Interview: Francesco Motta

Martedì 29 marzo abbiamo fatto una chiacchierata al telefono con Francesco Motta in occasione dell’uscita del suo primo album da solista, dal titolo La fine dei vent’anni (Woodworm – 2016). Cresciuto a Pisa, vive da qualche anno a Roma, mentre la sua famiglia – che è molto presente nell’album – vive a Livorno. De La fine dei vent’anni ne ha scritto già Simona Ventrella qui su Indie-Roccia, dicendo che “La fine dei vent’anni è squarcio moderno, urgente e toccante allo stesso tempo. Un disco curato, rifinito magistralmente, che dimostra passione, impeto e un grande talento per la scrittura.” Con Francesco abbiamo parlato di noia e di felicità, del rapporto fra testo e musica, di grandi verità e del regista Claudio Caligari. Nella trascrizione dall’audio abbiamo modificato ciò che sintatticamente ha senso a voce ma non in forma scritta, per privilegiare (spero) la scorrevolezza nella lettura, senza per questo intaccare la fedeltà di ciò che ci siamo detti. Speriamo di vedere e raccontarvi al più presto anche un suo concerto.

L’album La fine dei vent’anni mi è piaciuto tantissimo, mi ha sorpreso, la prima cosa che mi ha incuriosito è il titolo: anche se io di anni ne ho 23 in qualche modo l’ho sentito da subito molto vicino. Una prima domanda è: rispetto al pubblico che avevi quando stavi sul palco con i Criminal Jokers, che fascia d’età pensi di trovarti davanti ai concerti in questa nuova forma?

Spero chiunque abbia voglia di ballare. Non è che devono ballare per forza, però chiunque abbia voglia di ballare secondo me è adatto ad ascoltare questo tipo di disco e ad ascoltare il live. Non c’è una definizione precisa di età, diciamo dai 2 mesi ai 100 anni.

Secondo te la fine dei vent’anni è una questione anagrafica o forse più una questione di attitudine o di condizioni materiali che abbiamo intorno?

Per me è un punto di arrivo e un punto di inizio. Diciamo che è un paletto, è come se mi fossi assunto la responsabilità di quello che ho fatto – errori, cose belle – e ripartissi.

L’album la fine dei vent’anni mi sembra molto congruente con il verso dei Fugazi you can’t be what you were – non puoi essere ciò che eri…

Certo, bellissimo. È un po’ drastico, però vista in una maniera positiva questa frase è bellissima, emozionante. Sicuramente io sono anche quello che sono stato, però non sono più quello di dieci anni fa.

Cercando di entrare un po’ più nei testi mi sembra che usi molte immagini, molti passaggi potrebbero essere quasi cinematografici.

Sì, diciamo che sono osservazioni lucide, che però parlano non di immagini vaghe, che era un errore che avevo molto prima nella scrittura, ma sono immagini viste con un occhio lucido. Rappresentano qualcosa di molto visibile, di tangibile, rispetto a quello che avevo fatto con i Criminal Jokers, che almeno per me erano immagini ma senza una forma definita, poi ognuno ci vede quello che gli pare.

Ad esempio una delle immagini secondo me più curiose è in Se continuiamo a correre: mi suonano alla porta / ma non trovo la mia faccia. Potrebbe avere qualcosa di pirandelliano, non so sei d’accordo.

Se ci trovi qualcosa di pirandelliano ben venga, quel testo lì è stato scritto insieme a Alessandro Alosi de Il Pan del Diavolo e la frase è stata modificata effettivamente da lui. Io mi ci rivedevo molto perché è un po’ quando ti capita qualcosa che non ti aspetti e ti sembra di non avere la faccia apposto, la faccia giusta per presentarti. Questo problema è uno dei tanti problemi che ci possono essere in questa fase di crescita.

Quindi è un verso sullo scegliere quale faccia mettere?

No, è sul trovare la propria.

Ok, che è il contrario, giustamente. Hai citato Alessandro Alosi per Se continuiamo a correre, in effetti nell’album molte canzoni sono state scritte a più mani.

Sì, Alessandro qui ha fatto una piccola parte, gli altri pezzi sono stati scritti da Riccardo Sinigallia, non tutti ma la maggior parte.

Una cosa che ho notato è che in generale le atmosfere del disco sono introspettive, a tratti un po’ cupe. Quelle che mi sono sembrate invece più aperte sono i ritornelli di Sei bella davvero e Mio padre era comunista in cui Riccardo è uno dei coautori, insieme a te.

Sì Riccardo mi ha spinto nella ricerca di trovare una speranza in generale in questo momento qui che uno rischia di abbassare troppo la testa, quindi sicuramente lui ha avuto una grossa forza nel far diventare molti testi speranzosi. Secondo me tutto il disco è pieno di speranza, anche dove ci sono passaggi cupi sono passaggi cupi di presa di coscienza: quando capisci una cosa e accetti la paura ovviamente il passo successivo è trovare una soluzione. Rispetto a tante cose questo è un disco pieno di sguardi verso l’alto.

Quasi che alcuni testi vanno in contrapposizione con alcuni passaggi musicali, sono d’accordo che c’è parecchia speranza nelle parole, forse un po’ meno nelle musiche?

Diciamo che la musica e il testo sono una cosa d’insieme. Questa cosa che dici magari è vera, però non è che abbiamo messo insieme la musica e un testo. È come se fosse venuto così, quindi ogni significante, ogni parola cambia a seconda per esempio di come la dici: se la urli o non la urli, se metti un accordo maggiore o un accordo minore, quale accordo, che accordo c’è dopo o che parola c’è dopo. Musica e testo sono insieme sempre, quindi dove la musica è un po’ più scura è perché doveva far diventare il testo ancora di più con lo sguardo verso il cielo.

A proposito di questo: Del tempo che passa la felicità, che già il titolo per me è quasi devastante, proprio come accostamento: rappresenta il momento in cui finisce la felicità, questo titolo?

Ma in realtà no, rappresenta la situazione di pre-consapevolezza che ho avuto ad un certo punto, è uno dei primi pezzi e no, non è finita la felicità. Si parla tanto della noia, di questa sensazione che per forza … la noia è considerata una cosa negativa. Io la cerco la noia, perché non ce l’ho, perché c’è sempre qualcosa di importante da fare, chiunque ha sempre qualcosa di importante da fare. Invece sarebbe meglio annoiarsi di più, anche questa è una speranza insomma.

Secondo te la felicità è solo un momento o un periodo, cioè più lungo?

Dipende, è una sorta di… orgasmo femminile quindi ci sono dei momenti di picco che poi vanno scemando, però rimane una cosa. C’è sicuramente un momento di picco nella felicità però rimane. Più si va avanti con l’età più io penso che questo rimanere sia più vicino al picco.

La felicità è un orgasmo femminile è la cosa più bella che ho sentito dire negli ultimi mesi. Ora ti farei una provocazione se sei di buon umore: in una delle canzoni chiave del disco dici la fine dei vent’anni / è un po’ come essere in ritardo / non devi sbagliare strada / non farti del male / e trovare parcheggio ed è il verso che mi ha conquistato quando ho iniziato ad ascoltare il disco. Però con queste parole sembri un po’ mia madre quando la mattina mi alzo tardi…

Dici sembra una pallosa grande verità, forse hai ragione, perché io difficilmente nei testi dico grandi verità universali, però su questa frase ci tenevo particolarmente: per me è così, non penso che per tua madre sia così, perché sentirsi in ritardo lo possiamo sentire noi, le mamme diciamo che sono più dedite a trovare parcheggio, non lo so, se tua madre ti dice queste frasi qui vorrei conoscere tua madre. [ridiamo entrambi]

Nella mia collezione di dischi metterei La fine dei vent’anni vicino a Die. di Iosonouncane. Un po’ perché qualche rimando di atmosfera, non tutto, sono comunque due album molto diversi, però qualche atmosfera potrebbe essere accostabile; poi perché sia il disco di Jacopo [Incani] che il tuo potrebbero essere un piccolo sentiero di un certo modo di fare cantautorato.

Io sperò di sì, se per questo modo intendi stare tanto a lavorare sui dischi – cioè lui forse più di me, è stato veramente tanto – questa cosa qui è fondamentale e si sente. Se per nuovo modo di fare canzoni intendi stare tantissimo a lavorare su una cosa io spero vivamente che lo facciano tutti.

Tra l’altro ogni canzone ne La fine dei vent’anni ha una datazione diversa: alcune cose erano di qualche anno fa, altre sono più recenti

Diciamo che alcuni pezzi, tipo Del tempo che passa la felicità, sono più vecchi. In Prima o poi ci passerà la prima strofa è stata cantata nel 2014, settembre del 2014, la seconda è stata cantata nel novembre del 2015, c’è tanto lavoro dietro. Alcune cose musicali sono di tanto tempo fa altre sono più recenti, alcune canzoni sono venute non ti dico subito perché non mi vengono mai le canzoni subito, cioè per subito si intende almeno un anno, ci abbiamo lavorato tanto e siamo andati a ripescare delle cose del passato. Delle primissime canzoni che ho scritto praticamente non c’è niente, nel primo anno di scrittura, ci sono dei rimandi testuali, magari delle frasi, tre note, però le prime cose non eravamo convinti né io né Riccardo, quindi no. Invece i primi arrangiamenti di ogni pezzo sono più o meno rimasti rimasti sempre i soliti a parte di alcuni.

A proposito di questo periodo lungo, indicativamente da dopo i Crirminal Jokers fino ad oggi, oltre a lavorare a queste dieci canzoni hai fatto molto altro, collaborando con Nada, Pan Del Diavolo, Zen Circus e Giovanni Truppi. Inoltre hai studiato Composizione per film presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, collaborando anche con produzioni estere. Aldilà del legame professionale quanto ti piace e quanto ti capita di andare al cinema?

È una cosa che mi piace tantissimo, la mia ragazza mi ha portato ad un certo tipo di interesse. Ultimamente purtroppo ci vado poco, per farti capire non sono ancora andato a vedere Lo chiamavano Jeeg Robot, per cui nelle ultime conversazioni al bar o al pub ad un certo punto devo uscire e fumarmi una sigaretta, ma rimedierò il prima possibile. Però ho visto uno dei più bei film degli ultimi decenni che è [pausa] il film di Caligari.

Grande, la domanda su Jeeg Robot era quella che ti avrei fatto se non avevi visto Non essere cattivo. Tra l’altro in Non essere cattivo Riccardo Sinigallia ha partecipato alla colonna sonora, e sia in Non essere cattivo che in Jeeg Robot c’è Luca Marinelli che fa un’interpretazione eccezionale.

[Riccardo] ha fatto un pezzo incredibile, veramente incredibile, s’è creata una magia assurda. Non essere cattivo è uno dei film più belli mai usciti in Italia, un monumento da difendere, bisognerebbe parlarne tutti i giorni. Luca Marinelli è bravissimo, è uno degli attori più bravi che abbiamo adesso in Italia.

Sì, condivido pienamente, in più c’è molto Roma – cioè c’è Ostia, ma c’è anche Roma.

Essì, c’è Roma quella vera, emozionata, non c’è la Roma di Suburra, quel film lì mi ha fatto veramente schifo, guarda, soprattutto li ho visti ad una settimana di distanza c’è una differenza di contenuto e di emozione assurda.

Domanda seria a proposito del tour, che inizia l’8 aprile a Pisa: con chi sarai sul palco?

Ci sarà Cesare Petulicchio che è uno dei batteristi più bravi del mondo tipo, finalmente ho trovato un batterista incredibile che ha suonato nel disco e tra l’altro è il batterista dei Bud Spencer Blues Explosion, poi Giorgio Maria Condemi chitarrista anche lui bravissimo che ha suonato con Operaja Criminale, Marina Rei un sacco di altre cose e ci sarà Leonardo Milani che fa colonne sonore, ha lavorato per le colonne sonore di Carlo Virzì per i film di Paolo Virzì.

Perdona la domanda banale, però cosa ti aspetti dal tour?

Sarà completamente diverso da tutto quello che ho fatto.

Anche a livello di location?

No location più o meno i locali son sempre i soliti, in alcuni ci ho suonato solo con alcuni progetti e non con i Criminal Jokers, però sarà tutto molto nuovo, per me.

Ok, a questo punto in bocca al lupo per il tour.

Bene, crepi, ci vediamo ai concerti

Cercherò di esserci se riesco a Bologna. Ti ringrazio a nome mio e di Indie-Roccia.

Grazie a te e a voi, è stata una bella chiacchierata.

foto di Claudia Pajewski

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