Interview – Blumosso

In occasione dell’uscita del suo ultimo singolo per Luppolo Dischi, “Nordest”, abbiamo fatto due chiacchiere con Blumosso.

Ciao Blumosso, e benvenuto su Indielife. Sei un paroliere, e sicuramente non troverai difficoltà (anche se parlare di sé stessi non è mai cosa semplice) a trovare tre aggettivi che possano descrivere il tuo stato d’animo oggi, al netto dell’uscita del tuo nuovo singolo e di questa situazione di prigionia necessaria che non accenna a finire. 

Ciao ragazzi. Mi sento un po’ antitetico (Che di per sé è già un aggettivo: il primo) rispetto al periodo. Sono stranamente equilibrato e propositivo. Sarà che, da sempre, i brutti momenti mi spronano e non mi hanno mai gettato nello sconforto. 

Nella tua vita hai fatto tante cose, non fermandoti mai se non per riprendere fiato e ripartire. Come si fa, a non stancarsi mai? Qual’è il segreto, secondo te, per non smettere di provare a provare?

Il segreto è proprio non provarci. Io scrivo e canto perché è quello che sento di fare. Il mio obbiettivo è lasciare qualcosa di me (anche nello sgabuzzino di fianco al bagno di casa). Non ho più vent’anni. Chi, alla mia età, faceva musica per “provare”, ha smesso di farla da molto, credo. Se mi sbaglio, poverini. 

La canzone d’autore sta attraversando un importante momento di rigenerazione che sta passando attraverso le mani delle nuove generazioni. A volte, sembra che la tradizione sia diventata un nemico da combattere in tutti i modi, mentre altri progetti hanno tutto l’aspetto di un recupero (spesso fin troppo pedissequo) di qualcosa che è già stato. Tu come vivi il rapporto con il passato, e in che direzioni credi possa essere possibile un futuro diverso per la musica? E’ stato davvero tutto già detto?

I cambiamenti passano sempre per mano delle nuove generazioni, questo non solo nella musica. I giovani rivoluzionano lo stile, la comunicazione, il linguaggio. Bisogna vivere il presente e non lagnarsi con nostalgiche sindromi da età dell’oro. Quello che però bisogna altresì fare è rispettare se stessi, e non snaturarsi nel tentativo di risultar moderni. Il vecchio cantautorato, oggi come oggi, è impossibile da far rivivere se non come puro e semplice ricordo. Alla luce di ciò, il mio rapporto col passato si compie esclusivamente attraverso gli ascolti che ho. Ho trent’anni. Sono cresciuto a pane e Battisti. Quindi credo che, quello che a me piace nella musica, “forse”, sì, è stato già detto ed è arrivato a esaurimento scorte. Ma c’è ancora tanto da dire, in tanti altri modi; e se io, tu, altri, tali modi non li capiamo, non è detto che non siano altrettanto belli. 

“Nordest” inaugura una nuova fase della tua vita compositiva. Il mood rimane quello di sempre, anche se l’arrangiamento sembra spingere verso lidi diversi, che in parte richiamano quel mondo della “canzone italiana” degli anni Sessanta che sembra, in un modo o nell’altro, aver lasciato un segno sul tuo nuovo universo. Ci racconti come nasce il pezzo?

La “canzone all’italiana” si sentirà sempre nelle mie produzioni perché, come ho in parte accennato nella domanda precedente, vengo da quegli ascolti; da quei gusti musicali.  Non mi piace molto raccontare le canzoni. “Nordest”, l’ho scritta due anni fa. Come hai ben detto, solo ora segna una nuova fase, ma non solo nella scrittura. Ho un nuovo modus operandi nella produzione dei brani; gli arrangiamenti ora sono volutamente più pieni, il modo di lavorare le voci è diverso: in questa canzone (e nelle prossime) ho voluto sperimentare, doppiando le tracce in maniera un po’ imprecisa una dall’altra; perché volevo togliermi di dosso la perfezione vocale che ci siamo abituati ad avvertire nelle canzoni moderne, a mio parere è anche quello che rende tutto molto freddo e piatto al giorno d’oggi. Niente, a riguardo non aggiungo altro. Non mi piace (e non so) mai parlare tanto delle canzoni che scrivo. 

Tra l’altro, “Nordest” è solo l’inizio di un percorso che, nei prossimi mesi, ti porterà fino alla pubblicazione del tuo nuovo EP. Perché proprio un trittico? Ci hai abituato ad una profondità di riflessione che anche in un disco rischierebbe di rimanere stretta…

Non amo i singoli sparsi. La storia è andata così: avevo 3 brani d’amore; ispirati da tre persone diverse. Queste tre canzoni non rientravano come stile nel disco che stavo scrivendo (e che adesso sto registrando). Pensando che fossero comunque tre canzoni valide, ho voluto creare questo mini Ep (per non gettarle nel calderone come canzoni sparse). Questa è la storia, per come è andata (e per come andrà). 

Ma come mai tutte queste “canzoni tristi”, come sembri suggerire in “Nordest”? Perché anche tu, come Tenco, quando sei felice esci?

Beh, pur volendo, adesso nemmeno si potrebbe uscire. A parte gli scherzi … non cerco sotterfugi, forse negli ultimi anni mi sono intristito un po’.

Ps: però il prossimo singolo sarà allegro (o come dice il mio amico Bemolle: frizzantino).

A questo punto non ci resta che aspettare la prossima uscita. E nel frattempo? Che consiglio ci dai, per non far calmare questo vento che soffia da “Nordest”?

Aspettate, come me, lo scirocco… che porta anche con sé l’estate.

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