Cosmo lancia un messaggio importante e lo fa nel modo giusto

Sono settimane importanti per la musica italiana, con nuove uscite ed eventi che vanno al di là del loro puro accadimento e ci dicono delle cose importanti. Solo settimana scorsa, il disco di Iosonouncane ci ha detto che è possibile utilizzare gli elementi che di solito fanno parte dei dischi “difficili” per farne uno non certo facile, ma che ha tutto il potenziale per fare breccia in un pubblico abbastanza ampio. Sette giorni dopo, ecco Cosmo, che ci fa invece sapere della possibilità di utilizzare elementi che di solito caratterizzano i lavori “facili”, e la cui realizzazione, troppo spesso, è guidata da logiche di puro marketing, per realizzare un lavoro che queste logiche le manda bellamente a quel paese, in modo esplicito e senza sottintesi. Poi c’è anche la perenne ascesa di un progetto che, invece, utilizza elementi nobili come la capacità di suonare bene ed avere un’ottima presenza sul palco per i fini più beceri, ma di questo ho già parlato e rimando alle mie impressioni del post Sanremo.

Stavo parlando di Marco Jacopo Bianchi, quindi, uno in cui mi sono imbattuto per la prima volta nel 2007, quando i suoi Drink To Me facevano da spalla agli Art Brut. Mi fecero schifo, li ascoltati su disco, sempre schifo, li rividi al Miami, ancora schifo, poi lui si mise a fare Cosmo, e disco dopo disco, aumenta il suo successo ma a me continuava a fare invariabilmente schifo. Com’è che, di colpo, ritengo un suo lavoro così importante e meritevole di un articolo? Non lo so, e francamente, non mi interessa: i meriti di La Terza Estate Dell’Amore sono oggettivi e mi sembra giusto celebrarli, al di là del passato dell’artista e del mio gusto musicale.

Il messaggio che questo disco lancia con tutta la forza e l’efficacia del mondo è molto semplice: bisogna smetterla di fare musica utilizzando algoritmi e mantenendo come punto di riferimento strutture ormai codificate, senza le quali sono impossibili sia i passaggi radiofonici che i passaparola sui social. “È musica, non fabbrica”, ci dice quasi subito Cosmo, aggiungendo un vaffanculo alla radio che “è invecchiata già” e compiacendosi del fatto che “un amico ha bullizzato l’algoritmo”; in mezzo, si parla sempre senza peli sulla lingua di “scienza delle merce”. Cose che, dette da uno che ha fatto tra i live più affollati in Italia negli ultimi anni, hanno un certo peso, soprattutto perché, visto quanto andrò a esplicitare qui sotto, suonano assolutamente sentite e sincere.

Cosmo, infatti, utilizza molti degli elementi che gli hanno garantito l’ampio successo degli ultimi anni, soprattutto dal punto di vista melodico e ritmico, ma dando la netta sensazione di aver lavorato in assoluto libertà, rifuggendo dalle strutture codificate non solo per partito preso, ma soprattutto per godere di un vero e proprio foglio bianco da colorare come meglio credeva, e comunque non certo a casaccio ma con una chiara coerenza artistica.

Quando ci dice che “questa musica nasconde magia”, Cosmo intende proprio questo, ovvero che si può realizzare una costruzione musicale inattaccabile sfruttando la propria ispirazione, e non seguendo ciò che altri hanno detto di fare. L’invettiva contro chi cerca di ostacolare le feste libere a suon di musica potente e gente che fa l’amore che spontaneamente gli esseri umani hanno voglia e necessità di fare, significa semplicemente che è non solo possibile, ma anche necessario, aggregare tante persone e farle divertire facendo in modo che la musica che dà loro la carica sia realizzata esattamente col numero di costrizioni che loro hanno bisogno di sentire, ovverosia zero. Quando l’artista va più sul personale e parla di una persona specifica, l’apprezza comunque per la sua libertà di pensiero, perché essa è importante a tutti i livelli, anche nelle relazioni a due.

In questo modo, la musica che si ascolta e la sua chiave di lettura sono così strettamente legate che è impossibile che ognuna faccia a meno dell’altra, e così quando ci si lascia andare ai ritmi conturbanti e coinvolgenti, ai vestiti strumentali suggestivi e all’eccellente espressività vocale di questo disco, lo si fa sempre tenendo ben presente il messaggio che c’è dietro ma senza togliere nulla al puro divertimento; viceversa, è possibile ragionare intensamente per tutta la durata del lavoro (e, probabilmente, quando sarà, anche dei concerti), senza mai dimenticarsi che queste sono canzoni fatte per essere ballate e per godere della loro bellezza estetica.

Dobbiamo davvero ringraziarlo tantissimo Cosmo, così come dobbiamo farlo per Iosonouncane, e onestamente, a me se più giovani di prima ascolteranno quell’altro gruppo di cui dicevo e vorranno imbracciare dei veri strumenti musicali, non interessa nulla, perché ciò che conta non è suonare o no gli strumenti veri, ma fare arte, e dire delle cose interessanti e importanti sfruttando la forza unica dell’immediatezza della musica. Cosmo e Iosonouncane lo hanno fatto anche senza necessariamente suonare chitarra, basso o batteria, mentre chi li suona ma fa unicamente ciò che gli viene detto dal giorno uno non fa niente di utile, se non eventualmente al proprio ego e al proprio conto in banca.

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