Interview: Sacri Cuori

Dopo aver apprezzato il loro nuovo lavoro Delone ho avuto il piacere di intervistare Antonio Gramentieri, fondatore e anima del progetto. Il gruppo è tornato on the road con la sorprendente cantante (italo)australiana Carla Lippis per una manciata di date da non perdere. Come al solito le risposte non sono mai state banali e parlare di Paolo Conte, post-rock e Nada può anche avere un senso se messi nell’ordine giusto.

IR: Da dove arriva Delone, il titolo dell’album?
AG: Delone è un personaggio della fantasia, un viaggiatore misterioso che abbiamo scelto come spirito guida del disco. E’ un uomo delle frontiere e dei viaggi, un uomo che quando deve tirare le fila delle sue radici si ritrova in mano una quantità di simboli e di suggestioni intrecciate, inestricabili. E le canta e le suona, tutte insieme. Un gomitolo di suggestioni che alla fine sono tutto quello che ha, e il senso più intimo del suo percorso. Perchè “le radici” sono dove sei partito, ma anche tutti i posti in cui sei passato e ti è rimasto qualcosa dentro.
In lui c’è un’italianità, chiara, che però risuona nella distanza, e prende un accento esotico.

IR: Ogni vostro lavoro è sempre frutto di una serie di incontri con altri musicisti. Questa volta spicca la presenza di diverse cantanti. Come vi siete incrociati con loro?
AG: Viaggiando si incontra. Abbiamo sempre pensato ai nostri dischi come a dei viaggi, e le presenze che popolano i nostri dischi sono spesso frutto più dell’incontro casuale che della premeditazione. Vale per Carla Lippis, incontrata per caso a Adelaide in Australia, ma anche per Steve Shelley. Se incontri una cantante favolosa, e favolosamente affine, provi a trovare un punto di contatto fra te la canzone. Questo abbiamo fatto, stavolta. Dunque le canzoni con le parole per noi sono un approdo interessante, e anche una sfida. Anche se in fondo abbiamo sempre fatto canzoni, con e senza parole.

IR: La scelta di dirigere il suono verso un territorio più orecchiabile/fruibile è stata premeditata?
AG: Evitando sulla fiducia le dieci pagine di filosofia della musica che servirebbero per capirci esattamente sul concetto di “orecchiabile” e “fruibile”, direi comunque di sì. Abbiamo deciso, deliberatamente, di spogliarci dell’idea per cui il gruppo strumentale è per forza “di nicchia”, e la sua musica per forza vagamente altera e pallosa. Scrivere un buon brano pop di tre minuti è una cosa enormemente più difficile che fare pezzi post rock dilatati di quindici minuti. Scrivere una melodia che dica quello che deve dire in due minuti e poco più è un grande esercizio di sintesi e di messa a fuoco. Per come la vedo io, una prova di maturità.

IR: I testi sono venuti a pezzi finiti o è stato durante la composizione degli stessi?
AG: I testi sono nati più o meno con la musica. Sono stati anche molto curati, rifiniti, sul suono e sul fraseggio delle parole. Perchè se ci metti le parole, le parole devono avere un perchè, ritmico, melodico, e di senso. Il testo di Delone lo ha scritto Dan Stuart su alcune mie immagini, Una Danza l’ho scritto io, Dancing on the other side of town lo ha scritto Carla insieme a me, Souls Ensemble è tutto di Emmanuelle Sigal. Diciamo che ho voluto mettermi alla prova come autore, ma senza la superbia di sapere fare da subito tutto da solo.

 

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IR: Uno dei miei autori e songwriter preferiti è M.Ward e a disco stampato è arrivata la sua versione di Una Danza come è successo?
AG: M Ward è un caro amico con cui ci si vede poco. Ed è anche un artista che stimo enormemente. Ogni tanto mi manda dei messaggi surreali tipo “suono qui stasera, se sei in zona monto una chitarra anche per te”. Quella volta non ero in zona, ma avevo appena ricevuto il master di Delone e allora glielo ho spedito su wetransfer. Lui mi ha risposto dopo due giorni, includendo una sua voce – cantata in italiano – sul suo pezzo preferito, che era Una Danza. Troppo tardi per metterla nel disco, ma talmente bella da doverci fare per forza qualcosa.

IR: Con i Bachi da pietra vi ritengo uno dei gruppi più ‘colti’ del panorama italiano. Siete due progetti agli antipodi per molti aspetti, ma con Giovanni Succi (e per fortuna tanti altri) avete un’ammirazione smisurata per Paolo Conte. A quando un vostro personalissimo omaggio come ha fatto Giovanni?
AG:
I Bachi sono amici, e ogni tanto capita di vedersi. Non so se siamo agli antipodi: la versione più “blues” dei Bachi è stata una cosa davvero nuova nel panorama italiano, e l’ho sentita molto vicina, proprio di pelle. Giovanni ama usare e ascoltare le parole belle, che schiudono significati e aprono mondi in due mosse. Io pure. Passare da Conte è inevitabile, e la sua grandezza non è mai troppo celebrata. Però non sono un grande fan dei tributi, e anzi posso confermarti sin d’ora che il mio personale tributo a Dylan e a Conte, i miei preferiti, sarà non fare mai un disco di loro pezzi, e lasciarli cantare sempre solo a loro.

IR: Avete accompagnato e aiutato Max Larocca a realizzare il suo disco suonando lontani dai vostri lidi abituali, è stato complicato?
AG: Max non è il primo cantautore che incontriamo in studio. Ma è stato quello che forse partiva da zone più distanti da un certo nostro modo “viscerale” di intendere la musica. E’ stato un bell’incontro, ed è tutt’ora una bellissima amicizia, sono contento delle cose fatte insieme. Max è cittadino di molti mondi, musicalmente coltissimo, scrive sempre delle storie, si prende il rischio di raccontare, ed ha una voce molto “importante”, a cui c’è sempre il rischio di rimanere sotto. Credo abbia imparato qualcosa di nuovo a stare con noi, e noi pure, quindi è una cosa buona.

IR: Tra le tante collaborazioni avete registrato con Nada. Mi sembra una delle poche cantanti italiane degne di reggere il confronto con Carla Lippis: vero che apparirà sul prossimo disco?
AG: Detto che Carla Lippis è una forza della natura e una cantante fra le più pazzesche che ho incontrato, Nada è un pezzo unico. Nada è Nada. Nei secoli dei secoli, amen. A un suo concerto ho pianto, per dirti. Lei ha quella cosa. E’ di un’altra razza, una razza estinta. Quando la senti capisci che cantare dovrebbe sempre sige aprire la tua, scarnificarti fino all’osso puro del sentimento. Il contrario delle urlatrici da talent show. Quando canta Nada, le altre è meglio che non cantino, che lascino fare. Non ho idea di cosa succederà con lei, ma ci siamo incontrati ed è stato bello. Mi basta questo, è stato un regalo. Il resto, vedremo.nificare quella cosa: aprire l’anima.

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IR: Visti i numerosi apprezzamenti venuti dall’estero, buon ultimo lo spot svedese della Volkswagen, l’Italia non vi sta ormai un po’ stretta?
AG: Siamo da sempre attivi all’estero come e più che in Italia, anche se  magari non abbiamo più voglia di farci dei mesi consecutivi fuori da casa. Andrà tutto calibrato, capito, organizzato intorno a queste nostre nuove fasi della vita, ma di certo la stampa internazionale di serie A ha trattato Delone benissimo, e ne siamo molto fieri.

IR: Quale delle numerose recensioni è riuscita a cogliere molto di ciò che volevate trasmettere?
AG: Banalmente: quella di The Guardian poichè, al di là del prestigio assoluto della testata e delle quattro stelle, ha colto in dieci righe l’aspetto contemporaneo del progetto e non solo i riferimenti retrò. La recensione si chiude con “something different”, che nel 2015 è un bel complimento. Bellissimo, anzi.

IR: Il 2015 è quasi finito è stato un anno molto buono musicalmente, quali dischi avete ascoltato di più? a parte i vostri o quelli in cui siete stati coinvolti!
AG: Ho ascoltato poche nuove uscite, ma in compenso ho approfondito alcuni suoni africani, specie lo stile Highlife, ho letto tutto John Cheever, sono andato alla Biennale, ho comprato dei bei cataloghi di alcuni dei miei fotografi preferiti, Guido Guidi su tutti, ed Eggleston, ho visto su youtube un live di Jeff Tweedy con suo figlio che mi ha fatto gridare al miracolo. In compenso ho provato spesso ad ascoltare on line le novità suggerite dagli amici di Rootshighway e mi sono cadute le braccia ogni volta. Forse sono cambiato io, ma credo sinceramente che un certo tipo di linguaggio roots sia arrivato alla maniera pura, che serva qualcosa di forte e forse persino violento a scombinare le carte di tutta questa maniera col pilota automatico. Anche perchè quel tipo di roots non esiste più da nessuna parte, non sono roots di nulla, sono esercizi di stile. Per la strada, anche in America, c’è altra musica. E quel tipo di americana non è stato in grado di inglobarla. Per ora, almeno.

Foto by Antonio Viscido

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