Interview: Fast Animals & Slow Kids

Martedì 7 maggio, i Fast Animals & Slow Kids al completo hanno partecipato a un promo day a Milano, in vista dell’uscita del nuovo disco Animali Notturni, disponibile da oggi. Noi abbiamo avuto il piacere di essere presenti a una delle round table, e questo è il resoconto di ciò che la band ha detto.

La genesi del disco
Dal punto di vista della gestazione compositiva, abbiamo seguito quello che è sempre stato il nostro modus operandi. Quando un nostro disco esce, noi dobbiamo iniziare a comporre canzoni nuove dal mese successivo, se no la band muore. Abbiamo fatto così anche stavolta, dopo il disco di due anni fa, e un po’ componevamo in sala prove, un po’ durante i sound check dei concerti, un po’ su Garage Band e ci passavamo le cose. A un certo punto sono venute fuori queste canzoni, molte di più rispetto a quelle che sono finite sul disco, e per la prima volta abbiamo dovuto tagliare un numero cospicuo di canzoni, ce n’erano una ventina in totale ed è stato un processo abbastanza doloroso, e l’abbiamo fatto sia con Woodworm che con Cantaluppi, che rappresenta la vera differenza in questo disco rispetto agli altri. Noi per tanti anni abbiamo registrato in questa casa sul lago a Montepulciano, dispersi e lontani da tutti, ma stavolta abbiamo voluto affidarci a un produttore, e ne abbiamo provati 5 prima di decidere, e fare tutte queste prove con questi produttori diversi è stato un lavoro tosto, ma ci ha dato un bello slancio ed è stato importante avere una persona in più su cui confrontarci rispetto a tutto. Grazie a lui abbiamo saputo scegliere le canzoni giuste e le abbiamo prodotte con un’idea che è sempre stata la nostra, ovvero di avere il suono più vicino possibile ai dischi che ci piacciono in quel periodo, e per la prima volta secondo me ci siamo arrivati. Non so se sia un bel suon per tutti ma era quello che cercavamo, e volevamo uscire da una modalità di composizione che ormai abbiamo esplorato in lungo e in largo. Ora per noi c’è un po’ di brivido e di magia e anche il fatto che ora in sala prove stiamo diventando matti per arrangiare il disco per i concerti, vuol dire che c’è stato un passaggio, e che il passaggio è buono.

L’evoluzione all’interno del percorso del disco
Abbiamo iniziato a capire quale dovesse essere la direzione del disco man mano che scrivevamo i pezzi. Anche se pensiamo a quali siano stati i primi sforzi compositivi per il disco e a quali siano stati gli ultimi, riconosciamo un filo logico. Il nuovo corso è iniziato inconsciamente, noi di base siamo una band che deve emozionarsi con le cose che suona, e quindi il processo compositivo diventa parte di noi stessi. Se stiamo ascoltando molto qualcosa in particolare, quella cosa si trasferisce nel processo compositivo, se vogliamo comunicare qualcosa in particolare, anche questo va a influenzare. Anche i testi rientrano in questo discorso: usiamo parole come “cuore” e “amore”, che in realtà sono termini stra complessi perché è molto facile usarli in modo banale, però alle volte possono essere l’unica soluzione per comunicare qualcosa di forte. La composizione è, quindi, avvenuta in modo istintivo: volevamo dire quella cosa e volevamo che tuti potessero capirla. Così è arrivato questo disco, che secondo noi mantiene la nostra cifra stilistica, ma che, oggettivamente, suona un po’ diverso. C’è stato un momenti in cui non stavamo capendo bene dove stavamo andando, così ci siamo fermati un attimo, ci siamo seduti attorno a un tavolo per una cena, e siamo tornati in sala prove col massimo delle forza e del senso di libertà. Da qui è nata Radio Radio, che non è solo una canzone sul compromesso, ma anche sulla ricerca assoluta di libertà, non solo da parte nostra come artisti, ma anche da parte di chi vive la musica, come i giornalisti o i DJ. Sarebbe il massimo se tutti seguissero il proprio cuore nel fare il proprio lavoro legato alla musica, così come noi facciamo solo musica col cuore. Se a noi non piacesse più quello che suoniamo, smetteremmo subito, e sarebbe bello che anche questi altri soggetti facessero lo stesso. E proprio la citazione di Battisti, è un tributo a chi di passare in radio se n’è sempre fregato, visto che ha sempre fatto quello che ha voluto e ha sperimentato tantissimo.

La natura del disco
Uno dei primi pezzi che abbiamo scritto è proprio il primo singolo Non Potrei Mai, però poi non ci convinceva, a parte la strofa, così l’abbiamo lasciato lì per un anno, poi l’abbiamo ripreso, abbiamo cambiato ritornello e bridge e così ora è diventato il primo singolo, una cosa stranissima. I più recenti sono proprio i due che chiudono il disco, Novecento e Chiediti Di Te, e secondo noi si sente. Abbiamo voluto metterli in chiusura proprio perché per noi un disco è un’opera che ha un senso solo se ascoltata dall’inizio alla fine, e il nostro avrebbe acquisito senso con questa disposizione dei pezzi. È un disco che va ascoltato, e gli va dato il giusto tempo, c’è una sensibilità e una profondità che richiede attenzione, speriamo che la gente lo ascolti senza filtri e che si dia il tempo per maturare un giudizio, la musica non può essere un mi piace o non mi piace deciso in 30 secondi.

Il lavoro con Matteo Cantaluppi
Ci immaginavamo Cantaluppi come il produttore pop legato al suono dei Thegiornalisti, invece innanzitutto è una persona che ne sa, e poi ci ha semplicemente detto “avete la vostra cifra stilistica, facciamola suonare bene”, che era quello che volevamo. È stato bello scoprire che lui poteva darci una visione differente, anche solo facendoci ascoltare cose che non conoscevamo, come i Talk Talk. Alla fine le cose nascono dall’ascolto, dalla sensibilità e dalla condivisione. Noi avevamo iniziato prima di lui con produttori che pensavamo stessero più nelle nostre corde, e lui era l’estremo che ci eravamo immaginati giusto per darci un confine ma che pensavamo non avrebbe funzionato. Invece siamo arrivati lì, suonava tutto meglio, abbiamo parlato di musica per giorni, che è la cosa più importante di tutte, e lui ha una cultura musicale immensa. Avevamo in mente cose molto diverse da noi legate a lui, come appunto i Thegiornalisti, e anche se in realtà lui ha prodotto un gran disco dei Canadians, non eravamo sicuri che potesse davvero tirar fuori da noi il suono che volevamo. Lui, invece, è molto forte dal punto di vista tecnico, e poi ci siamo trovati bene con lui anche come persona, e ha saputo collocare i pezzi proprio dove volevamo, lui si è inserito ma non ha plasmato niente, il suono che si sente è tutta colpa nostra, lui è stato quello che finalmente l’ha tirato fuori nel modo giusto.

Il passaggio a Warner
La cosa più bella che abbiamo scoperto è che le major non sono il robot mortale del potere, come da retaggio degli anni Novanta, invece sono persone che vivono di musica, e siamo contenti di essere arrivati in una major dopo il percorso che abbiamo fatto. Facendo le debite proporzioni, anche i REM sono stati indipendenti per diversi anni, poi sono passati anche loro in Warner, ma mantenendo una certa consapevolezza, non sono arrivati in una major e sono stati stravolti, ed è più o meno quello che speriamo di fare noi. Il disco gliel’abbiamo dato già fatto, e il nostro rapporto è di discussione perché loro ci tengono a capire la nostra band il più possibile. Per noi la musica è troppo importante nelle nostre vite per poterla sacrificare, e noi ora stiamo scoprendo cosa significhi mettere in piedi una grande struttura per la musica, e per noi è incredibile, è una vera struttura che ti aiuta, ti indirizza verso certe cose dal punto di vista organizzativo, e le persone con cui stiamo parlando sono interessanti, e alla fine contano le persone, non il fatto che siano in una major. Se nella major c’è gente di merda, sarà un’etichetta di merda, ma per ora stiamo parlando con persone interessanti e che ci fanno sentire in crescita.

Le influenze musicali
Abbiamo ascoltato molto i REM e Springsteen mentre scrivevamo questo disco, e anche cose più attuali come War On Drugs e Kurt Vile, però dal punto di vista dei suoni di chitarre ci sono influenze anche di Smihs e Stone Roses. Poi ci è piaciuto usare cose come il glockenspiel e i clap, e in generale abbiamo puntato in alto, per rendere in qualche modo omaggio a chi ci ha reso non solo musicisti, ma persone migliori. Potrà sembrare pretenzioso citare queste influenze, però, se devi scegliere, sii Bruce Springsteen! Se è vera la passione che hai per la musica, allora provaci davvero. Pensiamo anche i Clash, che, partiti come un gruppo punk, hanno fatto quello che volevano con London Calling, e l’idea dietro questo disco è un po’ la stessa, senza pensare all’idea che la gente ha di te e di quello che dovresti suonare, e, come dicevamo, secondo noi suona sempre come i FASK, però come i FASK che, per una volta, sono capaci di farlo suonare bene. Secondo noi, andando avanti, la ricerca di perfezione sonora ci deve essere, perché se no ti fermi, e noi vogliamo essere sempre di più come le band della nostra vita, anche solo per avere uno stimolo e non rischiare di diventare una fiammella che si spegne.

Le paure
Dopo tanti anni di carriera, ci piacerebbe non aver più paura di niente, ma in realtà ne abbiamo ancora tante. La vita del musicista è la scelta massima della cicala, perché la musica è la prima cosa sacrificabile sulla Terra, quindi ci chiediamo perché la nostra vita sia dedicata a una cosa che può essere così effimera per tanti altri. Poi noi ci chiediamo sempre se le nostre canzoni siano vere, possano smuovere le persone, se dicono davvero qualcosa, se le ascolteremmo, perché noi ci divertiamo sempre a suonare, però c’è sempre la paura o comunque l’incertezza che prima o poi potremmo non essere più i primi fan di noi stessi. Ovviamente, poi, c’è sempre la paura di non interessare più a nessuno, anche perché noi parliamo sempre dei nostri problemi, di quello che ci succede, e quando questa cosa non interesserà più a nessuno, noi non potremo più nemmeno fare i musicisti, svegliarci la mattina e chiederci cosa suoniamo o cosa ascoltare, perché siamo musicisti e facciamo questo. Dall’altro lato, se inizi a pensare che le tue cose debbano piacere a qualcuno, sei finito, quindi è un equilibrio sottile, tra queste paura e la tua forza.

Le reazioni dei fan
A chi ha sempre pensato che il suono che avevamo prima fosse la nostra anima, diciamo che era solo un modo per arrivarci, alla nostra anima. Chi non ha capito questa cosa, non ha proprio capito la nostra band, ma fin dall’inizio. Chi, ascoltando il singolo, ha detto “voglio i distorsori perché vi conosco da Cavalli”, in realtà non ci conosce, e non può pretendere di sapere quello che vogliamo fare e cosa vogliamo dire in musica perché ci ascolta dai tempi di Cavalli. Il lavoro con Cantaluppi è stato proprio questo. Noi in realtà i commenti li stiamo leggendo poco, perché come abbiamo detto dobbiamo lavorare sugli arrangiamenti dei pezzi per i concerti, ma davvero non comprendiamo queste manifestazioni di disapprovazione basate su una conoscenza pregressa di quello che abbiamo fatto prima. Poi se qualcuno non ci vuole più ascoltare, liberissimo, ma sappia solo che se odia queste nuove canzoni, sta odiando anche noi come persone, perché quello che c’è in queste canzoni siamo noi. Abbiamo anche letto scarsa attenzione in alcuni commenti quando ci dice che Non Potrei Mai è una canzone d’amore, quando è evidente che parla dello sgretolarsi di un rapporto. Il nostro percorso a noi è molto chiaro, però ci rendiamo conto che nell’epoca di Spotify, dove si ascoltano solo le prime due canzoni di un disco, non tutti ci possano entrare, però questo è davvero il percorso che volevamo, e ci dispiace se qualcuno non lo capisce, ma non possiamo nemmeno basarci su quello che la gente si aspetta. E da ascoltatori, prima di mettere su la band, abbiamo avuto i nostri gruppi che avremmo voluto sempre come li avevamo conosciuti, ma poi, più vai avanti a far musica, più ti rendi conto che questo è impossibile.

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