Interview: Marta Tenaglia

Finalmente è uscito Guarda dove Vai, il primo album di Marta Tenaglia, artista che seguiamo da sempre con grande attenzione. Non potevamo farci sfuggire l’occasione di incontrarla di persona e l’occasione di un piacevolissimo aperitivo al circolo Arci Bellezza è stata propizia. Abbiamo cercato di proporre domande a 360° e Marta non ha mai mancato di dare risposte significative su qualunque argonento.

E proprio domani, Marta e la sua band iniziano con le prime date live che seguono la pubblicazione dell’album. eccole:
15/06 FANO – Fano Rocca Malatestiana by Fabbrica Urbana
16/06 PARMA – Postwar Cinema Club
22/06 TORINO – sPAZIO211 Open Air
16/07 MASSARELLA (FI) – Reality Bites Festival

Quando era uscito il primo singolo Bonsai ti avevo mandato alcune domande via mail, e, parlando della correlazione tra la tua musica e te come persona, ti eri descritta così: “poche scuse e poche difese, a cuore aperto sempre, che arrivino gioie o padellate in faccia”. Adesso che sono passati due anni e hai pubblicato un disco, come ti vedi rispetto a quello che avevi detto allora?

Intanto vedo che quello che ho detto viene usato contro di me… No dai scherzo, devo dire che sono ancora esattamente lì, forse ho chiuso qualche porta nel frattempo, perché ho capito che tenerle aperte fa solo male e non serve, però sono ancora lì.

Io nella mia vita ho sempre pensato che non è giusto che chiunque, per meritarsi qualcosa, debba pensare a come deve comportarsi. Sarebbe giusto che ognuno, se non fa niente di male ovviamente, possa ottenere le cose semplicemente comportandosi per quello che è. Ascoltando le tue canzoni, sento che anche tu stai dicendo questa cosa. Sei d’accordo?

Sì, quello che dici mi suona, poi dipende anche dalla declinazione pratica di questa idea, però anche io sento che ogni tanto essere semplicemente se stessi non basta, e non è giusto. Io sono così, la musica che scrivo è questa, quello che ho da dire è questo, punto, no? Invece no, sembra sempre che ci sia qualcosa che ti sfugge, qualcosa che devi essere, qualcosa per cui devi stare al passo. E, sinceramente, se dev’essere così, forse non è per me. Spero che non sia così. Per adesso io ho la fortuna di avere un team che mi sostiene tantissimo, che non ha mai cercato di farmi prendere una strada diversa da quella che volevo prendere, sono stata lasciata libera di evolvermi dalla chitarrina e voce fino ad arrivare alle zarrate che ho messo nel disco, senza che nessuno mai abbia avuto da dire niente. Questo, per me, è importantissimo, invece mi sono arrivati dei feedback, anche da amici e da persone che mi ascoltavano, secondo cui “eh, però, la chitarra e voce…”. Perché? Io non sono solo chitarra e voce, sono tante cose, e poi perché devo rimanere fedele… a che cosa poi? Per il momento sento che l’unica cosa che faccio perché bisogna farla è stare dietro ai social.

Col tuo team hai iniziato a lavorare due anni e mezzo fa. Le canzoni, in quel momento, le avevi già scritte?

No, c’era solo Bonsai, e Sono Oceano, che è la più vecchia, e in realtà ha 10 anni. A dirla tutta, c’era solo un accenno di Bonsai, era ancora un po’ traballante. Le altre sono venute col tempo, anzi, ora che mi ci fai pensare, tranne Ventilatore, sono arrivate tutte almeno un anno dopo rispetto a quando abbiamo iniziato a lavorare su Bonsai, ovvero a settembre del 2019, avevo iniziato a scriverla a maggio 2019, appena dopo il Pending Lips al Tambourine. Avevo appena iniziato a lavorare al computer con Garage Band e ho iniziato a scrivere Bonsai.

Visto che mi parlavi delle zarrate del disco, ti faccio una domanda da persona più abituata ad ascoltare musica d’impostazione rock. La sensazione che ho io è che, visto che i tuoi testi sono forti e senza compromessi, la musica vada di pari passo nell’essere dura, spigolosa e non facile da ascoltare. Non è che io metto il tuo disco e mi rilasso ascoltandolo, proprio perché trovo i suoni ruvidi e spigolosi, ed è anche giusto che sia così, perché, come ho detto, tutto ciò si lega bene ai testi. Ti chiedo di dirmi qualcosa in più su com’è nata questa scelta di avere questo tipo di suoni.

Le scelte a livello di suoni sono un po’ del produttore Federico Carillo, un po’ mie e un po’ di Rabbo, ovvero Raffaele Scogna, l’additional producer. Lui prendeva i pezzi finiti e ci faceva i suoi ricamini, che poi nel concreto hanno dato una veste diversa a tanti pezzi, tra togliere, mettere, aggiungere un riff. Il mondo sonoro che emerge, quindi, è frutto delle scelte di tre persone, e direi che Federico ha fatto le scelte registiche, io ci ho messo dentro tutto quello che potevo e che sentivo di voler tirare fuori da quei pezzi, e in realtà è emerso un mondo piuttosto oscuro. Io stessa non mi aspettavo di essere così scura, certo c’è sempre un velo di tristezza partendo da chitarra e voce, ma mi sono scoperta un po’ darkettona.

In questi ultimi anni non hai solo lavorato al disco, ma hai fatto anche cover, podcast, playlist e altro. Ovviamente, si potrebbe pensare che l’hai fatto solo per promuovere il tuo nome in vista dell’uscita del disco, e che ora che la tua musica è uscita, non hai più bisogno di fare queste altre cose. Però, è davvero così? A me non sembra solo una scelta promozionale, ma qualcosa che ti piaceva fare, quindi ti chiedo se, in futuro, vuoi andare avanti a esprimerti anche in questi modi.

Mi piacerebbe, soprattutto fare i podcast, perché ne ascolto sempre di più ed è un mezzo espressivo che mi piace tantissimo. Secondo me la musica è anche dialogo e scambio e penso che ci debba essere una cura del mondo che le sta intorno. Ovviamente, in questo periodo sono stata assorbita dall’album e dai live, ma, quando è uscito il primo singolo, l’idea di fare queste altre cose è nata per far sì che le persone capissero chi fossi e potessero inserire le mie canzoni in un contesto. Secondo me abbiamo costruito bene, un passo alla volta, il terreno per pubblicare questo album, e certamente mi piacerebbe continuare a fare almeno i podcast.

Anche le cover secondo me erano venute bene.

Quelle iniziali? Le trovo molto tenere, molto home made, però mi sono servite tantissimo, anche nella scrittura dei pezzi miei secondo me.

Spesso mi piace chiedere a chi intervisto di parlarmi di una canzone in particolare, nel tuo caso ti chiedo di farlo con Chi Può, che secondo me è un po’ il centro di tutto il contenuto del disco.

Per me il riscontro che ha avuto Chi Può è una grande sorpresa. Io le sono molto affezionata, ma non pensavo che sarebbe arrivata così tanto, e invece è arrivata molto di più di tanti altri pezzi, e la cosa mi rende felice, perché contiene una serie di tematiche a cui tengo molto. In realtà pensavo che fosse la canzone meno catchy e meno facile di tutte, e quindi sono stata molto contenta di com’è stata accolta. Su com’è nata la canzone, posso dire che Federico, il primo giorno che ci siamo visti, mi ha detto “quest’estate devi scrivere qualcosa ogni giorno”, ma io ho retto solo due mesi a fare così, perché io e la costanza non andiamo d’accordo. Tra le cose che ho scritto in quei due mesi, c’era anche il riff del ritornello di Chi Può, che poi è rimasto lì fino a un anno fa, quando l’ho ripreso in mano. Poi inizialmente era in inglese, si intitolava “Keep On”, comunque ci ho visto qualcosa ed è stato il trampolino di lancio per parlare di tutta una serie di cose che mi stavano a cuore.

Ne ho sentiti diversi di musicisti italiani che per vedere come suona una canzone, ci mettono delle parole in inglese.

Perché l’inglese è molto più malleabile, poi scrivere un bel testo in inglese è difficile, però è una lingua che si presta di più, perché è più duttile. A me ogni tanto in realtà viene fuori direttamente l’italiano, ma in altri casi l’inglese mi è utile in fase di scrittura iniziale. Poi, come dicevo, i bei testi in inglese sono un’altra cosa, ad esempio penso a Han, lei sì che è in grado di scrivere testi bellissimi e complessi in inglese, i miei spesso sono in inglese maccheronico…

Io una volta ero andato a vedere i Verdena nel nord della Svizzera e avevano degli abbozzi delle canzoni dell’ultimo album, le cantavano con queste parole in inglese che non volevano dire nulla, però in realtà servivano solo perché avevano un suono sensato e facevano capire come sarebbe stata la canzone, e, come dicevo, anche parlando con altri, so che in diversi lo fanno.

Io avevo iniziato a scrivere in inglese, quando ho iniziato a fare musica, avevo un trio rock che vabbè, lasciamo perdere, eravamo io, mia sorella e una mia amica e io scrivevo le canzoni in inglese, non sapendolo, quindi ti lascio immaginare i testi.

Ora che hai l’occasione di portare il disco su un palco, come funziona il live?

Siamo in tre, c’è Teo ai synth e alla chitarra e Davide alla batteria. Sono due persone con cui mi trovo benissimo anche umanamente, ci siamo proprio trovati e stiamo costruendo un live che sa anche di costruzione di relazioni umane. In realtà, a me piacerebbe anche riuscire ad andare oltre alla performance musicale, fare uno show visivo, ma non ho il tempo e le risorse per farlo e non è questo il momento della mia vita in cui posso permettermi di farlo. Però, secondo me, noi tre stiamo mettendo, in quello che facciamo, una marcia in più. Stiamo anche preparando qualche cover un po’ pazza. Sono molto contenta.

Hai qualche canzone già scritta da parte, oppure, finito il ciclo di questo disco, ricomincerai da zero anche con la scrittura?

Ho una cosina, che è lì da un po’ perché non era ancora il momento di lavorarci. Come dicevo, non riesco ad avere costanza nella scrittura, forse la costanza stessa mi spaventa, e poi non voglio avere l’angoscia che mentre scrivo l’album devo anche scrivere altre cose, non voglio essere iperproduttiva. Se ho qualcosa da dire, lo dico, se non ho niente da dire, non lo dico.

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