Interview: N.A.N.O.

Al telefono con Emanuele Lapiana, si è parlato di diversi aspetti legati al recente Bionda E Disperata, ma anche, più in generale, di come si è evoluta l’attitudine del musicista trentino e di come, conseguentemente, sia cambiato l’approccio realizzativo ed emotivo al proprio lavoro.

Hai definito questo come un disco femmina, “una disca”, ci spieghi qualcosa in più su questo?
È stata una cosa abbastanza naturale, il disco è venuto fuori dopo un periodo complesso, credo che tu sappia che Dennis (Pisetta) è morto, e in più ho cambiato vita, perché prima vendevo prodotti alimentari italiani in giro per il mondo, e poi mi sono inventato questa agenzia di comunicazione sonora, per cui ho proprio cambiato tutto. Quando ci sono cambiamenti così forti, si impara tanto e ho scoperto che credo che ciò che mi spinge a fare musica sia un sentimento più femminile che maschile, è la mia parte meno alpha di tutte. Me ne sono reso conto e ho lasciato libero sfogo a questa cosa, per cui, più che in passato, ho evitato di prendermi sul serio, mi sono divertito molto e me ne sono fregato di un sacco di cose.

Tra le ricompense del crowdfunding c’è un vinile esclusivo che si intitola Migrante Digitale. Cosa ci puoi dire su di esso?
Negli ultimi anni, mi sono dilettato a sperimentare tanto, con diverse cose, e questo è il frutto di un esperimentone. Io mi considero un musicista analogico, vengo dal rock e ne ascolto ancora tanto, però, ho fatto una migrazione diventato un musicista digitale. Il disco è stato concepito, creato e sviluppato su un computer, per cui tutti i suoni che ci sono dentro sono, appunto, digitali. In più, ho spinto molto a fondo con le dinamiche e con tutta una serie di cose che poi mi hanno messo in una condizione particolare. Infatti, quando ho deciso di stamparlo su vinile, perché ritengo il vinile un mezzo con cui si ascolta musica in modo rituale e sicuramente adatto al contenuto di questo lavoro, più altre cose positive, come ad esempio il fatto che il suono sia diverso, mi sono trovato di fronte alla dura realtà che, su un mezzo come il vinile, non puoi fare certe cose che puoi fare con la stampa digitale. Quindi ho dovuto ritrasformarlo, ad esempio le frequenze basse sul vinile sono in mono per le caratteristiche fisiche del vinile, oppure le dinamiche del suono non possono essere troppo violente, se no la puntina salta. L’ho chiamato Migrante Digitale perché parte da me che sono un musicista analogico, che vado nel digitale ma poi la mia opera si ri-trasforma in musica analogica, ma dopo essere stata in un mondo digitale, è un po’ come se tu andassi a vivere in Inghilterra e poi tornassi qui, sei sempre tu, ma sei cambiato. È tutta musica strumentale, molto diversa dal pop che faccio di solito, e non renderò mai digitale questa raccolta, né la ristamperò mai, la può scoltare solo chi ha queste copie.

Adesso ti dico tre cose che ho scritto nella recensione e tu mi dici cosa ne pensi. Iniziamo dal suono, visto che ne stavamo parlando. Mi sembra questo disco sia molto più improntato verso l’elettronica rispetto agli strumenti tradizionali come chitarra e pianoforte, soprattutto nella prima metà, mi sembra che la chitarra esca in alcune canzoni nella seconda metà e il pianoforte nelle ultime canzoni.
In realtà, il pianoforte è una presenza abbastanza fissa nel disco, è proprio una costante, mentre di chitarre ce ne sono molte meno, e di elettronica ce n’è proprio tantissima. Mi interessava esplorare questo mondo, probabilmente nel prossimo disco farò una cosa completamente suonata, ma stavolta sentivo proprio la necessità di andare in profondità sugli aspetti legati all’elettronica. Il disco è concepito come un viaggio, quindi il modo migliore per ascoltarlo è dall’inizio alla fine, perché ci sono diverse ambientazioni anche sonore, e secondo me ci si ode molto di più il CD o il vinile rispetto al formato digitale, perché gli ambienti si compenetrano, e sono pensati per essere fruiti così, è volutamente un ascolto “alla vecchia”. Infatti, anche per il crowdfunding ho mandato il file col disco per intero, proprio per questo motivo, perché quel file permette di ascoltare il disco come lo si farebbe su CD o su vinile. La scaletta non è pensata in modo da mettere come primi brani quelli che colpiscono, ma abbiamo deciso di far entrare l’ascoltatore pian piano fino ad arrivare ai momenti più intimi che sono verso la fine del disco e che hanno bisogno di un certo climax e di una certa attenzione per essere goduti al massimo.

Un’altra cosa che ho scritto è che, tra le altre, il suono ha la caratteristica di far risaltare più che in tutto il tuo passato lo scheletro della canzone, ovvero le melodie, il timbro vocale e i testi.
Questo è verissimo, ci hai preso in pieno perché ci tenevo, anche se il suono è molto stratificato, volevo che gli arrangiamenti fossero più chiari possibile, e che lo scheletro della canzone fosse molto visibile, infatti sarà una bella sfida quando faremo i live acustici perché mettono a nudo ancora di più le strutture.

L’ultima cosa di cui ti volevo chiedere tra quelle che ho scritto riguarda i testi: mi sembra che, in questo disco, parli di meno di ciò che succede a te, alla tua persona, e di più di ciò che osservi attorno a te, di ciò che succede fuori di te.
Hai ragione e concordo. Mi sento sempre più outrospettivo che introspettivo. Probabilmente è anche l’età, ti apri al mondo, lo guardi e lo racconti.

Non pubblichi un disco dal 2011, quindi mi chiedo se le canzoni di questo disco sono nate tutte in un periodo ben determinato o alcune di esse sono nate diversi anni prima rispetto ad altre.
Io sono un macinatore continuo di idee, avevo pronti quasi una cinquantina di brani per questo disco, poi li ho scremati, alcuni di loro hanno anche subito variazioni grosse, ho preso pezzi di ritornelli e li ho messi su pezzi di strofe di altri brani, è stato un lavoro lungo e costante, anche se il grosso l’ho fatto nell’ultimo anno. Per cui posso dire che il processo realizzativo è stato, appunto, lungo e costante, mentre quello realizzativo, ovvero tirare le fila dei brani, si è svolto tutto nell’ultimo anno.

Sia in questo disco, che nel precedente, hai avuto diversi ospiti, però lì hai anche fatto cantare loro diverse parti, mentre qui meno, poi c’è Pacifico come ospite comune tra i due dischi, per cui volevo sapere intanto com’è stato il rapporto con gli ospiti in questo disco, nel senso di quanto spazio hai lasciato alla loro creatività, e poi se ci sono state differenze da questo punto di vista rispetto agli ospiti del disco precedente.
Ne I Racconti Dell’Amore Malvagio mi interessava proprio la vocalità degli ospiti, quindi li ho scelti soprattutto in base a quell’aspetto lì, però già allora avevo iniziato a lavorare con diversi strumentisti, perché volevo contaminarmi, una volta ero più desideroso di affermare la mia personalità artistica sulle altre, come dicevo ero molto più alpha, e questo ha senz’altro dei pregi, ma anche molti limiti. Negli ultimi anni, mi sto godendo tantissimo vedere come la mia musica possa cambiare, evolversi e prendere strade inaspettate quando attraversa altre persone. Ho quindi cercato, per questo disco, musicisti di grande personalità, che dessero un contributo non solo esecutivo, ma anche creativo. Così come mi interessava la personalità vocale ne I Racconti, mi interessava quella strumentale qui.

Parliamo delle canzone Credits, che trovo un’idea bellissima, non credo he qualcuno abbiam mai fatto una cosa del genere e mi piacerebbe che questa canzone apra una strada, perché l’idea di spiegare la natura del disco e di ringraziare chi ci ha lavorato in un modo così musicale e così forte e potente la trovo stupenda.
Io, in realtà, avevo già sentito una cosa simile nel primo disco di Riccardo Sinigallia, forse non era proprio così intenzionale, ma c’è una brano in cui Riccardo ringrazia gli strumentisti, il modo mio è sicuramente più pensato, ma l’idea l’ho mutuata da lui, e mi piaceva tantissimo, perché negli ultimi anni ci sono state alcune professionalità che hanno risentito dell’avvento del digitale, nel senso che i credits di certo non li leggi quando ascolti le canzoni da Spotify o da Apple Music, e questa cosa, secondo me, è svilente, perché la musica è sempre un processo creativo fatto tutti insieme, e tutte le persone che ho chiamato per questo disco sono molto brave nel fare quello che fanno. Volevo non solo dar loro dignità, ma spiegare quello che hanno fatto, e poi ci tenevo a ringraziare chi mi ha dato una mano come i crowdfunders e chi ha creduto nel disco. La traccia è un rimasuglio del finale di Spartiacque, la prima canzone del disco, rieditato e reso molto emozionale e pensato per lo scopo che ho detto, e anche il fatto che citi certe persone mentre si sente il suono di certi strumenti è voluto.

Dal punto di vista dei concerti, cosa possiamo aspettarci dalle date che hai annunciato? Ho visto che quella di Milano è acustica, quindi immagino avrai due set pronti.
Il set completo è formato da quattro musicisti, e tuti suoniamo diversi strumenti: io le chitarre e le tastiere, e canto, poi c’è Davide Tamagnini che suona basso, synth e segue l’organizzazione di loop e basi, poi c’è Adele Pardi, una cantante, violoncellista e pianista, e infine Matteo Dallapé che suona batteria acustica ed elettronica. È un set vario e molto variopinto come colori musicali, e suoniamo sia le canzoni di questo disco, ma anche quelle dei dischi precedenti, con una scelta di quali sono le migliori da far sentire al pubblico che mi sta conoscendo o mi conoscerà con questo disco, e che quindi non sa niente del mio passato. Ci saranno anche canzoni di c|o|d e Lovecoma, riarrangiate, poche ma buone. La stessa idea è alla base anche del set acustico, che abbiamo chiamato “radice di N.A.N.O.”, visto che la band al completo è formata da quattro persone, mentre nel set acustico siamo solo io e Adele. Ci tenevo che ci fosse lei anche nel set acustico perché in passato non avevo mai cantato con cantanti donne, a parte le due canzoni con Sara Mazo nel disco precedente, e quell’esperimento mi era piaciuto così tanto che, se ascolti bene questo disco, dal punto di vista vocale le uniche voci oltre alla mia sono tutte femminili, perché mi interessava tanto questa vocalità, e alla fine è una delle ragioni del fatto che si tratta di un disco femmina. Nel live, Adele suona il violoncello e io un po’ l’iPad e un po’ la chitarra, e la cosa principale sono le voci che si intrecciano e lavorano insieme.

Chiudiamo con una curiosità che ho sempre avuto sul tuo passato. Sappiamo che Preparativi Per La Fine era già pronto nel 2001 ma non è mai stato pubblicato fino al 2005. Mi chiedo: quando l’avete fatto, avevate idea che ci fosse questo rischio, stavate pensando “siamo dei pazzi visionari e nessuno ci pubblicherà”, oppure questi anni senza pubblicazione li avete vissuti come una cosa inaspettata?
Non ce lo immaginavamo per niente, e in realtà Preparativi Per La Fine è un insieme di provini, era appunto la preparazione del secondo disco che avremmo dovuto fare con la Virgin. Poi, però, non siamo andati d’accordo e sono rimasti lì finché la Fosbury non ha voluto pubblicarli. È stato davvero inaspettato questo disaccordo, e in quella fase non ci aspettavamo nemmeno che poi saremmo stati destinati a chiudere la nostra avventura, poi sono successe diverse cose tutte insieme, e tutto si è bloccato, fino alla pubblicazione del 2005.

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