Interview: Setti

Nicola Setti lo conosciamo da parecchi anni e lo abbiamo visto parecchie volte sui palchi di svariati locali dell’Emilia-Romagna. Dopo ben cinque anni dal suo esordio, Ahilui, il musicista modenese ha pubblicato all’inizio di ottobre, via La Barberia Records e Vaccino Dischi, il suo nuovo LP, Arto. Noi di Indie-Roccia.it abbiamo approfittato di questa occasione per scambiare due chiacchiere con lui al Mattatoio Culture Club di Carpi pochi attimi prima del suo release party, che si è tenuto nella venue emiliana qualche giorno dopo l’uscita dell’album. Abbiamo parlato, oltre che del disco nuovo, di Arto Lindsay, dei racconti che Nicola scrive, della florente scena musicale dell’Emilia-Romagna, dei vinili e ovviamente del mitico Bob Corn. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Nicola, benvenuto sulle pagine di Indie-Roccia.it. Oggi è il giorno del release party di Arto e praticamente giochi in casa e hai anche una band a supporto. Che cosa ti aspetti da questa serata?

Nicola Setti: Questa è una serata molto speciale perchè ci sono tre band e non una sola in realtà, ci sono quasi tutte le persone che hanno collaborato al disco e anche le persone con cui sto preparando il live adesso, quindi per me è un party oltre che il motivo per festeggiare l’uscita del disco. E’ in un posto che amo e ne stavamo parlando da tanto tempo. E’ un occasione per un evento speciale, ci saranno alcune sorprese e appunto quasi tutte le persone che hanno collaborato al disco, quindi Luca Mazzieri, Smash (Stefano Mappa), Luca Lovisetto, Avocadoz (Valentina Gallini). Non c’è invece Glauco dei Comaneci perché é impegnato.

Il tuo primo album, Ahilui, è datato 2013, ma nel frattempo hai suonato parecchio in giro e sono usciti anche alcuni EP, tra cui quelli natalizi, e dei singoli. Cosa è successo in questo periodo?

C’è una parte relativa alle uscite ufficiali, in cui ci troviamo, le registriamo a tracce separate, in maniera più canonica, poi c’è la fase del mixing e quella del mastering. Poi c’è una parte che riguarda gli homerecording, che vorrei comunque mantenere: in America è una cosa piuttosto diffusa e usuale, in Italia forse un po’ meno, ma ci sono anche alcuni artisti, come Alessandro Fiori, che lo fanno da tanto tempo. Mi piace mantenere la parte di homerecording e di demo e la parte più ufficiale. E’ successo un po’ di tutto, mi piace sperimentare, anche con i concerti, tipo quelli ad personam, quelli uno a uno nel frigo, quelli a colazione; mi è anche capitato di fare un concerto su un giallo game in una puntata della Signora In Giallo, che mi ha commisionato Artistincasa, un festival di San Marino. Ero in casa del prete, che era la casa più grande. Lì tutto il paese si chiude e ogni abitante offre la propria casa e in ognuna ci sono microspettacoli di venti persone e io ero in una di queste. Ho fatto quattro repliche. Il mio era un racconto giallo, una puntata della Signora In Giallo, e dentro vi erano i miei pezzi. I partecipanti decidevano che strada prendere e la scaletta e anche la storia cambiavano a secondo delle scelte. Non so cosa succederà con il nuovo disco, per ora abbiamo in programma alcune date più tradizionali, circa quindici o venti. Alcune da solo, alcune con la band, alcune in due. Poi vedremo, magari con la primavera faremo qualcosa di nuovo. In questo tempo, come mi chiedevi, è successo un po’ di tutto.

Hai anche scritto dei racconti. So che sei laureato in lettere.

Sì, sono laureato in lettere. Ho scritto dei racconti in primis per gusto mio personale, poi ogni tanto mi piace fare dei reading durante i concerti, io li faccio in maniera ironica, quasi per prendere un po’ in giro chi fa queste cose. Poi mi hanno chiesto di partecipare ad alcune raccolte di racconti, una in particolare quella di Cattedrali, una casa editrice di Ancona, che conosce i ragazzi della Barberia Records e gli ha chiesto il mio contributo. Era una raccolta di racconti a tema musicale: il primo che ho pubblicato si chiama Pubblico. Poi ho partecipato a una fanzine che si chiama Toastzine ed è uscito questo racconto a tema complotto. Non escludo che il merchandising di Arto possa avere anche una piccola pubblicazione. Il 31 ottobre suonerò a Mani Tese da Bob Corn e il concerto si chiamerà InfArto, visto che sarà per Halloween, e ci saranno alcuni racconti di orrore, che a dire il vero non ho ancora scritto.

Il titolo Arto proviene da Arto Lindsay, ma c’è anche qualche altra cosa dietro a questo.

La promozione è stata fatta molto su questa cosa di Arto Lindsay, che sicuramente c’entra, ma in maniera molto marginale. Diciamo che, intanto che registravo, mi piaceva molto questo suo pezzo che si chiama Simply Are. Per me è bellissimo ed è stato un po’ anche un modo di lavorare, questo di cercare cose che semplicemente fossero, cioè che le canzoni nascessero da sole e quindi di assecondare quello che succedeva in studio, ma anche nella scrittura. E’ stato anche perchè la lavorazione è stata molto lunga, quindi è stato come dare un braccio, quindi un arto. Un po’ anche perché assomigliava a cuore (Heart), poi perchè Ahilui iniziava con la lettera A e volevo che anche questo disco iniziasse con la A, un po’ perchè è un disco più arty rispetto al precedente e, anche con il lupetto in copertina, volevamo giocare con questo concetto di arto e arte. Poi mi piaceva il suono, breve, ma mi rappresentava. Era il titolo uscito durante la lavorazione e credevo che l’avrei cambiato, invece è rimasto quello.

Nel tuo songwriting trovo un umorismo che magari alcune volte puo’ sembrare un po’ strano, ma è assolutamente apprezzabile. Posso chiederti da dove viene? Sono esperienze di vita o cose surreali?

Da una parte non so bene nemmeno io da dove venga. Da un’altra parte credo che sia coltivata perché ci sono alcuni autori che hanno anche un lato umoristico, che però per me sono molto profondi. I miei autori preferiti hanno sempre anche un lato umoristico. Anche in capolavori della letteratura secondo me ci sono sempre vari strati. Molto deriva da alcuni miei parenti, che hanno anche loro questo tipo di umorismo, un po’ da Woody Allen e da altre cose che mi sono sempre piaciute come i Monty Python. Un umorismo assurdo. Jannacci, anche Paolo Conte secondo me ha un umorismo bellissimo. Mi piace molto anche il suo modo di scrivere e come usa gli aggettivi. Non l’ho mai visto dal vivo, ma mi piacerebbe molto andare a un suo concerto. L’umorismo è sempre stato un modo di affrontare certi problemi della vita, mi ha aiutato in certi momenti un po’ difficili, personali, anche non musicali. Credo che l’umorismo in Italia, a parte in passato, non sia usato in modo autoironico in un modo un po’ anglosassone o americano. Intendo in senso melodrammatico, ma anche con ironia: un esempio puo’ essere Morrissey, quando dice “if a double-decker bus crashes into us, to die by your side is such a heavenly way to die”. Se un autobus a due piani si schianta contro di noi e noi moriamo insieme sarebbe una morte bellissima: è tragico, è melodrammatico, ma è anche molto ironico. Ovviamente non vuoi che ciò accada, è un po’ come io che dico: “era bello, era forte, era sano, io ero meglio che morire sotto un treno.” Per me è un modo di essere autoironici che nelle canzoni italiane non vedo tanto, quindi mi sono detto di provare a giocarci e a esplorare questo mondo. Non sono testi comici o demenziali, spesso sono molto drammatici.

Nella mia recensione di Arto, che uscirà tra pochi giorni, ho scritto che i tuoi testi sono divertenti e allo stesso tempo malinconici.

C’è un termine in inglese, dramedy, in italiano direi tragicomico, ma non rende abbastanza.

Nel tuo modo di cantare trovo un certo senso poetico, non nel senso classico del termine, ma in un senso più moderno e diverso. Nelle tue canzoni c’è questa sensazione di qualcosa di semplice, di tranquillo, di nostalgico. E’ un’affermazione con cui ti puoi trovare d’accordo?

Sì, grazie mille. Per me è un bel complimento perché la nostalgia è qualcosa di molto forte e potente, come il rimpianto, che è anche molto presente. Mi sono reso conto, dopo aver fatto il disco, che molte canzoni parlano di persone che non fanno cose o non hanno potuto fare cose o non hanno volute fare cose, quindi sono persone che si staccano da una situazione e riflettono su quello che gli è successo. Le mie canzoni non sono tutte autobiografiche, alcuni sono personaggi. La nostalgia per me è un sentimento molto forte. Questo è un disco che per me, pur essendo fatto con la band, con la batteria, che è più da stadio come suono in alcuni pezzi tipo Iowa, non è cantabile come il precedente. Il precedente, pur avendolo fatto in camera e in garage, lo avevo pensato in modo che ci fossero canzoni pop in cui si potessero trovare dei ritornelli che per me si potessero cantare in coro, in questo album invece meno, secondo me, pur essendo più corale. E’ stato più un lavoro di gruppo, più forte e potente a livello sonoro, almeno per me, però è più intimo e forse più nostalgico, quindi è difficile da cantare in coro.

Parliamo del video del tuo nuovo singolo Presente, che è uscito da pochi giorni: è stato registrato a Berlino e ci sono molte immagini nostalgiche, che sembrano portarci indietro ad alcuni anni fa. Credi che possano avere un collegamento, non solo con questo pezzo, ma anche più in generale con il tuo disco?

E’ stato registrato da Makkinoso ovvero Patrick Aleotti, uno dei miei artisti preferiti. In realtà non sono esperto di arte visiva contemporanea, ho più esperienza nel cinema per motivi di lavoro, ma sull’arte contemporanea non sono molto preparato. Comunque ho un gusto mio e Makkinoso, che tra l’altro vive a Modena, mi piace moltissimo. Pensando a Presente volevo qualcuno che per me rappresentasse l’arte visuale nel presente e ho pensato a lui e allora gli ho chiesto di fare il video per questo mio pezzo. Lui ha risposto di sì, dicendo che lo avrebbe fatto a Berlino, intanto che era in vacanza. Un mio rammarico è stato quello di non aver inserito in Presente un audio che avevo registrato proprio sulla metropolitana di Berlino, mentre ero in vacanza: quindi ho preso questa cosa un po’ come un segno. Oltre al fatto che su un disco che si chiama Arto ci fosse uno dei miei artisti preferiti, su un pezzo che si chiama Presente, che ironizza o riflette su certi slogan punk come “No future”, “No present” e “No past”, mi piaceva il fatto che ci fosse lui. Gli ha dato un aspetto molto frammentario, come in effetti è il presente. “Non ho presente ciò che succede durante il giorno e non si vede”, nel senso che ho presente solo le cose che mi passano davanti. E’ un po’ un gioco sulla percezione.

In questo secondo disco hai lavorato con Luca Mazzieri, con Luca Lovisetto, con Andrea Suriani. Come ti sei trovato con loro? Credi che ognuno di loro abbia messo qualcosa di proprio all’interno del disco?

(Nicola chiama anche Luca Mazzieri e Stefano Bortoli (La Falegnameria Recording Studio), che ha registrato il disco, per parlare della sua realizzazione)

Stefano Bortoli: E’ stato impostato con presa diretta, quindi l’approccio è abbastanza live, piuttosto rock and roll. In seguito ci sono state alcune sovraincisioni, ma l’impronta era quella del power trio.

Luca Mazzieri: Secondo me, da produttore, posso dire che è stato bellissimo e divertente, nel senso che in realtà il disco era già dentro a Nicola. E’ stato bello farlo uscire pian piano, è stato un processo un po’ lungo. Su tre pezzi abbiamo provato questa formazione dove c’ero io al basso, Nicola alla chitarra e Smash alla batteria, però in realtà a dare i colori credo che sia stato un gioco di chiacchiere e di qualche aperitivo. Non volevo imporre dei suoni, cioè fare il produttore che impone qualcosa, ma ho cercato di far sì che Nicola sentisse anche lui che una determinata cosa stesse bene in un certo posto. E’ stata una cosa un po’ a togliere da parte mia. Poi credo che Luca Lovisetto dei Baseball Gregg sia stato la ciliegina sulla torta e non solo per quanto riguarda il mixing. Luca è un grande talento ed è uscito molto bene. Ha collaborato tanta gente, Marco de La Notte Delle Streghe, Stefano, Valentina Gallini (Avocadoz, Tacobellas) ai vocals, ma alla fine è un disco di Nicola. Tutte le volte che lo ascolto ci sento Nicola, non ci trovo una persona che è andata in uno studio e si è fatta produrre il disco.

Questa è una cosa molto positiva.

Nicola Setti: Grazie. Credo che risposto in questo modo sia stato più bello.

Era giusto anche sentire la loro opinione. Grazie mille Stefano e Luca.
Sul tuo disco ci sono numerose influenze di vario genere, indie-rock, folk, post-rock, punk, ma credo che la cosa principale sia il suo cuore pop. Se dovessi utilizzare un’etichetta, quale sceglieresti?

A gusto mio direi rock and roll, nel senso che anche nelle ballate e nelle cose piccole c’è sempre qualcosa che mi fa muovere, proprio fisicamente, ma anche emotivamente. Poi non è un disco rock and roll, ma per me anche alcune cose solo voce e chitarra sono rock and roll, nel senso che mi viene proprio da muovermi quando le sento, mi muovono qualcosa. La cosa bella di fare i dischi solisti è che puoi fare quello che ti pare e quindi non ti devi mettere delle etichette.

Ho questa cosa che ti voglio chiedere da tantissimo tempo. Nel tuo vecchio disco c’è questa canzone, Seppia, che canta molto spesso anche Bob Corn nei suoi concerti: verso la fine del brano c’è questa frase “sarai tu il mio ghiacciolo, è meglio stare solo che senza di te”. Penso che sia meravigliosa. Posso chiederti come ti è uscita?

Avevo un’idea in testa che volevo esprimere anche per cose personali e mi è uscita quella frase lì. E’ una canzone che in realtà prende un po’ spunto da cose reali e un po’ no, un po’ da emozioni riferite anche a persone diverse. Da quello che mi ricordo è venuta fuori molto velocemente: avevo questa frase che non capivo bene neppure io, nel senso che non era lineare o esplicita, però mi evocava quell’emozione che volevo ricreare, quindi l’ho tenuta perché le canzoni che mi piacciono di più sono quelle in cui non capisco fino in fondo il significato, per cui mi viene voglia di ricantarle per capirle meglio. Mi fa piacere se ognuno ci vede quello che vuole e il significato cambia anche per me nel tempo. Nel disco nuovo c’è Orizzonte, un pezzo a cui sono molto legato, che credo sia una sorta di proseguimento di Seppia: parla più o meno delle stesse persone e per me continua quella storia, quindi magari la risposta è in Orizzonte.

Come nasce la citazione degli stati degli Stati Uniti all’interno delle tue canzoni?

E’ nata con il primo EP che ho fatto nel 2007. In agosto ero rimasto a casa e non ero andato in ferie e allora ho deciso di fare un EP chiamando un po’ di amici e poi da lì è andato tutto avanti in maniera molto naturale. Lì c’era un pezzo sugli stati americani che si chiamava Tennessee perchè mi piaceva molto Illinois di Sufjan Stevens in quel periodo. In realtà è nato un po’ da quello e poi l’ho mantenuto come gioco mio, come tratto distintivo del progetto, ma non parlo mai degli stati in realtà, sono degli stati mentali. Li uso per parlare d’altro. E’ chiaro che il riferimento letterario e artistico delle cose che mi piacciono di più ha spesso riferimenti americani e quindi, oltre al suono della parola, c’è anche una parte di immaginario americano.

Il tuo album è uscito anche in vinile: che cosa ne pensi di questo formato che negli ultimi anni è ritornato veramente molto popolare?

Credo che questo trend si intuisse già da un po’. Questo album non avevo intenzione di farlo uscire in vinile, poi, alla Barberia Records, che è l’etichetta con cui sono cresciuto, si è unita anche la Vaccino Dischi, che è un etichetta che non si sa da chi sia gestita, tipo Banksy. Loro mi hanno corteggiato tantissimo ed erano innamorati del disco e ci tenevano a fare il vinile. Oltre al fatto che abbiamo fatto il master per il vinile, per cui suona in modo diverso e anche emozionante per me, abbiamo anche curato l’estetica: è uscito un vinile in edizione limitata, con dei colori particolari e sleeve nera. Quando me lo sono trovato in mano, mi sono accorto che effettivamente era un oggetto molto bello, mi ha stupito molto. Non sono un feticista del vinile, ne ho alcuni, anche di ereditati dalla mia famiglia, ma sono molto contento che il mio nuovo album sia uscito in questo formato.

Qui in Emilia-Romagna siamo ancora parecchio fortunati perché comunque ci sono ancora parecchi progetti che funzionano, che possono essere appunto il Mattatoio qui a Carpi, il Covo, il Freakout, il Locomotiv a Bologna, il Dude a Soliera, il Bronson a Ravenna o l’Hana-Bi, che è una realtà eccezionale. C’è anche tanta gente che ha voglia di suonare, in particolare a Bologna ci sono tanti studenti che formano gruppi. Poi ovviamente c’è Bob Corn, che mi sembra giusto citare. Ti ritieni fortunato a far parte di un ambiente di questo genere? Ti dà degli stimoli come artista?

Mi dà moltissimi stimoli come artista perché mi ha dato e mi dà tuttora l’occasione di andare a vedere tanti concerti. Sono molto legato al luogo, sia per tradizione mia, ma anche a tanti artisti del posto come appunto Bob Corn, di cui sono fan e il fatto che abbia fatto per un po’ un pezzo mio nei suoi concerti è un regalo incredibile: è come Johnny Cash che fa un pezzo mio! Anche a mio zio, che ha sempre fatto il dj qui in zona, ai Lomas, che mi hanno influenzato tantissimo. Sono molto felice come musicista, ma anche come ascoltatore perché effettivamente, muovendomi non tanti chilometri, riesco a vedere molte cose.

Un’ultima domanda: per favore puoi scegliere una tua canzone da usare come soundtrack di questa nostra intervista?

Direi Mi Mancavi.

Grazie mille.

Seguici!
error

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *