduta di stile, il modo migliore non arriva (quasi) mai. Sono stati sei anni di parole cancellate e melodie rimaneggiate. Prove in cantina senza riuscire, spesso, a trovare il suono giusto, il ritmo convincente, l’atmosfera adatta per dare forma ai brani. Fatica, in sintesi. ” Mario Pigozzo Favero a ‘shiverwebzine’.

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