Interview: Of A Letter Kept

Loro sono gli Of A Letter Kept. Da Padova, scrivono canzoni come se fossero lettere che poi non consegneranno mai, un semaforo tra garage-rock e brit-pop passando anche per delle suggestioni elettroniche delle più fini. Il loro nuovo singolo s’intitola Saturday’s Trap e l’occasione ci ha permesso di scambiare quattro chiacchiere con loro.

«“Saturday’s Trap” è una confessione agli amici ed a una ragazza. Con un brano più pop del nostro solito vogliamo provare a dire che spesso si può essere sinceri, romantici e anche un po’ stupidi allo stesso momento, sorridendo nel dire cose hanno un forte significato, ma che ormai sentiamo solo nei film. Nel ritornello, tra frasi fatte e all’apparenza banali, noi ci ridiamo su e ci sentiamo un po’ come Leonardo di Caprio aggrappato ad una porta.»

Com’è fare musica con un sound così internazionale quando in Italia la tendenza è opposta?
È sicuramente stato il destino a noi funesto che ha deciso che nel momento in cui abbiamo iniziato a suonare insieme, la musica indie in italiano avrebbe preso tutta la luce dei riflettori ma che ci vuoi fa’! Ai nostri pochi ma fedeli ascoltatori cerchiamo sempre di dimostrare che: si facciamo musica in inglese, si abbiamo un suono un po’ diverso, ma cerchiamo comunque di non scadere nei cliché delle band italiane che vogliono a tutti i costi sembrare International solo per il gusto dell’esterofilia.

Presentate il vostro progetto a chi vi conosce per la prima volta con questa intervista?
Il nostro nome è sempre stata la maniera migliore di presentarci, scriviamo canzoni come se fossero Lettere che non consegnamo mai al destinatario, le teniamo e le cantiamo. Abbiamo dai 19 ai 22 anni e sarà la giovane età, ma non sappiamo ancora definire il genere di musica che facciamo. Il nostro primo album “The Lights on the Tree” l’abbiamo registrato in Salotto e mixato in camera da letto e quando abbiamo registrato l’ultimo singolo con un produttore come Marco Ravelli in uno studio vero eravamo come foche in una piscina di palline. Ci piacciono le chitarre distorte ma anche tutti quei suoni elettronici che appaiono qua e la, tipo Bon Iver. Le nostre canzoni sono un po’ malinconiche ma le cantiamo col sorriso. Siamo un Long Island di cose strane.

Di cosa parla Saturday’s Trap? E perchè lo sento particolarmente estivo?
Alla fine di tutto è una confessione a una ragazza e agli amici, è un cercare una scusa per non aver fatto certe cose e per averne fatte di altre. Questa canzone fa parte di quell’insieme di cose normalissime e semplici che tutti prima o poi proviamo ma che non diciamo mai senza sapere il perché. Lo senti estivo perché lo abbiamo scritto d’estate in una cameretta senza climatizzatore con un assillante desiderio di mare e di Spritz dentro di noi, quindi se ti è arrivato ti tocca berti un aperitivo con noi in spiaggia.

E’ sabato sera, e c’è il concerto d’addio alla carriera dei Kings Of Leon (non ne so i motivi), ma quella stessa sera avete un concerto all’Ohibò. Cosa fate?
Ohibò tutta la vita. Per quanto ci piacciano i KOL, suonare ci piace di più, se poi ci dici proprio un posto che per noi è come Santiago di Compostela per i credenti, ce la faremmo pure a piedi con gli strumenti su un cammello.

Quali sono le altre vostre influenze, qualcosa che non ci aspetteremmo?
Tra la nostre influenze ci sono sicuramente artisti che ci si aspetterebbe ascoltando la nostra musica, abbiamo qualche riff alla Temper Trap, un che degli Arctic Monkeys e degli Struts, anche i Rezophonics a quanto pare hanno lasciato il segno su di noi, ma nonostante tutto abbiamo anche dei gusti più repressi, che non diciamo per non destare sospetti tra le nostre famiglie. Vi diciamo solo che a qualcuno di noi piace il jazz, a qualcuno Irama, a qualcuno l’Officina della Camomilla e a qualcuno i Pop X.

Esiste una scena padovana? Chi ne fa parte?
Qui da noi vanno molto le feste della birra e le sagre che però sono ormai il regno delle tribute band, quindi tutto questo spazio poi non c’è e nei locali è difficile proporre musica originale. Qualche spiraglio di luce si vede, grazie a gruppi come i “Cactus?” E i “Joe di Palma” Che stanno riuscendo a fare breccia nella nostra zona e questo ci sta dando un bel po’ di speranza. Ci sono davvero tante cose interessanti, soprattutto in italiano come i “Baruffa” e i “Mediterranea Nadir” quindi possiamo dire che una scena c’è, e anche variegata, ma sarebbe bello ci fossero più palchi per farla crescere ancora di più.

Cosa c’è nel futuro dei Of A Letter Kept?
Nel nostro futuro ci sono tante canzoni e tante idee che speriamo di poter realizzare. Ci piacciono tanto i festival e non ne abbiamo ancora fatto uno, ci piacciono tanto gli album strani e non ne abbiamo ancora fatto uno, ci piacciono tanto gli house concerto e non ne abbiamo ancora fatto uno. Insomma, abbiamo tante cose che vorremmo fare e stiamo cercando di depennare via via sogni dalla nostra lista, prima però dobbiamo trovare la penna giusta.

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