Interview – Shkodra Elektronike

Televisori a tubo catodico, caleidoscopi fatti a mano, drappeggi di una scenografia desolata, polvere, campionamenti di vecchi nastri come flashback di una memoria storica: il ricordo degli anni bui della dittatura scorre in questa estetica e riflette perfettamente un incubo che è ricorrente anche nelle nuove generazioni di albanesi; quello di un’evoluzione negata e la sensazione che il tempo stia scorrendo sempre troppo lentamente. Questo è ciò che contiene il disco di debutto degli Shkodra Elektronike che avevamo già avuto modo di incontrare. Abbiamo deciso di chieder loro come stesse andando!

  1. Vi avevamo lasciato ai tempi di Synin si qershia, sull’orlo di una pandemia globale. Cos’è successo nel frattempo? 

Un sacco di cose! Abbiamo studiato, sperimentato e impiantato le fondamenta per un album che registreremo molto presto; abbiamo vinto il terzo premio (come autori) del festival della canzone albanese – Festivali i Këngës 60 – ; abbiamo trovato un’etichetta che fa al caso nostro – Alt Orient – e siamo diventati ambasciatori della musica balcanica del mondo, grazie al programma MOST – Bridge for Balkan music.

  1. Dicevate che Giulio Ragno Favero era il vostro fan più sfegatato, è ancora così? Avete in mente una collaborazione? 

Speriamo di sì! Di certo lo incastreremo in più d’una collaborazione, lui come altri artisti inaspettati.

  1. Perchè è così facile, anche da italiani, apprezzare un disco degli Shkodra Elektronike, anche se non capiamo niente? 

Ce lo spieghiamo fino ad un certo punto: conosciamo la forza centenaria delle canzone che reinterpretiamo ma il perché piacciano le nostre versioni, e noi, non lo sappiamo proprio.

  1. Quali sono le vostre influenze musicali? C’è qualcosa che non potremmo mai davvero immaginare? 

Entrambi ascoltiamo moltissima musica, dalla più colta alla più ruffiana. Farvi un elenco sarebbe infinitamente noioso, ma possiamo rivelarvi cosa stiamo ascoltando di più in questi giorni: siamo abbastanza in fotta con l’artista georgiano Tamada e con quella voce meravigliosa chiamata Yebba.

  1. E concludo sempre con: quale domanda avrei assolutamente dovuto farvi, ma non vi ho fatto? Quale invece la risposta? 

Chiedici se stiamo bene, e noi ti risponderemo “no, per niente e questo ci ispira”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *