Interview: PierAlberto Valli (PAV)

Il secondo lavoro solista di PierAlberto Valli (PAV), ex Santo Barbaro, è stata l’occasione per scambiare due chiacchere con l’autore dell’ottimo Atlas (primo lavoro in solitaria). Abbiamo cercato di scoprire cosa ci riserveranno i quindici brani di Numen che durante il 2019 l’autore pubblicherà prima di vederli definitivamente su supporto fisico.Abbiamo cercato di scoprire cosa ci riserveranno i brani di Numen che ogni mese l’autore pubblicherà prima di vedere la luce definitivamente.

IR: Con Atlas avevi sperimentato nuovi percorsi musicali, la ricerca sta ancora continuando?

PAV: Beh, la ricerca è la base di tutto, almeno per come io intendo la musica. Fare ricerca non è una mera questione estetica. Fare ricerca significa inseguire un contatto tra la musica e il Tempo, mantenendola lontana dalle mode del presente. Il tempo umano esercita una pressione sull’arte, la delimita, cerca di normarla, di conformarla. Fare ricerca significa semplicemente cercare strade alternative da quelle battute dalla maggioranza perché nel momento in cui il flusso dell’arte si interrompe e diventa schema, la musica diviene ripetizione, prodotto e inevitabilmente muore.

IR: Il nuovo lavoro lo stai proponendo piano piano, stai seguendo un preciso percorso o è tutto molto ‘umorale’?

PAV: È strano oggi ragionare su un disco come un sistema organico che parte da un punto A e crea lo spazio per arrivare a un punto B. Quel segmento AB viene oggi scagliato in mezzo a una poltiglia di infiniti punti che nascono e muoiono ogni giorno. Io continuo a scrivere album, con un titolo e un’idea strutturale; allo stesso tempo la fruizione e l’assimilazione della musica è totalmente cambiata e questo è un dato di fatto. Sto solo cercando di proporre ciò che faccio in dosi omeopatiche.

IR: Quali differenze avrà Numen rispetto ad Atlas?

PAV: Tante e nessuna. Se Atlas è un disco suonato dentro l’acqua, Numen è un album intagliato nel legno. L’acqua rimane, ma è in lontananza, è il mare che si osserva passeggiando sulla spiaggia. In generale le differenze maggiori sono nelle sonorità. La scrittura parte sempre da voce e pianoforte, quelle sono le fondamenta. I palazzi sono diversi: in Atlas avevo scelto batterie elettroniche e synth, in Numen ho deciso di non usare nessun suono che provenisse da una macchina, e quindi ho aggiunto le chitarre e una serie di loop ritmici creati partendo da suoni ambientali registrati un po’ ovunque (in casa, in fabbrica, al mare, ecc.).

IR: Ho letto che i brani di Numen arrivano da “studi sulla Bibbia e il Cristianesimo, testi di Jung, Ermete Trismegisto, e anche visioni più “olistiche” come quelle di Annick de Souzenelle”. Puoi accennare a cosa sentiremo nei prossimi brani?

PAV: Questo è il primo album che scrivo su commissione. Non doveva essere un album, ma solo uno spettacolo teatrale andato in scena a maggio 2018 con la compagnia “Città di Ebla”. Il caso ha voluto che la commissione che ho ricevuto fosse esattamente ciò di cui mi stavo occupando da più di un anno: il sacro legato alla figura del padre. E se vuoi provare a capire quel simbolismo devi cercare di andare quanto più indietro possibile, per provare a cogliere la radice di quei simboli e di quei rimandi. I libri che hai citato sono le fonti primarie, ma ovviamente ce ne sono stati tanti altri. Parallelamente, i pezzi che scrivevo per lo spettacolo sono andati sommandosi e, in un attimo, mi sono trovato tra le mani un album.

IR: I brani che finora sono usciti (Non fare tardi e Profumo) sono già due mondi diversi, tanto sperimentale l’uno quanto scarno l’altro. Troveremo entrambi questi elementi negli altri brani?

PAV: Ogni pezzo ha una storia a sé, ma tutti i pezzi nascono dalle stesse premesse. Proprio per quel concetto di album che facevo prima, per me è molto importante che un disco abbia un suono e dei limiti, sia riconoscibile, abbia un colore e una frequenza. Quindi sì, ci saranno tanti elementi diversi, tanti riferimenti differenti, ma un unico cuore centrale, ligneo, da cui si irradia tutto.

IR: Sei riuscito a registrare da solo o hai avuto qualche collaboratore?

PAV: Tutti i dischi che ho registrato, come PAV o come Santo Barbaro, nascono da me, sia da un punto di vista sonoro che da un punto di vista testuale. Tutti sono stati poi portati al Cosabeat Studio da Franco Naddei. Franco ha una capacità rara, che è quella dell’ascolto: mentre ti chiede cosa hai in mente non sta pensando alla risposta che ti dovrà dare. Per me l’approccio primario è sempre legato al suono, prima di ogni altra cosa. In questo mi sento molto lontano dalla musica italiana.

IR: Con chi vorresti o saresti interessato a collaborare in futuro?

PAV: Il progetto Pieralberto Valli nasce in solitaria. Ho messo un punto ai santo barbaro proprio perché mi interessava sperimentare ciò che potevo fare da solo, con tutti i miei limiti. Quello che mi piacerebbe fare, e che credo farò, è dare vita a progetti paralleli in cui possa cercare altri colori, altre frequenze, altre funzioni nella musica. Ci siamo tutti fatti un po’ risucchiare dalle logiche dell’industria musicale, che prevedono dischi, video, interviste, recensioni, ecc. ma che ci distanziano forse troppo dall’atto creativo in sé. Mi piacerebbe avere una sala prove accogliente in cui invitare chi passa dalle mie parti e registrare cose disparate, magari senza nemmeno pubblicarle.


IR: In questi anni tanti autori stranieri che hanno realizzato lavori affini al tuo come Nils Frahm e soprattutto Olafur Arnalds, sono riusciti ad uscire dalla nicchia e parlare a platee più ampie facendo comunque un genere non certo fruibile e complesso. Pensi sia una moda o alla fine la qualità esce sempre e comunque?

PAV: Beh, non a caso hai citato due nomi stranieri… sappiamo entrambi come fuori dall’Italia siano rimaste ancora delle sacche di resistenza musicale, mentre qui il conformismo è talmente prevalente e cannibale che le camere d’aria sono sempre meno, e le luci dei riflettori puntano quasi sempre solo su un punto. L’uomo tende a odiare i propri contemporanei per poi idolatrarli post mortem, quando non fanno più parte della partita, quando non lo mettono più in discussione. La qualità non esiste, è totalmente soggettiva, è figlia del tempo che vive e dentro cui è immersa. Guarda quello che è successo a Nick Drake, a Jason Molina o, recentemente, a Mark Hollis. Sono nomi che hanno abbagliato con il loro passaggio i pochi che hanno avuto il desiderio di capirli. Non credo sia sano chiedere un riscontro ai propri contemporanei, e nemmeno pensare che quello sia il parametro per valutare il nostro percorso. La musica non ha quasi nulla a che fare con questa vita, fonda le radici in un altro spazio, e in quello spazio le parole qualità, pubblico, successo non pesano più di una piuma.


IR: Hai in programma di portare live Numen prima che sia completata l’uscita dei brani o dovremo aspettare l’anno prossimo?

PAV: Farò qualche concerto da qui a settembre. Saranno live molto diversi tra loro per capire le possibilità e definire la linea da seguire successivamente. Al momento i live oscillano in maniera equilibrata tra pezzi nuovi e vecchi, che sono stati riarrangiati come se facessero parte del nuovo album. Poi a settembre si parte.


IR: Stai ascoltando qualcosa in particolare in questo periodo?

PAV: Negli ultimi anni sono andato recuperando dischi che mi ero perso per strada all’epoca in cui, ogni anno, uscivano dischi epocali che spaziavano enormemente da un genere all’altro. Ho recuperato, ad esempio, gli Sparklehorse, Jason Molina in tutte le sue forme estetiche, gli Smog e Bill Callahan, per citarne alcuni. Sono cose che, a quel tempo, non avevo approfondito a sufficienza e che sto riscoprendo ora. E chiaramente tutto questo si riflette nell’ultimo lavoro che ho fatto, che è infarcito di tante citazioni a questi artisti e omaggia ripetutamente Mark Hollis. Ma per una strana legge umana, ora che è morto, Mark Hollis è più vivo che mai.


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