Interview: Go!Zilla

I Go!Zilla ritornano oggi con un nuovo album, Modern Jungle’s Prisoners, a tre anni di distanza dal loro sophomore Sinking In Your Sea. Con questo nuovo disco la band fiorentina psych-garage non solo ha allargato la sua formazione da tre a cinque elementi, ma ha anche apportato alcune novità stilistiche al proprio sound. Nei giorni scorsi abbiamo intercettato al telefono il gentilissimo frontman e chitarrista Luca Landi per parlare sia del loro terzo lavoro e delle novità, ma anche di esperienze passate e tanto altro. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Luca, ben ritrovato sulle pagine di Indie-Roccia.it. Per prima cosa volevo chiederti se sei contento per venerdì prossimo, quando uscirà il vostro terzo album, “Modern Jungle’s Prisoners”.
Sì, certamente, ma anche per sabato scorso, quando abbiamo suonato al Levitation Festival ad Angers in Francia. E’ stata una bomba. Per me era come il nostro release-party ufficiale. La nostra etichetta, la Teenage Menopause, aveva messo lo streaming del disco su un sito francese proprio il giorno prima, quindi molta gente lo aveva già ascoltato.
Per quanto riguarda venerdì prossimo certamente è una data che stiamo aspettando da molto: non dico dal 2015, perché poi il tour successivo a Sinking In Your Sea si protrasse per un anno e mezzo, ma diciamo che era dall’inizio del 2017. (la nostra comunicazione si interrompe a causa delle schermo delle montagne, mentre Luca sta viaggiando tra Bologna e Firenze – appena un minuto dopo, però, riusciamo a riprendere la nostra conversazione).
Come ti dicevo quando ci siamo incontrati al Covo Club di Bologna all’inizio dell’anno, ci sono poi stati alcuni posticipi dovuti a problemi sia nostri, che non volevamo farlo uscire in un periodo sbagliato, sia dell’etichetta, che aveva già delle uscite programmate da tempo.
Il problema è che la scena underground si è trovata senza alcuni spazi, perché molti club lavorano solo il venerdì e il sabato e se, per fare cassa, devono fare dei gruppi che rappresentano quella scena lì, poi non hanno spazio per gli altri purtroppo.
Bologna per fortuna è ancora uno dei pochi fortini che resistono un po’ alle intemperie. Parlando con Mattia (Biagiotti, chitarra, voce) ci siamo accorti che ci troviamo davanti a un Medioevo. Sono un po’ gli anni ’80 della musica per le band con le chitarre che rappresentano il rock in generale. Bisogna che facciamo tutti un passo indietro, facciamo un lungo respiro e speriamo di sopravvivere. La musica, se prima si muoveva di cicli decennali, ora si muove di cicli annuali, quindi magari si supera questa ondata e il prossimo anno (il rock) torna più forte di prima.

Nel corso di questi tre anni che sono passati tra l’uscita dei due album, hai anche lavorato per la tua agenzia, la Zuma Booking, e per la tua etichetta, l’Annibale Records. Pensi che questo possa avere ritardato un po’ tutto il processo? Che ne dici?
Quando è uscito “Sinking In Your Sea”, ci siamo ritrovati a fare circa centodieci concerti con anche due tour negli Stati Uniti. Da lì alla metà del 2016 eravamo praticamente arrivati a quota duecento concerti. Tirando le somme, abbiamo deciso che era il momento di cambiare, anche vedendo quali erano i nuovi trend musicali mondiali. Non che ti obblighino a cambiare, ma comunque ti influenzano. La scena europea e mondiale stava cambiando e avevamo anche voglia di darci una rinfrescata ed è anche quello un motivo per cui abbiamo allargato la nostra line-up. Anche con il mio lavoro quotidiano, quello di booker europeo, mi trovo davanti a una problematica simile, quella di rinfrescare il roster con band che siano aggiornate con quello che sta succedendo in giro. Ci siamo trovati davanti a un processo di scrittura che aveva bisogno di influenze che sono state date da cambiamenti di vita miei e anche degli altri ragazzi, che ci hanno portato ad avere una voglia di scrivere un disco che fosse diverso. Questo nuovo lavoro è diverso dai dischi passati, anche nel modo in cui abbiamo affrontato la registrazione e nel modo di stendere i brani. E’ un insieme di cose che ci ha poi fatto ritardare il tutto. Da un certo punto di vista sono un po’ triste perché speravo che saremmo riusciti a suonare di più lo scorso anno, però, a ragion veduta, mi sono accorto che era necessario (fare così).

Ci puoi raccontare come è andato il processo creativo? Scrivi tu i testi?
Scriviamo io e Mattia insieme, partendo dalle chitarre e dalle melodie vocali. Dalla metà del 2016 abbiamo iniziato a scrivere i pezzi e piano piano li abbiamo messi insieme, cercando di dargli un senso, soprattutto a livello di testi e a livello di suono. Un giorno, mentre tornavo a casa, mi è venuta questa idea che voleva che il disco non si fermasse mai, quindi, durante le registrazioni, abbiamo messo insieme dei mini-brani, uno l’abbiamo chiamato Intro e l’altro Interlude. Sostanzialmente ogni pezzo ha delle code un po’ più lunghe che poi entrano direttamente nel brano successivo. Abbiamo cercato di dare un’idea di concept. L’idea di concept è nata dal fatto che volessimo trasmettere questo nuovo ordine mondiale nel quale si mischiano quelli che prima non avevano internet, come la nostra generazione, e successivamente sono entrati in internet, mischiandosi, invece, a quelli nuovi che con internet ci sono nati e hanno creato questa giungla urbana. Avevamo fatto questo gioco di parole, tra la giungla, le percussioni, la musica afro e la giungla mentale di chi ogni giorno deve entrare in un ambito lavorativo, che sia quello della musica oppure qualsiasi altro, ma è una giungla generica. Volevamo creare questo gioco di parole tra quello che sono i prigionieri della giungla urbana e la musica stessa che, in certi punti, è più tribaleggiante.

Quando ci siamo visti al Covo Club di Bologna qualche mese fa, mi raccontavi di queste compilation di musica africana che hai ascoltato parecchio e da cui hai preso qualcosa, soprattutto a livello di percussioni.
Certo. Ti racconto questo aneddoto che pone le basi un po’ più in là nel tempo. Nell’estate del 2015, poco dopo l’uscita del disco precedente, eravamo a un festival a Lisbona. Il nostro promoter locale ci doveva lasciare alla fermata dell’autobus che ci serviva per raggiungere l’aeroporto, ma si accorse che quella sera i pullman non passavano più, quindi decise di portarci in macchina fino a Porto da Lisbona, in un viaggio notturno che durò tre ore. In macchina ci fece ascoltare questa compilation di musica cumbia uscita da poco, chiamata Roots Of Chicha. Questa compilation ci ha cambiato molto e nel tempo si è sentita sempre di più in tutto il mondo. Tutta la musica esotica, sia l’afro che la cumbia, ci ha cambiato sotto due aspetti: in maniera ritmica, perché comunque volevamo inserire nella nostra musica questi ritmi che ascoltavamo sempre di più – e negli ultimi anni ne abbiamo ascoltati davvero tanti – e inoltre ci ha dato l’idea di provare a fare un disco che potesse quasi essere un soundtrack, visto che gli italiani hanno fatto sempre le colonne sonore e parlo di gente come Piero Umiliani, Piero Piccioni, Ennio Morricone e anche i Calibro 35.
Non è una vera e propria colonna sonora, ma abbiamo provato a inserire dei brani che seguissero quest’ottica, quindi che durassero di più, che avessero dei colori più da colonna sonora, invece che da singola canzone come eravamo abituati a fare prima. Ci siamo detti che, se le band cumbia peruviane possono venire in Europa, senza dover soffrire di competizione, allora magari noi possiamo provare a mettere qualcosa che gli altri non hanno fatto. E’ un tentativo di mix di influenze.

Pensi quindi che queste percussioni dal sapore africano possano essere in qualche modo una sorta di rappresentazione di questa giungla moderna di cui parla il titolo dell’album e non solo?
Sì, certamente. Hai proprio colto il punto e mi fa piacere. Non abbiamo tante influenze della musica africana, ma le possiamo solamente prendere qua e là. Le cose interessanti sono i ritmi e le percussioni, che a loro modo sono psichedelici e sanno mandarti in una specie di trance. Ascoltavo un disco africano di percussioni e mi stupivo di come solo con le percussioni riuscivano a mandarti in questa trance che tanti gruppi moderni, andando a cercare di imitare altre band come Black Angels o Spiritualized, non riescono. L’aggiunta delle percussioni è qualcosa che viene colta subito e vuole essere un richiamo alla giungla moderna. E’ quel gioco di parole che abbiamo cercato di mettere tra il titolo del disco e ciò che mettiamo in pratica a livello musicale.

In Hailing It’s Hailing ho sentito questo coro, questo tentativo di armonie che mi pare una novità per i Go!Zilla. Che cosa ci puoi raccontare in merito? E’ qualcosa che è uscita in maniera naturale per voi?
Questa cosa nasce dal fatto che Mattia canta e suona meglio di me. E’ una cosa che apprezzo molto di lui. Scriviamo i pezzi insieme e alcune melodie le crea lui. Hailing It’s Hailing ha un riff di chitarra, fatto da entrambi all’unisono, che riprende le note vocali e, secondo noi, è importante ribattere parecchio su questo riff e su questa melodia, che Mattia riesce a fare un’ottava sopra a me, che creasse questo refrain continuo, visto che il testo parla delle persone che si lamentano dalla mattina alla sera, ma non muovono una foglia per cambiare la loro vita. Sostanzialmente questa idea di creare queste voci che si intersecano e vanno avanti all’unisono serve quasi a ribattere un concetto ed è più o meno una novità. I cori con Mattia erano presenti anche nel disco vecchio, ma qui hanno molto più spazio, anche su Follow Me alla fine dell’album. Mattia ha delle idee molto buone e ha una bella voce, quindi ritengo giusto usarli. Spero che in futuro sia una cosa sulla quale lavoreremo in maniera più frequente.

Ti volevo chiedere del sax di Enrico Gabrielli che possiamo ascoltare in Falling Down Ground. Come è nata questa collaborazione? Come vi siete trovati a lavorare con un personaggio che comunque è di calibro internazionale?
E’ un piacere averlo come amico. Lo conobbi ai tempi in cui lavoravo per i Calibro 35. Enrico è un’ottima persona ed è un grandissimo conoscitore di musica a tutti i livelli. Gli chiesi di collaborare al nostro disco, ma mi disse che sarebbe stato per molto tempo in tour con PJ Harvey. Gli mandai il demo di Falling Down Ground, un brano dedicato a un amico che suonava con me in una mia precedente band, i Riviera, morto qualche anno fa in un incidente stradale. Lui era a New York insieme a PJ Harvey e registrò tre o quattro sassofoni insieme e me li inviò. Li abbiamo inseriti in studio insieme al nostro fonico. Enrico è stato gentilissimo, non ha voluto nulla, ha avuto piacere di partecipare e, quando ci incontriamo, è sempre molto bello parlare con lui di musica perché lo fa sempre in maniera molto sincera e onesta. Secondo me è uno dei personaggi più puri che ci siano in Italia.

Parlando dell’allargamento di formazione, ci puoi spiegare quando avete deciso di diventare una band di cinque elementi? Da dove è venuta questa necessità?
L’aggiunta di Niccolò, che suona tastiere, synth e batteria elettronica, è avvenuta lo scorso anno, prima di Federico al basso. Volevamo aggiungere una synth che non fosse quello canonico, ma qualcosa di più sperimentale, almeno nel nostro genere. Durante la stesura dei brani ci siamo poi resi conto che serviva un basso. Inizialmente l’idea era di registrarlo e basta, ma in seguito abbiamo capito che era meglio averlo anche nel live. Federico, che è un amico di vecchia data e suonava nei Vickers, ha subito accettato. Per la crescita della band serviva aggiungere anche il basso. Volevamo provare qualcosa di nuovo, pur mantenendo il sound Go!zilla, ma spostandolo verso cose diverse. Era necessario provare nuovi strumenti. In futuro mi piacerebbe utilizzare nuovi strumenti, come appunto il sassofono, e cercare di creare una struttura più matura.

Di che cosa parlano i testi dei vostri brani? Poco fa mi dicevi che Falling Down Ground parla di un tuo amico morto in un incidente stradale.
I testi parlano delle mie esperienze personali perché é la cosa che mi riesce meglio. In generale l’album cerca di seguire una tematica, che è appunto quella della giungla moderna. In ogni brano cerco di inserire delle sensazioni riguardo a quelle che sono le personalità che ci circondano e che uno puo’ incontrare in maniera più o meno casuale nella propria vita. Sia Peeling Clouds che Hailing It’s Hailing parlano di persone che ho incontrato che non la vedono come me, che si lamentano e non cercano di cambiare le loro vite. Io mi sono messo in gioco tante volte, perdendo anche per dare qualcosa alla musica, critico chi non lo fa o chi non fa altro che lamentarsi. Questa è una cosa sintomatica dell’Italia in generale. Credo che sia giusto seguire l’istinto e fare le proprie esperienze piuttosto che guardare quello che fanno gli altri o a guardare ciò che succede su internet: bisogna stare sul campo. E’ un po’ la nostra storia: i Go!Zilla, più che avere una promozione vera e propria o gente che ti spingesse come è successo per tanti altri gruppi, hanno preferito farla sulla strada, raccogliendo fan città per città.

Prima parlavamo anche dei tuoi altri due lavori, quello di booker e quello di discografico: con quelle esperienze, insieme a quella di musicista che comunque gira parecchio, hai conosciuto qualche nuova band interessante da suggerire ai nostri lettori, indipendentemente dal fatto che sia italiana o straniera?
Io ti parlo solo dei generi di cui tratta il mio lavoro, cioè rock, garage e psichedelia. In Italia penso che le band che ci piacciono già le conosciamo e ti parlo di gente come Lain e Movie Star Junkies, senza voler scomodare band più grosse tipo i Calibro 35. A livello discografico abbiamo pubblicato di recente un disco di Scott Yoder: lo cito perché secondo me è un grande underdog. Suona da una vita in progetti molto ispirati e capaci di essere sempre all’avanguardia. Il suo nuovo album è molto Ariel Pink. A livello di booking, invece, ti segnalo una band australiana che si chiama Vintage Crop, che porterò in Italia la prossima primavera. Fanno un rock-garage misto a influenze new wave e credo che siano molto interessanti. Loro sono molto ispirati ed escono dalla scena australiana, che ora come ora ci dovrebbe insegnare tanto. Per creare le scene bisogna spingere i prodotti locali e mandarli in giro, ma purtroppo in Italia ciò arriva con molto ritardo.

Un’ultima domanda: per favore puoi scegliere un vostro brano da utilizzare come soundtrack di questa nostra intervista?
Direi Evil Is Satisfying dal nuovo disco. E’ un mix tra le nuove influenze con batteria elettronica, percussioni, ritmi tribaleggianti, ma anche chitarre.

Ti ringrazio veramente tantissimo e spero di vedervi presto live.
Grazie a te.

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