Interview: Dade City Days

Suoni avvolgenti che spaziano dallo shoegaze, dream pop, tinte di nero wave. Melodie nostalgiche e lente, ma anche cavalcate soniche elettriche. Questo è VHS, disco d’esordio dei Dade City Days (Swiss dark nights, 2016). Li abbiamo incontrati prima del live al Mikasa di Bologna. Ecco cosa ci siamo detti in questa lunga e piacevole chiacchierata. Si, l’intervista è lunga, ma Andrea, Michele e Mara sono un fiume in piena, non solo musicalmente…

 

I Dade city Days si formano nel 2013, ben tre anni prima dell’uscita del vostro disco di debutto VHS. Quest’ultimo nasce prima come disco live e solo dopo è stato registrato. Durante questo tempo è cambiato?

Andrea: ogni pezzo è arrivato ad avere anche cinque versioni diverse, perché abbiamo iniziato con un’idea, che era quella di fare darkwave. Poi suonando insieme ci siamo accorti sempre più che il darkwave non era proprio la nostra unica strada, e così abbiamo cominciato a mischiare prima l’elettronica, poi siamo diventati più shoegaze, anche con il cantato, che è sempre molto effettato ma, inizialmente aveva delle linee vocali più semplici, minimali.

Michele: Si, poche parole, lunghe… non era un cantato, era proprio usare la voce come strumento. Poi suonando abbiamo capito che alcune cose funzionavano e ci piacevano di più, altre non funzionavano e li sentivamo molto distanti. Infatti, abbiamo fatto una scrematura: nel disco è rientrata la metà dei pezzi che avevamo. Avevamo molti altri pezzi, poi man mano, soprattutto coi live…

Mara: Finché non ci convincevano continuavamo a cambiarle, ad abbandonarle…

Andrea: Questo fino a due mesi, anzi una settimana prima praticamente… (ride).

 

Avete scelto l’italiano come lingua dei vostri pezzi. Una scelta coraggiosa, considerato il genere che suonate. L’inglese vi avrebbe certamente permesso di avere più visibilità all’estero (penso ai Frozen autumn che godono di maggior successo all’estero che in Italia o agli Ash code, prodotti dalla stessa vostra etichetta, la Swiss dark nights). Qual è la ragione di questa scelta?

Michele: non è stata una scelta presa a tavolino, non ci siamo mai posti il problema della lingua. Direi che, spontaneamente, ci è venuto di cantare in italiano perché preferiamo scrivere i testi in italiano. Poi ho capito, dopo, anche grazie alle recensioni, che non è stata una scelta sbagliata, ci dicevano ‘’non lo fa nessuno’’ e quindi meglio così!

 

Non escludete in futuro qualche pezzo in inglese?

Andrea: escludere no, abbiamo fatto anche una cover.

Mara: con le linee vocali cosi nascoste alla fine non si distingue la lingua.

Michele: se ci viene lo faremo.

Andrea: usando delle metriche particolari, alcuni dopo i concerti venivano da noi ed avevano il dubbio “ma, ho percepito dell’italiano’’

Mara: islandese!

Andrea: penso agli Slowdive e gruppi di questo genere, in cui la voce si capta a fatica soprattutto nei concerti che è stramischiata, quindi, magari uno che ascolta il nostro genere non è quel tipo di pubblico che è attento alla parola, a capire il testo, abbiamo visto che ogni volta che ci dicevamo “cantiamo in italiano” scattava in tutti: “ma non si capiscono le parole! ’’, in inglese nessuna avrebbe detto “ah, ma qua non capivo’’ però in italiano….

In VHS si attraversano atmosfere cupe, dark, ma ci sono anche episodi in cui il buio viene sconfitto con ritmi energici e ballabili. Quali sono i sentimenti e le sensazioni dominanti in VHS?

Michele: una grande nostalgia sia di cose passate o di luoghi lontani. Fernweh significa nostalgia di posti lontani, anche magari che non hai mai visto che però ti comunicano qualcosa, altre sono cose più vissute. Malinconia nostalgica.

Mara: volevamo però che, a livello di suono, fosse ballabile ed energico dal vivo.

Michele: in generale ci sono dei testi, non nostri, che hanno una linea vocale allegra, ma con dei testi che non sono tristi.

Mara: l’intera discografia dei Cure e degli Smiths!

 

Come dicevo, i DCD sono una sorta di ibrido tra shoegaze e dark wave, elettro dark, in generale un genere non del tutto nuovo, ma la vostra impronta si percepisce, forse proprio a causa di questa natura ibrida. Immagino che sentite di avere qualcosa di diverso dagli altri gruppi. Quali sono le vostre influenze musicali?

Corale: ognuno ha influenze diverse!

Michele: siamo ibridi e ognuno è ibrido a sua volta.

Mara; abbiamo in comune molti ascolti darkwave, anni 80, ma ognuno poi ha i suoi gruppi.

Andrea: a me piace l’elettronica, anche cose più sperimentali…

Michele: a me piace il goticone classico, anche il dream pop, rock come i Blonde Redhead come suoni, cose tra l’elettronica e l’analogico, insieme a gruppi che c’entrano meno come Placebo. Anche il filone Interpol, Editors, Notwist, Franz Ferdinand per le ritmiche di batteria. Ascolto anche brit pop.

Mara: io ascolto molto indie rock, brit pop, shoegaze. Ascolto tanta musica italiana, cose che voi non ascoltate!

Michele: ma non è vero! Marlene, Verdena, Bluvertigo, Baustelle…

Mara: io ascolto molte nicchie italiane

Andrea: potrebbero andare per ore…. (ride).

 

Nei vostri pezzi la voce diventa quasi uno strumento che si perde nelle tastiere, nei suoni dilatati delle chitarre, nei synth. Come nascono i vostri pezzi?

Andrea: la voce viene messa dopo, è l’ultima cosa. Le principali idee vengono dalla chitarra, spesso unita ad idee di tastiera. La voce, pur potendo essere considerata al pari di ogni strumento, dà il mood del testo. Per esempio, in Jukai o Siderofobia. Entrambe sono molto cariche, ma le voci in realtà sono allungate, quindi, hanno trasformato il pezzo. Poteva esserci una voce più ritmata e il pezzo diventava un’altra cosa.

Michele: Siderofobia ha subito tante variazioni all’inizio. A noi piaceva il suonato, che era quasi quello che è rimasto, la voce era tutta un’altra cosa: è stato urlato, poi sospirato… l’abbiamo fatta in tanti modi diversi. Per fortuna l’abbiamo cambiata. Il suonato ere quello che ci piaceva, mentre per quanto riguarda la voce, siamo andati avanti a cambiarla finché non ci ha convinti.

 

Polaroid è il singolo scelto per il lancio del disco. Credete sia quello che rappresenti maggiormente VHS?

Andrea: è stato scelto dal produttore. E’ il pezzo che, secondo me, non contraddistingue il gruppo. Noi non siamo Polaroid … noi siamo Lunapark Jukai, Siderofobia. Polaroid è stato il pezzo che è stato pensato per essere, come ha detto Jarno dell’ufficio stampa, un pezzo tagliente, cioè capace di tagliare tanti generi. Per alcuni è shoegaze, per altri è rock, per altri pop. Era il pezzo più musicale, anche da radio.

Michele: è stato per non farci etichettare come dark wave classica, ma appunto un mix. E’ la più pop.

Andrea: Slowmotion, che è il primo pezzo che è uscito, è più nostro. C’è una parte che sembra un pezzo dark wave, un’altra più synth pop.

Michele: io avrei scelto un altro pezzo.

Mara: ma saremo stati in disappunto anche su questo

Andrea: il prossimo dovrebbe essere Fernweh, che è più identificativo.

 

Qual è il pezzo a cui vi sentite maggiormente legati?

Michele: qua ci saranno tre pezzi diversi!

Andrea: Preghiere e decibel. E’ stato l’ultimo pezzo che abbiamo fatto. Mancavano due mesi ad entrare in studio, l’ho proposto tra quelle che avevamo scartato. Avevamo due pezzi gemelli: uno è stato scartato, l’altro è rimasto. Ed è Preghiere e decibel. Ascoltando i pezzi che avevamo, avendone scartati molti, avevamo poche scelte. Poi abbiamo pensato ci manca il pezzo ‘’da mossa’’ anche in po’ ‘ignorante’’. Il cantato ha una linea vocale che è tra lo stonato e l orecchiabile, però ci serviva e quindi lo abbiamo tirato su in due mesi, lo abbiamo portato in studio all’ultimo… ci siamo scannati anche per il nome.

Michele: a me non piaceva!

Mara: perché tu ci volevi chiamare il disco!

Andrea: Ah questo lo diciamo! Alla fine, ad una settimana da andare in stampa abbiamo avuto una crisi esistenziale. Non sapevamo se chiamarci Dade city days o VHS. Abbiamo avuto questo dubbio fino all’ultimo. Non lo abbiamo mai detto a nessuno!

Mara: VHS lo abbiamo bocciato perché esisteva già, non era molto immediato. Poi abbiamo intitolato così il disco.

Andrea: Anche Dade city days non è molto immediato. Lo scrivono Death city days, Day city tapes…

Michele: il pezzo a cui sono più affezionato… dirne uno secco…. A me piacciono tutte, ma direi che sono indeciso tra Lurex e Lunapark, ma sono affezionato a tutte, anche quelle scartate. Io sono un nostro fan. Ascolto in macchina i nostri pezzi e ogni tanto dico ‘’perché non tiriamo fuori il giro del pezzo 1415 come il nome del file’’ (ride). Forse Lunapark è quella che sento più mia: è il testo, che è stato scritto da Mara, mi è sempre piaciuto molto per l’atmosfera. Lurex perché l’ho scritto io (ride) mi piace molto la sua tastiera.

Mara: indecisa tra Lunapark e Fernweh.

Andrea: anche Jukai. E’ stato uno dei pezzi più vecchi, ed è cambiato molte volte Michele: aveva un ritornellone pop pop cantato al femminile. Poi è diventata una storia romantica e gotica per il testo, che è moto bello. Ce lo diciamo da soli (ride). Va bè, lo ha scritto Andy quindi posso dirlo: era bella e perturbante l’idea della foresta dei suicidi, dei nastri rossi… anche se a me fa venire in mente “La ballata degli impiccati” di Dylan dog.

 

Il tour è cominciato qualche settimana fa. Avete suonato anche con i Neon, gruppo importantissimo per la scena dark wave. Come è stato suonare sullo stesso palco?

Andrea: abbiamo suonato due volte con loro. Sono carinissimi ci siamo trovati benissimo con loro.

Mara: la prima data non è andata benissimo, sia per noi che per loro, per via dell’acustica.

Andrea: in quella successiva siamo stati soddisfatti

Michele: loro sono…. Io stavo dal batterista a sbavare (ride). Sono tutti carini e gentili, hanno avuto molta disponibilità.

Andrea: loro sono molto più dark wave di noi, sono stati uno dei primi gruppi a suonarlo in Italia, ma alla fine noi assomigliamo molto a loro.

Michele: si, al sound check mi sono accorto che ci sono giri molto simili ai nostri.

Mara: si è la voce che effettivamente è diversa.

Michele: si, a parte quello, ho notato anche io una somiglianza, come in Benzedrina. Abbiamo suonato con tanti altri gruppi con cui ci siamo trovati molto bene, anche umanamente, ad esempio i Modern english, adorabili, bravissimi e suonarci insieme è stata una bella soddisfazione. Ci siamo trovati molto bene anche con gli Ash code con i She past away, che ci hanno proposto di andare in Svezia con loro.

 

Parlando della dimensione live, i vostri live sono molti cinematografici. Il cinema gioca un ruolo importante per voi, a cominciare dal nome…

Mara: noi siamo molto appassionati di cinema, a partire dal nome, ma anche in molti testi ci sono citazioni cinematografiche e dal vivo ci pace usare proiezioni.

Michele: ci influenza più che di gruppi specifici.

 

VHS è stato accolto positivamente dalla critica musicale, in effetti ho potuto leggere solo recensioni positive. Ve lo aspettavate? E per quanto riguarda il pubblico? Chi è il pubblico che va ai concerti dei DCD?

Michele: ci aspettavamo critiche sul cantato.

 

Che invece non sono arrivate, ed anzi ha fatto la differenza direi, perché vi contraddistingue….

Andrea: si, ho letto delle recensioni che evidenziavano il fatto che il cantato fosse in italiano ed avesse metriche diverse dava quello step in più al gruppo.

Michele: non ce lo aspettavamo in effetti così tanto positive.

Mara: e soprattutto da megazine più indie. Non pensavamo di ricevere cosi attenzione.

Michele: il pubblico è bello perchè diviso sul genere che facciamo. Il darkettone dice che facciamo dark, chi ascolta lo shoegaze, dice che facciamo shoegaze, c’è quello che ascolta elettronica che dice “avete belle tastiere”. Essere ibridi aiuta! (ride).

Andrea: tendenzialmente possiamo piacere ad un pubblico eterogeneo.

 

Avete in programma date all’estero?

Mara: per adesso Londra a maggio.

Andrea: Per adesso è presto. Fino a maggio siamo impegnati ogni weekend. Non abbiamo la sensazione del fatto che siam usciti da un mese, perchè abbiamo suonato questo disco così tanto che è come se fossimo usciti due anni fa. Adesso, pian piano, si sta muovendo qualcosa, con interviste, report. E proprio perchè abbiamo suonato così tanto il disco ti ritrovi a dire ‘’ eh, però, oh le date all’estero’’. Beh, ci piacerebbe molto riuscirne ad infilarne con calma. Vedremo.

 

 

 

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