Interview: Clever Square

Oggi, 24 maggio, esce il nuovo album omonimo dei Clever Square, su etichetta Bronson Recordings. Abbiamo raggiunto al telefono il leader della band ravennate Giacomo D’Attorre per avere un po’ di retroscena e di dettagli sul percorso, non certo facile, né breve, che ha portato a questo ritorno sulle scene.

Da quello che ho capito, la canzone più recente del disco l’hai scritta due anni fa, quindi ti volevo chiedere he effetto ti fa vederle pubblicate ora e se hai scritto qualcos’altro nel frattempo.
Sì, è così, ma perché poi di fatto il disco è stato registrato nel gennaio 2018, a parte alcune take fatte successivamente, ma comunque nel 2018. L’effetto è strano perché è sempre stato tutto molto più veloce, infatti ho scritto altre cose nel frattempo. È andata così un po’ per necessità, nel senso che abbiamo avuto alcuni ostacoli, e poi perché, rispetto alle demo, i pezzi sono stati stravolti.

Penso che si possa parlare di un disco meno rumoroso rispetto ai precedenti, se sei d’accordo ti chiedo quando è nata l’idea di fare un disco così.
Quando è stato preparato, era un disco rumoroso come gli altri, seppur con delle differenze, visto che la formazione era diversa rispetto a prima. Poi le canzoni si sono evolute così perché mi ci sono messo con un po’ più di calma, insieme ai ragazzi che suonano con me ora, e poi la produzione di Juju (Marco Giudici) ha cambiato molto, perché ci ha dato consigli su come far suonare certe cose in modo meno violento, ad esempio questo è un disco sena overdrive, né distorsioni, anche gli effetti più pieni di chitarra sono sovrapposizioni, non c’è uso di distorsori e per noi è stata una cosa nuova.

Cosa puoi dire dello spazio che lasci ai musicisti che suonano con te dal punto di vista di come suonano le canzoni? Ed è cambiato qualcosa con questa nuova formazione rispetto al passato?
La situazione è stata la stessa che c’era con la formazione precedente, ovvero io scrivo le canzoni chitarra e voce in casa, non preparo demo con gli strumenti sopra, perché mi piace avere un contributo da chi suona con me, non penso a delle parti e gliele faccio suonare, qualche volta è capitato, ma in linea di massima, se capisco che sono persone con cui mi piace suonare, io lascio fare molto. A livello di arrangiamenti, il disco è un lavoro corale, io ho scritto i testi, le melodie, gli accordi, ma il resto l’abbiamo fatto insieme.

E in quella fase di lavoro c’era già Juju, o lui è arrivato dopo?
È arrivato dopo, e la sua mano ha reso il suono più pulito, oltre ad aver suonato qualche wurlitzer qua e là. Lui ci ha aiutato a farci capire come far uscire meglio il suono, rendendolo più pulito.

Le coordinate stilistiche del disco sono piuttosto definite, ma al loro interno c’è una buona varietà. È un risultato ottenuto lavorando insieme, oppure speravi che ciò avvenisse già mentre scrivevi le canzoni da solo?
Io penso che questo sia un tratto comune a tutto ciò che ho fatto coi Clever. Penso che siamo sempre stati piuttosto flessibili pur rimanendo all’interno di un genere, che penso sia chiaro. Credo che dipenda che io, dentro quel calderone, ascolto di tuto, quindi mi arrivano tante cose e masticandole, è normale che quando escono nelle mie canzoni, prendano forme diverse.

Mi sembra che ci sia stato un bello studio su come disporre le canzoni nella tracklist. Ad esempio, mi piace che la canzone più malinconica sia la penultima, così con l’ultima l’ascoltatore riceve vibrazioni più positive e lascia il disco con una nota di serenità.
Il fatto che tu lo noti mi fa molto piacere, perché per me è sempre stato un aspetto molto importante, ed è una cosa che non sempre si nota, visto che non so in quanti oggi abbiano ancora la voglia di ascoltare un disco per intero. Io ci perdo tempo e sono molto fissato su questa cosa. L’idea del finale del disco era proprio quella che hai detto tu e sono contento che sia arrivata.

Una cosa che hai dichiarato nel comunicato stampa e che mi piace molto è che ormai l’unica cosa che conta è avere qualcosa da dire e farlo con spontaneità. Anche noi che facciamo i critici, per anni siamo stati fissati con questa cosa dell’originalità o delle idee, ma in realtà io stesso negli ultimi anni mi sono reso conto che non dev’essere tutto basato su questo e sono contento che qualcuno dica ciò che in pochi hanno il coraggio di dire, ovvero che bisogna fare la cosa che si ha dentro e bisogna farla bene e con genuinità.
Io questa cosa la vivo in modo molto conflittuale su di me, soprattutto negli ultimi anni nei quali non mi sono mai esposto, proprio perché avevo paura che in realtà stessi facendo le cose nel modo sbagliato, e sicuramente di cose ne ho sbagliate tante, però io ho sempre fatto tutto in questo modo perché per me era necessario, e direi anche normale, e infatti mi ha stupito una domanda che mi è stata fatta qualche giorno fa in cui mi è stato chiesto se, visto che ero stato fermo per un po’, avessi pensato di cambiare genere, che in sé è una domanda forse un po’ ingenua, ma io le cose le faccio per me, e negli ultimi anni ho avuto paura che farlo per me non bastasse più, e invece ora ho capito che è la cosa più importante, e penso che l’unico modo per arrivare agli altri sia essere sinceri, so che il mondo musicale di oggi ci sta dimostrando il contrario, ma io ci voglio credere, e penso che sia importante fare le cose che si vogliono fare, anche se non cavalcano le mode, come nel nostro caso.

Sui testi, si può dire qualcosa in generale, sia sul disco che sui Clever in generale?
Proprio ieri stavo rileggendo alcune cose che ho scritto tempo fa, e non voglio dire che io i testi li ho sempre sottovalutati, però sono un po’ frettoloso nel farli, e non ci perdo troppo tempo. Tante volte ho scritto cose che non avevano alcun senso, ma in realtà, in diversi casi, ascoltando cose che avevo scritto tempo addietro, mi ci sono ritrovato, certe cose scritte tempo fa le sto capendo solo ora su me stesso, e al tempo non le avevo nemmeno considerate. Senza accorgermene, penso di non essere in grado di spiegarmi, ma poi in realtà probabilmente sono più chiaro rispetto a quello che mi sembra in quel momento.

Per quanto riguarda i live, rimarrete fedeli al disco?
Sì, anche perché il disco è stato arrangiato live in sala prove, non in casa o con altre modalità.

Avete pensato anche a un set acustico, visto che oggi ci sono molte più possibilità di suonare in questa veste?
È una cosa che mi piace fare, però non so come sbilanciarmi, nel senso che non c’è nulla in programma, quindi non so se servirebbe. A me comunque piace, e lo stesso vale per suonare da solo. Penso che ci arriveremo, ma in questo momento non c’è nulla di elaborato da questo punto di vista.

Concludo chiedendoti un tuo pensiero sul fatto che, nell’ultimo periodo, diversi gruppi italiani con influenze non italiane stanno suonando all’estero molto più di prima, tra vari showcase festival e veri e propri tour. È un’opportunità a cui pensi?
Questo è scontato, certo che sì, ed è bello vedere che succede, perché quando abbiamo iniziato, nel 2006-2007, era abbastanza normale cantare in inglese in Italia, c’era un circuito piuttosto stabile nel quale muoversi. Poi, negli ultimi anni, mi è sembrato che ci fosse sempre meno spazio per chi non cantava in italiano, mentre adesso, in ragione anche di quello che stai dicendo, qualche spiraglio si sta aprendo, e trovo che sia un fatto positivo, perché anche noi abbiamo il diritto di non cantare in italiano.

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