Altre di B: i luoghi, il tempo, i dischi e la loro Bologna (parte 2)

Venerdì scorso abbiamo pubblicato la prima parte dell’esclusivo racconto a tappe legato alla storia degli Altre di B, band del roster We Were Never Being Boring e new entry di quello Costello’s Records.Si è partiti da lontano, ben 14 anni fa, parlando di Casa Papinsky, la prima sala prove in cui la band, in qualsiasi condizione personale (parliamo di matricole universitarie, per capirci) o atmosferica, si trovata per le prove ogni domenica mattina alle 9.Un periodo che li ha portati ad esibirsi per le prime volte di fronte al pubblico e che ha visto la sua conclusione con la nascita di There’s a Million Better Band, primo album della formazione bolognese, datato 2012.

Oggi si fa un passo in avanti nella loro storia: altri luoghi, altre età, altre emozioni e parzialmente, altre persone. Sì, perché in questo determinato periodo storico, gli Altre di B hanno avuto in formazione un componente in più. E se non vi ricordate chi fosse, non vi resta che leggere di seguito…

Per accompagnare la lettura, anche questa volta qualche foto d’annata e una super playlist che potete ascoltare di seguito.

Ep.2 Un grosso svago

“Era un grosso svago, vez”. Telefono a Vittorio, il lockdown ci ha tenuti lontani più del dovuto e questa cosa è una smisurata pena per due persone che spartiscono le loro vite da oltre dieci anni. Sta bene ed è a un esame dalla laurea: la leggenda narra che Vittorio abbia suonato Black Math dei White Stripes all’esame di terza media e, sembrandomi un aneddoto fuori dall’ordinario, sono andato all’orale della sua maturità per vedere se dava spettacolo. Cosa che ha fatto con una straordinaria ricerca sull’associazione fra musica, colori ed emozioni, che nessuno della commissione ha compreso. “Era un grosso svago, vez”. Risponde così quando gli chiedo cosa si ricorda di quel ciclo lì, quello in cui si andava a far le prove in via del Chiù. Dove tutti, a Bologna, almeno una volta hanno suonato.

Via del Chiù era un capannone grigio a qualche metro dall’ospedale Maggiore, all’intersezione fra i prati di Caprara, il rione industriale di Borgo Panigale e la campagna della Beverara, spolverata di case dei ferrovieri e di vecchi depositi delle FS. Via del Chiù non era altro che un corridoio insozzato, lungo il quale si aprivano quattro bunker non insonorizzati, più una saletta al piano di sopra: era quella che costava di meno perché gli infissi erano groviera e le condizioni climatiche inadatte alla vita. Sui muri del corridoio ci attaccavi le locandine dei concerti, o gli annunci cercasi bassista, vendo chitarra, eccetera: là in fondo spesso c’era Zed, cantante e chitarrista dei Milkshaker Corporation; lavorava qualche ora in sala prove, così si boffiava la pizza gratis, leggeva i libri sulla Seconda Guerra Mondiale e se si annoiava storpiava gli annunci degli altri musicisti col pennarello. Tuttavia sulla scranna in fondo al corridoio di solito ci trovavi La Grazia, che diversamente dal suo nome di battesimo esibiva una personalità non lavorata, schietta e ruvida abbastanza da cartare i muri: entrare nella sua orbita era un privilegio per pochi. La Grazia prendeva le telefonate, gestiva le sale, pasteggiava con la Simmenthal alternando bocconi di gelatina a una boccata di sigaretta e la domenica mattina alle 9 ci portava i pasticcini e i caffè, anche se le rodeva il culo svegliarsi presto per noi.

Via del Chiù erano anche Max, che si faceva le notti per evitare che i ladri tornassero a svaligiare le sale, e Pier, che se le band sforavano di cinque minuti si caracollava in sala con un gigantesco orologio da muro. Ma soprattutto via del Chiù era il gran subisso di musicisti che attraccavano a questo molo, aprivano il frigorifero dalla parte sbagliata (come ricordato dal cartello SI APRE DI QUA), bevevano birra, stabaccavano e cicalavano fino a notte fonda, o entravano ad ascoltare le prove degli altri musicisti. E autoalimentavano di bellezza e diversità un corridoio insozzato nella periferia di Bologna. Dove tutti attraccavano a questo molo e dove almeno una volta hanno suonato.

Questo luogo oggi non c’è più. “Chissà dove sono andate a finire quelle band -si chiede Vittorio-. In fondo è stata la fine dell’adolescenza di tutti, anche dei non adolescenti. Dopodiché è iniziata la salita”. Ho telefonato a Vittorio perché Vittorio è stato un altro di B per quattro anni, dal gennaio 2010 al settembre 2014, 283 concerti, svariati mattoncini di Kinder Cioccolato, la realizzazione di Sport, il nostro secondo album e la baldoria di emozioni che ho nel ricordare quanto sia stato tutto, meravigliosamente, spontaneamente e irripetibilmente un grosso svago.

Vez.

Buona.

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