Interview: Old Fashioned Lover Boy

Settimana scorsa è uscito, su etichetta A Modest Proposal Records / Malinka Sound, Bright, il nuovo disco di Old Fashioned Lover Boy. L’occasione è stata propizia per raggiungere Alessandro Panzeri al telefono e parlare delle sfide che la svolta stilistica evidenziata da questo lavoro ha portato con sé.

Questa è la terza pubblicazione di questo progetto, e mi sembra che ogni volta ci sia stata una reincarnazione differente. Sei d’accordo? Se sì, era una cosa che ti aspettavi potesse succedere fin dall’inizio?
Intanto inizio col dire che per me questo disco è il mio secondo, perché la prima pubblicazione Ovvero The Iceberg Theory, la vedo come una raccolta di pezzi che avevo già da prima e che ho semplicemente fatto uscire. Quando uscì quel disco, non c’era un pensiero dietro, ma era più un “ho dei pezzi, ho la mia band, mi sono trasferito a Milano, vediamo cosa succede”. Poi già con Our Life Will Be Made Of Simple Things è cambiato l’approccio, nel senso che ho messo la testa su che tipo di cosa volevo fare, e in realtà io non mi ritengo tanto un musicista, ma più uno che scrive canzoni, quindi per me cercare di cambiare è un modo per crescere, musicalmente e artisticamente, proprio perché lo vedo un modo per mettermi alla prova e vedere dove posso arrivare. Con questo disco, ho cercato di fare un passo lungo, e anzi, avrei voluto che fosse più lungo ancora, ma qualcuno mi ha detto “calma, che se no andiamo a snaturare troppo”. Ho proprio avuto la consapevolezza di voler provare a far qualcosa di diverso per avere degli stimoli, perché se non li hai, si perde il senso di tutto.

Quest’ultima cosa l’ha appena detta un gruppo molto più grosso di te, ovvero i FASK, che hanno detto semplicemente che se non punti alla perfezione, dopo un po’ muori.
Nel mio piccolo, ho avuto la fortuna di suonare tantissimo, soprattutto da solo, e proprio per questo ho avuto bisogno di uno stimolo, per approcciarmi nuovamente con la fatica che deve fare un artista indipendente per fare un disco. Si deve accendere una fiamma e un entusiasmo che ti fa venir voglia di rimetterti in discussione, perché dietro il fare un disco, ci sono tantissimi aspetti da seguire, non solo la registrazione, ma anche cose come l’ufficio stampa e il booking, e avrei avuto voglia di rimettermi a pensare a tutto questo solo sotto lo stimolo del fare qualcosa di diverso. E ora, solo il fatto di stare su un palco e cantare senza suonare alcuno strumento è una cosa che non mi sarei mai immaginato di fare nella mia vita, e questa è la cosa bella.

Hai detto di aver scritto queste canzoni prevalentemente al pianoforte, quindi già da lì si capiva che volevi fare qualcosa di diverso.
Sì, per me questo strumento, nonostante sia il più antico del mondo, è stata una scoperta recente. Sono cresciuto anche facendo cover di Blur, Oasis e Stone Roses, quindi con il sol e il capotasto avanti della chitarra, e l’approccio a strumenti diversi mi ha aiutato a capire quante possibilità melodiche in più ci sono. Per me il pianoforte è stato questo, il potermi cimentare con possibilità nuove dal punto di vista della scrittura. Poi certo, dal punto di vista del suono, Juju mi ha dato una grossa mano, anche dal punto di vista del suonare gli strumenti, però in una fase iniziale io ho familiarizzato col pianoforte e ho tirato fuori una novità nello scrivere e ho scritto tantissimo, poi è stato nella fase successiva che ho lavorato anche sul fatto che poi il disco avrei dovuto suonarlo dal vivo, quindi ho fatto il musicista e questo lavoro mi ha dato molta soddisfazione.

Anche Alex Turner un anno fa parlava del fatto che scrivere al pianoforte ti apre molte possibilità in più, e che per questo il disco degli Arctic Monkeys è così diverso rispetto al passato.
E quello è un disco che ho consumato, non è un riferimento diretto del mio disco, ma probabilmente è una di quelle cose che inconsciamente mi ha influenzato. L’obiettivo era quello di non darsi nessuna barriera, con l’idea di fare un certo tipo di disco, anche se sarebbe stato molto diverso da quello prima.

Immagino che sia stata una bella sfida anche dal punto di vista vocale.
Anche l’approccio vocale è stato molto diverso, io ho ascoltato tanta musica soul e r&b, ma non solo le cose moderne, ma proprio l’Inghilterra del soul degli anni Ottanta, come gli Style Council e i Prefab Sprout. Ho cercato di fare un disco, dal punto di vista sia melodico che vocale, che fosse di soul bianco, ovvero non scimmiottare chi fa un certo tipo di soul perché Madre Natura gli ha dato un certo modo di cantare e suonare e un approccio che, se l’avessi avuto io, non sarebbe stato credibile. Ho cercato di mediare tra le mie caratteristiche vocali e un approccio un po’ più interpretato che viene da quei gruppi che ho citato, ma anche da altri nomi più contemporanei come i Whitney, o James Vincent McMorrow.

Anche i testi hanno avuto un svolta così marcata rispetto al passato?
Il disco precedente è stato molto autobiografico, riflettevo molto su me stesso, sulla mia situazione e su come stavo vivendo la mia vita, su come riuscissi a essere felice godendomi la semplicità delle piccole cose e la mia dimensione quotidiana. Qui, invece, ho fatto molta ricerca sul genere, cioè ho preso proprio riferimenti da Marvin Gaye a Kanye West e ho provato a unire il mio modo di scrivere e stilemi della musica soul. La canzone più esemplificativa di quello che sto dicendo è Elle, nella quale le strofe sono influenzate da un modo di scrivere più all’antica e il ritornello rappresenta più il mio modo di scrivere.

Almeno un elemento di continuità nel disco rispetto al precedente, però, c’è, ovvero averlo fatto con Juju.
Questo disco è stato un parto, perché inizialmente non pensavo di lavorare ancora con Marco, più che altro perché sapevo che stava andando verso altre direzioni dal punto di vista musicale. Poi, però, ne abbiamo parlato e abbiamo capito che avevamo la stessa idea, così ci siamo imbarcati nell’avventura. Il problema era che il disco degli Any Other era in uscita, aveva un sacco di date con la band, aveva già altre produzioni, stava preparando il suo disco, quindi è stato fatto tutto nei ritagli di tempo. Io non avevo scadenze, perché tanto avevo già deciso di cambiare le persone con cui lavorare, quindi non avevo nessuno che mi aspettava, quindi ce la siamo presa con molta calma. Alla fine, comunque, c’è la soddisfazione di averlo fatto io e lui nel suo studio casalingo, a parte le batterie che le ha messe Jack, il mio batterista. Per il disco vecchio, ero arrivato da Marco con delle strutture più sviluppate, mentre qui avevo solo dei provini piano e voce e altre idee che avevo in testa, per cui abbiamo sperimentato tantissimo e lavorato in modo molto approfondito sui suoni, abbiamo usato tantissimi synth, e poi il suo modo di lavorare è “a togliere”, ovvero lui butta dentro tantissima roba, c’è un momento in cui non si capisce niente, però lui non lo sta facendo a caso, ma tutto ha un senso, e poi comincia a togliere e vengono fuori quelle cose che sentite.

La mia canzone preferita del disco è Lovesong n° 6, per cui ti chiedo di dirmi quello che vuoi su di essa.
È il perfetto esempio di quello che ti ho appena detto, è la canzone più completa e complessa del disco. Ne avremo 7 o 8 versioni diverse, poi quando abbiamo queste incertezze, la scelta la facciamo quando, appunto, andiamo a togliere e raggiungiamo la sintesi del pezzo. L’ida iniziale era nata tantissimi anni fa e l’avevo lasciata lì senza mai chiuderla, poi l’ho ripresa quando ho iniziato a scrivere al piano, ma in realtà è uscita un’altra canzone. Ci sono un po’ di riferimenti, in alcuni momenti anche chiari secondo me, c’è un richiamo a Daydreaming dei Radiohead, sempre per il discorso dei riferimenti inconsci, e c’è tanto soul contemporaneo. Anche per me è la canzone più bella del disco.

Parlando, invece, di Good Times, secondo me in essa si sente il vecchio Old Fashioned Lover Boy. Sei d’accordo?
Sì, ed è messa lì proprio per quello, perché c’è stato un momento in cui ho avuto bisogno di un ritorno alla semplicità. E poi è una delle due canzoni, insieme a You, scritte alla chitarra e non al piano, probabilmente è per quello che richiama più il mio passato, poi ci sono dei richiami ai Pavement, e in realtà, soprattutto ora che sto preparando il set dal vivo da solo per alcune date, mi sono reso conto che è vero che se riporti le canzoni alla loro essenza solo chitarra e voce, non c’è poi una grande differenza nel modo di scrivere. Può cambiare il vestito, ma sono sempre io che scrivo.

Al di là dei set da solo, come sarà quello completo?
Saremo in quattro, per ora ho una data a Bologna e una decina all’estero tra settembre e dicembre, è un set elettrico ed è quello che voglio portare avanti.

In questo momento, per chi fa musica in Italia ma ha influenze più internazionali, è un buon momento, perché ci sono diverse partecipazioni a showcase festival in giro per l’Europa e anche date vere e proprie. Sono opportunità a cui pensi anche tu?
Quella è la direzione che devo prendere, e mai nemmeno per un secondo mi sono preoccupato di come questo disco potrà andare in Italia, le date qui saranno molte meno per poter suonare di più all’estero.

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