Interview: 7Mondays

Hanno da poco finito di registrare il loro primo Ep, che uscirà a breve. Abbiamo ricevuto un piccolo assaggio con il singolo What’s best to die for e ne siamo rimasti affascinati, tanto che abbiamo contattato i 7Mondays, ovvero Isacco e Alessandro per fare due chiacchiere e cercare di scoprire di più del loro progetto. Buona lettura!

Ciao ragazzi! Il nuovo singolo è uscito poche settimane fa e sembra stia ricevendo molta attenzione, ve lo aspettavate?

Ciao, Gilda! Prima di tutto, ti ringraziamo per l’invito e per averci dato la possibilità di raccontarci al pubblico di Indie Roccia. Per quanto riguarda WBTDF, stiamo raccogliendo molte risposte e giudizi positivi; il brano ha superato le mille streams su Spotify in poco più di un mese, e questo è un buon risultato per una band così giovane. Siamo molto soddisfatti. Nonostante non sia uno dei periodi più favorevoli per uscire allo scoperto con un progetto simile, per ovvie ragioni, abbiamo avuto la grandissima fortuna di poter collaborare con alcune realtà che amano, supportano e spingono la musica: senza l’aiuto di Dirty Beach, Second Chapter e Truebypass sarebbe infatti stato decisamente più complicato riuscire ad ottenere la stessa visibilità che stiamo guadagnando.

Quando e come è nato il vostro progetto?

Suoniamo insieme da ormai qualche anno, ma l’idea di usare il nome 7Mondays risale al febbraio 2020. Abbiamo scelto questo nome perché pensavamo che l’espressione in questione potesse render bene l’idea del costante inizio, di quella perenne lotta tra il sé pigro, cioè quello incorreggibilmente schiavo della sua comfort zone, e il sé reattivo, saturo di buoni propositi per il lunedì. E poi il lunedì è il giorno della luna, la cui natura satellitare si fa simbolo della dinamica dell’attività artistica, basata non tanto sulla creazione quanto su una reinterpretazione propria, diversa e unica di quella melodia, quel libro o quel dipinto origine dell’illuminazione; la stessa illuminazione che viene riflessa dalla superfice lunare, capace di restituire a chi le sta attorno una luce tenue e soffusa, dai caratteri opposti a quelli della sua fonte solare, sebbene direttamente imputabile ad essa. L’intenzione era, e tutt’ora è, quella di provare a combinare in un unico flusso creativo o, per meglio dire, reinterpretativo gli stimoli collezionati nel corso delle nostre esperienze musicali precedenti. Nel maggio dello scorso anno, con la pubblicazione di Libidine, il nostro primo singolo, autoprodotto, abbiamo iniziato questo percorso.

Parliamo della vostra città di origine, Crotone. Il luogo in cui nasci e cresci ti condiziona inevitabilmente, nel bene e nel male. Da calabrese, ho sempre provato sentimenti contrastanti per il mio paese, un rapporto di odio – amore. Eppure credo che è proprio quando l’ambiente circostante ti sta stretto che la tua mente si apre, si libera, abbattendo limiti e confini. Avete trovato limiti e confini? Quali? Pensate che sarebbe stato più facile portare avanti un progetto musicale in una città diversa, con un pubblico diverso, forse più aperto a certi generi musicali?

Sinceramente pensiamo che al giorno d’oggi sia difficile coltivare un progetto simile, che sia musicale o artistico, a prescindere da quale sia la propria città di origine. Almeno in Italia. In quel paese che pur essendo intriso d’arte fino al midollo non sembra esser disposto a riconoscerne il valore; valore che viene invece instancabilmente celebrato dai suoi numerosi vicini di quartiere, disposti a tutto pur di riuscire a scovare il bello negli angoli più improbabili di questo mondo. La cosa certa è che il punto di partenza non può che essere il posto in cui si è nati e cresciuti, quel posto che ci ha resi ciò che siamo e che è un po’ come una estensione dell’utero materno, luogo di sicurezza, nutrimento e preparazione, ma a volte purtroppo anche di morte. In situazioni del genere è inutile dire che i nuovi canali digitali permettono di essere in ogni posto ad ogni ora, facilitando per questo molti artisti nel processo di costruzione di un seguito multiculturale, vero e pronto a supportarti dal vivo oltre che sui social e sulle piattaforme di streaming. Un paio di anni fa suonavamo in un altro progetto, e qualche giorno dopo aver pubblicato del materiale su Spotify ricevemmo una email in cui ci veniva offerta la possibilità di esibirci davanti al pubblico dello Juwenalia, un festival svoltosi a Varsavia. Speriamo di poter replicare questo scenario in futuro.

Libidine è il vostro primo singolo autoprodotto e in lingua italiana. Come mai avete deciso di passare alla lingua inglese? Sentite di riuscire ad esprimervi meglio?
In realtà Libidine è il risultato di un esperimento: era la prima volta che ci assumevamo il rischio di costruire un testo in italiano, dal momento che per noi la musica, negli ascolti e di conseguenza anche nel processo di scrittura, è quasi sempre stata associata alla lingua inglese. Se una lingua madre come il nostro italiano dà uno spazio innegabilmente più ampio all’espressione “puramente” verbale, una lingua come l’inglese, per lo meno in ambito musicale, permette con molta più facilità non solo la costruzione di un ambiente musicale rimato ricco di sfaccettature ma anche la decostruzione di quella sorta di “incasellamento” schematico all’interno del quale spesso si ha la sensazione di essere incastrati quando si scrive in una lingua come l’italiano. Libidine sta continuando a ricevere risposte positive da parte dei nostri ascoltatori, ma si tratta comunque di un esperimento, non di una abitudine. Inoltre, e sarebbe scorretto negarlo, l’inglese dà la possibilità di farsi ascoltare da un pubblico immensamente più ampio rispetto a quello coinvolgibile attraverso l’italiano. Ma detto questo, escludere che in futuro possa nascere una sorella di Libidine sarebbe insensato e non verosimile.

What’s best to die for mi ricorda vagamente qualcosa dei primi Verdena, ma forse è un po’ azzardato trarre conclusioni sulla base di un solo pezzo. Cosa ne pensate? E quali sono le vostre principali influenze?
I Verdena, in particolare quelli de “Il Suicidio Dei Samurai”, hanno innegabilmente avuto un’influenza non indifferente sul nostro approccio sonoro e di scrittura, e occupano una posizione molto vicina allo 0 all’interno della nostra top 10 di ascolti più fedeli, in cui compaiono anche Deftones, Placebo, Slowdive, Explosions In The Sky, Palace, Alcest, Daughter, Sigur rós e American Football. Dunque non possiamo fare altro che ringraziarti ed essere felici di questa tua osservazione.

All’estero si parla di italogaze per descrivere la scena shoegaze made in Italy. Cosa ne pensate? Credete di rientrarci?
Abbiamo iniziato solo recentemente a spingerci un po’ più in fondo nei corridoi del made in Italy, specie per quanto riguarda la scena –gaze, post-rock e di generi affini. Fino a un paio di anni fa, al di là di nomi come Stella Diana, Be forest, Klimt 1918, FBYC e pochi altri, non eravamo molto aggiornati sulla situazione italiana attuale, per via della nostra tendenza all’ascolto di artisti quasi esclusivamente stranieri. Ma in pochissimo tempo ci siamo resi conto di quanto ricca e varia sia questa nuova realtà, scoprendo progetti come Sonic Jesus, Novanta, Clustersun, Tenue e True sleeper. Quest’ultimo passaggio è stato fondamentale per riuscire ad entrare in contatto con persone esperte del settore per ottenere il sound desiderato per questi nuovi brani, le cui riprese sono state fatte autonomamente in camera di Alessandro – ad eccezione delle tracce di batteria, che sono state registrate al WAX di Roma – e poi lavorati da Marco Barzetti (True sleeper). Detto ciò, essere associati a una comunità di artisti validissimi come i prima citati non può che essere per noi un grandissimo piacere, nonostante il carattere intrinsecamente meticcio del nostro ancora ristretto catalogo.

What’s best to die for è solo il primo assaggio … cosa dobbiamo aspettarci dal resto dell’ep? Diteci di più.
Sarà un EP di 5 tracce, abbastanza diverse tra loro, e verrà pubblicato a marzo per Dirty Beach Records e Truebypass. Un ringraziamento speciale va a Mykyta Tortora per averci aiutato a registrare alcune chitarre e delle armonie vocali.

Grazie e in bocca al lupo!

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