Altre di B: i luoghi, il tempo, i dischi e la loro Bologna

Ieri Costello’s Records e We Were Never Being Boring (e già il vedere insieme queste due realtà ci rende felici) hanno annunciato l’arrivo di nuovo materiale dei bolognesi Altre di B, formazione che possiamo già definire “storica” presenza del panorama indipendente italiano.Nati quando l’indie era ancora indie, con tre dischi all’attivo (l’ultimo, Miranda è datato 2017), hanno sempre fatto della freschezza intrisa di attitudine punk della loro proposta, dell’energia e della carica che sono sempre stati in grado di trasmettere tanto nei live quanto sui loro social, la loro arma in più.

Ma se c’è una cosa che ai loro fan non sarà sfuggita è sicuramente la loro innata capacità di raccontare e raccontarsi.
Ogni singolo post che la band pubblica sulle proprie pagine è in grado non solo di generare cariche di empatia impressionanti, ma ti conduce in pieno, tenendoti per mano, nel loro mondo.
Essendo fermamente convinti che l’immaginario evocato e la capacità di comunicare siano frutto di un gran bagaglio umano oltre che artistico, abbiamo chiesto ai ragazzi di aprirci una porticina in più per scoprire ancora meglio il loro mondo e, proprio in occasione della prossima pubblicazione di nuove canzoni, abbiamo chiesto loro di farci una sorta di riepilogo delle puntate precedenti, con il loro stile, con i loro luoghi sparsi per la magica Bolo, con tempi e fasi di vita che hanno significato e significano ancora oggi davvero tanto per loro, e, siamo sicuri, anche per tanti di coloro che leggeranno queste pagine.
Oggi la prima puntata di tre, una per ciascun disco, luogo, età e condizione della band, dal 2007 ad oggi (più o meno).
Per accompagnare la lettura, ci hanno anche inviato delle immagini inedite e una bellissima playlist che potete ascoltare di seguito.

Ep.1 Casa Papinsky

L’inconsapevolezza è più leggera della piuma di Forrest Gump. È il sogno infantile di darsi alla cosmonautica, è pura creatività e immaginazione, è mancanza di un setaccio che coli i desideri, è una delle tante sagome che può avere la libertà. O forse è libertà e niente altro.

Alla Casa Papinsky c’era la sala prove, che per raggiungerla dovevi sciropparti il traffico perpetuo della Porrettana, arrivare a Sasso Marconi, al semaforo svoltare a sinistra e prima del passaggio a livello salire la collina. Di fianco all’istituto agrario c’è Casa Papinsky, ma prima delle 13 devi tenere il volume basso e suonare piano, altrimenti agli studenti sale la scimmia di autodeterminazione e i professori non sanno sedarla. Poco male, decidiamo che le prove si fanno rigorosamente la domenica mattina alle 9 e dei reciproci postumi del sabato sera da matricole universitarie non può fregare niente a nessuno. Una regola e per sempre: ogni domenica alle 9. Con la neve, con la canicola, con la febbre e col desiderio di dormire fino a ora di pranzo. Dal 2007 le prove sono la domenica mattina punto e basta.


Dentro Casa Papinsky proviamo le cover dei Milburn, una band di Sheffield che abbiamo visto in apertura agli Arctic Monkeys al Vox di Nonantola e sono così tanto affini agli Arctic Monkeys e al contempo così tanto ignoti che ai concorsi musicali spacciamo le canzoni dei Milburn per nostre. E un paio di volte ci è anche andata di culo e col premio del concorso ci siamo comprati il microKorg. Perché nel frattempo Andrea aveva visto i Tokyo Police Club alla televisione e per quel sapore post punk revival voleva che diventassimo una band come loro. In quel periodo siamo tutti studenti universitari e, vivendo a Sasso Marconi, Alberto e Giovanni curano la rassegna estiva di Casa Papinsky assieme a Luca dei Baseball Gregg. Il festival Rock Marconi è stato un segnale luminoso fra le nebbie dei colli bolognesi e tutta la scena punk-hardcore faceva sosta perché la birra costava poco, la strumentazione era la stessa per tutti i gruppi e l’atmosfera era idilliaca. Dentro Casa Papinsky scriviamo il nostro primo album e lo intitoliamo There’s a million better bands, che è una frase di una canzone dei Presidents of the USA. È un disco che suona male, in un anno dorato in cui vengono rilasciati Bow Wow dei Forty Winks, S dei Drink to me e Wow dei Verdena. È un disco che suoniamo per la prima volta al Covo Club nel novembre del 2011, all’indomani delle prove generali a Casa Papinsky: le prove vanno da schifo e come se non bastasse sulla via di casa Giacomo investe un gatto nero (al quale due giorni dopo ha portato una lettera di inutili scuse). Sono i ruggenti anni Dieci, in cui adoperiamo la rivista Music Club per scrivere a tutti i locali d’Italia e i preistorici geotag di Google per cercare date all’estero: nel nostro merchandising impazzano adesivi con l’indirizzo della pagina di MySpace, shopper col mezzobusto di Alberto all’asilo e dischi Verbatim in orrende bustine di plastica, che contengono anche le figurine Panini delle squadre di serie B.


L’inconsapevolezza è più leggera di un post-it, del polistirolo, o di una T-shirt. Sulla quale scrivere il nome che abbiamo dato anni fa alla sensazione di provare la domenica mattina. Puntuali alle 9.

Buona.

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