Scusate il ritardo: novembre 2018

I nostri lettori lo sanno: siamo in pochi e non riusciamo a seguire con continuità il ritmo incesante delle uscite discografiche. Purtroppo, però, nella prima parte del 2018 siamo stati particolarmente inattivi, tanto da aver chiuso il sito per tre mesi, e, di conseguenza, ci siamo persi davvero tante cose. Così, ora che siamo tornati e ce la stiamo mettendo tutta, ci è anche venuta voglia di un po’ di recuperi. Questi sono quelli del sottoscritto, il piano è che, nei prossimi numeri della rubrica, altri redattori propongano i loro.

MARIA ANTONIETTA – DELUDERTI (2018, La Tempesta)
Letizia Cesarini ha sempre messo tutta se stessa e la sua vita nella propria musica, non solo in quello che racconta, nel senso che anche le sue scelte prettamente musicali sono state sempre dettate dalle situazioni raccontate dalle canzoni e dalle persone con cui la trentenne pesarese era a contatto in quel momento. Anche il fatto che questo terzo disco sia arrivato ben quattro anni dopo il precedente è dettato da quanto menzionato sopra, poiché il legame con Giovanni Imparato non solo è ormai di lunga data dal punto di vista sentimentale, ma ha implicazioni artistiche che vedono entrambi lavorare al progetto capitanato dall’altro. Per Colombre, infatti, Letizia si è impegnata dal punto di vista grafico e della regia dei video, e qui Giovanni si è occupato, con Letizia stessa, della produzione artistica, e la sua influenza è molto evidente in questo nuovo corso musicale del progetto Maria Antonietta. Sia il suono, che il timbro vocale, che le melodie sono molto più votati a morbidezza, rotondità e cura del dettaglio, così, accanto alle chitarre, ci sono tastiere e archi, il canto è molto più studiato e spesso accompagnato da armonie e le melodie sono maggiormente definite e rimandano al lato della musica pop più maturo e raffinato. Non immaginatevi, però, che Letizia si sia ammorbidita anche nelle cose che racconta: certo, non ci va più giù con l’accetta come agli esordi, ma, con garbo e attenzione al linguaggio, non le manda di certo a dire. Come dice lei stessa, “nel disco c’è rabbia, amarezza, una certa dose di sfida e certo anche un sorriso a chiosa di tutto, ma di certo un sorriso che si conquista tutti i giorni a caro prezzo”, e non ci sono parole migliori per descrivere la Maria Antonietta del 2018, anche dal punto di vista musicale. L’evoluzione di questo progetto, infatti, racconta perfettamente la maturazione non solo di un’artista, ma anche di una persona, che non si snatura ma impara a vivere in modo diverso.
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VERANO – PANORAMA (2018, 42Records)
Dopo aver ben impressionato con l’EP del 2017, il progetto capitanato da Anna Viganò arriva al debutto sulla lunga distanza, espandendo il concetto di electro-pop emozionale e introspettivo che aveva visto il suo primo sviluppo con i cinque brani precedenti. L’interazione tra chitarre e diversi tipi di tastiere e suoni digitali creano un suono sempre caldo, avvolgente e organico, a cui si adatta perfettamente il timbro vocale vellutato e versatile della leader, che canta testi nei quali vengono messe a nudo sensazioni legate a persone specifiche, o a ricordi passati, o a situazioni vissute nel momento stesso. Il merito principale di questo insieme di canzoni è l’essere in grado di portare l’ascoltatore nel mondo dell’autrice in modo totale e immersivo, e ognuno degli elementi menzionati concorre a questo risultato. Non solo sono l’indubbio fascino della voce e testi sempre concreti e a fuoco a catturare, ma la loro efficacia è valorizzata dalla maturità melodica e da una produzione artistica, ad opera di Colapesce, nella quale è sempre azzeccata la scelta di quando inserire negli arrangiamenti quel tocco dinamico in più per avvicinare l’impianto compositivo ed espressivo al cuore dell’ascoltatore.
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CANADIANS – MITCH (2018, Bello Records)
Duccio, Max e Chri, ovvero tre dei quattro Canadians che, ormai diverso tempo addietro, avevano dato alle stampe due ottimi dischi di indie pop-rock ispirati principalmente agli anni ‘90 statunitensi, sono tornati insieme e hanno realizzato un disco intitolandolo a chi, invece, ha scelto di dedicarsi ad altri progetti, pur rimanendo in ottimi rapporti con loro. I tre superstiti riprendono da dove avevano lasciato sette anni fa, ovvero con canzoni quasi sempre più lunghe di tre minuti e meno di quattro, una struttura compositiva lineare, melodie immediate e un suono che si basa principalmente su chitarre che viaggiano in equilibrio tra solarità e ruvidezza e una sezione ritmica pulsante e vitale. Il caratteristico timbro vocale di Duccio si combina perfettamente con un impianto musicale che porta con sé caratteristiche ben chiare ma non manca di proporle con buona varietà. Jangle e pienezza, vuoti e saturazione, stratificazioni ed essenzialità sono alternati con intelligenza ed efficacia, e anche se c’è qualcosa che non si riesce a descrivere ma che fa capire all’ascoltatore che ora i tre sono padri di famiglia e non più post-adolescenti vogliosi di girare l’Italia e il mondo per suonare o assistere a concerti e festival, il disco sprizza vitalità ed energia positiva da tutti i pori. Un gran bel ritorno e un perfetto esempio del fatto che quando l’identità musicale la si ha nel sangue, è facile riesumarla con profitto anche dopo una lunga pausa.
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WINTER DIES IN JUNE – PENELOPE, SEBASTIAN (2018, autoprodotto)
Il quintetto di Parma torna in questa incarnazione (dopo la precedente a nome Vancouver) a ben quattro anni dal disco con cui avevano inaugurato la vita dell’attuale progetto. Lo fa raccontando a ritroso del legame tra Penelope e Sebastian, partendo dal momento della fine per scorrere indietro e arrivare al primo incontro. Lo fa con otto canzoni più dirette rispetto alle precedenti, sia come suono che come attitudine. Si passa, infatti, da una forte impronta chitarristica e uno stile ispirato al post-rock a un ventaglio di strumenti più ampio e un deciso tocco shoegaze. Resta, intatta, la capacità di emozionare profondamente l’ascoltatore, grazie a melodie di qualità superiore, al timbro vocale di Alain Marenghi sempre più espressivo e capace di svariare tra diverse tonalità, e a un’ispirazione in fase anche esecutiva che dà alle canzoni intensità e profondità. Le interazioni e gli incastri tra le diverse linee strumentali sono, al solito, azzeccatissimi e capaci di creare un risultato avvolgente e di innegabile impatto; la voce si staglia meravigliosamente su di essi, aiutata anche dai cori di due ospiti super come Sara Loreni e Marcello Batelli dei mai dimenticati, almeno da queste parti, Planet Brain; la varietà espressiva è, ovviamente, molto alta, pur mantenendosi entro le linee generali descritte. In definitiva, io sarò anche poco obiettivo quando si parla dei Winter, o dei Vancouver, o degli Isabel At Sunset, ma Alain, Cianzo e chi suona con loro mi danno sempre degli ottimi argomenti per idolatrarli.
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A TOYS ORCHESTRA – LUB DUB (2018, Urtovox)
Dopo l’eccellente svolta pop del precedente Butterfly Effect, i Toys si sono presi quattro anni di pausa per cambiare nuovamente pelle e proporre, secondo le loro intenzioni, “un album che ha il suono del battito cardiaco”. Lub e Dub, infatti, sono i due suoni generati dalle valvole del cuore umano, e queste undici canzoni cercano di avvicinarsi il più possibile al cuore dell’ascoltatore nel loro essere calde, morbide e mai sopra le righe. Non si può parlare, comunque, di un suono essenziale, anzi, le stratificazioni, il dinamismo e la cura del dettaglio non mancano, ma sono tutti mezzi utilizzati con sapienza per arrivare al fine di cui sopra. Anche quando le canzoni hanno ritmo e tiro, non spingono mai davvero sull’acceleratore, ma è tutto studiato per far sentire chi ascolta perfettamente rilassato e a proprio agio. E attenzione, il disco pensa all’utente finale ma non perché sia di ascolto facile e adatto a un pubblico ampio: ci vogliono sensibilità e il giusto approccio mentale per poterne godere appieno, ma è molto probabile che qualunque ascoltatore un po’ smaliziato si lascerà condurre dolcemente in questo viaggio fatto di raffinatezza ed emozioni che corrono sottopelle con un’intensità intrinseca semplicemente da brividi.
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PETER KERNEL – THE SIZE OF THE NIGHT (2018, On The Camper)
Aris e Barbara, probabilmente, ricorderanno questo quarto disco della loro creatura Peter Kernel come il più complicate da realizzare. La scomparsa di Andrea Cajelli, infatti, li ha privati dell’unico orecchio esterno di cui si siano mai fidati, e non dev’essere stato affatto facile realizzare il disco senza i suoi consigli e la sua abilità nel registrare il caratteristico suono del progetto. Ma i due ne sono usciti, ancora una volta, vincitori, e la loro ricerca, sia musicale che emozionale, si è ulteriormente spinta in direzioni nuove mantenendo ben saldo il legame con il loro personale modo di mescolare indie-rock e post-punk. Dal primo punto di vista, gli spunti sono diversi: in fase di songwriting, c’è una buona alternanza tra canzoni più immediate e nelle quali è facile distinguere i classici momenti come strofa e ritornello, e altre dalle melodie più sfuggenti e dalla struttura decisamente più liquida e indefinita; per quanto riguarda il suono, è probabilmente il più arioso che i Peter Kernel abbiano mai avuto, e allo stesso tempo il più curato nei dettagli e comprensivo di elementi che vanno al di là del classico triangolo chitarra-basso-batteria; a esso, si accompagna una fantasia sempre più fervida dal punto di vista ritmico e di andamento delle canzoni, spesso fuori dagli schemi ma sempre adatto a valorizzare lo scheletro della canzone nel migliore dei modi. Le voci si adattano bene a questa attitudine stilistica con un modo di cantare più studiato e controllato, senza perdere in intensità rispetto al pasato. Per quanto riguarda il secondo aspetto, è sicuramente il caso di affidarsi alle parole dei protagonisti: “Abbiamo preso il lato più scuro e misterioso delle nostre persone e l’abbiamo trasformato in canzoni. Non abbiamo istruzioni per non commettere errori o per amare chi ci circonda nel modo più corretto possibile. Alcune volte impariamo, ma spesso no, e andiamo avanti commettendo errori”. In definitiva, a ogni disco, Aris e Barbara riescono a trovare modi sempre diversi, e ogni volta più stimolanti, per aprire una finestra sul proprio mondo, e chiunque apprezzi ascolti poco inclini al compromesso e che non lesinano su intensità e genuinità emotiva, non può farsi sfuggire questo disco.
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DIVA – DIVADELICA (2018, INRI)
Il percorso che ha portato a questo primo album dei Diva, ovvero la creatura musicale di Davide Golin, è stato particolarmente tortuoso, ma ora le loro canzoni sono finalmente fuori e chiunque può farsi trascinare dall’estro fuori dagli schemi di questo musicista veneto. Sicuramente il rifarsi smaccatamente al synth-pop anni Ottanta non è certo un’idea originale, ma è impossibile ascoltare questo disco e non cogliervi una personalità marcatissima. Dal timbro vocale, alla varietà nella strutturazione delle canzoni, sia dal punto di vista compositivo, che di arrangiamenti, ai testi di un’arguzia disarmante, Golin mette in campo tutta la propria unicità artistica in una girandola di viaggi in un mondo all’apparenza vintage ma che ha molti più contatti di quanto possa sembrare con l’attualità. Melodie di gran qualità ed efficacia, arrangiamenti molto vari e mai statici, citazioni del Raf di Self Control, di Haddaway e del Mauro Repetto solista e testi che dipingono quadretti che mescolano l’immaginario della Milano da bere, ricordi di Mani Pulite, storie d’amore turbolente e ricordi ancora più lontani nel tempo. 42 minuti di eccentricità, brillantezza ed emozioni legate al pop che non possono passare inosservati.
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RATAFIAMM – TOURIST, YOU ARE THE TERRORIST (2018, Labellascheggia/Tri Trubba)
Enrico Cibelli e Andrea De Nittis tornano al progetto Ratafiamm dopo l’escursione denominate The Overbooking Orchestra. Che sia sotto l’una o l’altra ragione sociale, i due non hanno mai mancato di produrre musica di qualità, e anche in questo caso non mancano di proporre un pugno di canzoni profonde ed emozionanti, che, rispetto al passato dei Ratafiamm, risentono, in senso positivo, dell’ampliamento electro e dell’attitudine più sanguigna nati con l’altro progetto. In generale, i due hanno smesso di girare attorno alle cose, e hanno imparato a colpire duro, con i suoni e con i testi. Dal primo punto di vista, la consueta cura del dettaglio si pone all’interno di una diversa caratterizzazione stilistica, nella quale si notano soprattutto schiettezza ed energia, che alle volte è espressa compiutamente e in altre occasioni si mantiene interiore al suono stesso, ma è chiaramente percepibile. Per quanto riguarda il secondo aspetto, si raccontano senza remore storie di disagio e insensibilità, ma anche di voglia di rivalsa o comunque di non mollare, con un linguaggio chiaro e che non si preoccupa certo di compiacere l’ascoltatore, ma grazie al quale le diverse sensazioni sottese a ciò che si racconta vengono espresse senza compromessi. L’inconfondibile intensità del timbro vocale di Cibelli è poi il perfetto raccordo tra musica e testi e contribuisce in modo importante a creare un insieme trascinante e di grande impatto.
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