Scusate il ritardo speciale autunno 2017

Siamo all’inizio di un nuovo anno, a breve cominceranno le prime uscite importanti, o comunque di cui un po’ di gente vuol sentir parlare, e noi cercheremo di non farci trovare impreparati. come diciamo sempre in questa rubrica, però, non è facile, e c’è sempre il rischio di arrivare a fine anno con qualche rimpianto. Infatti, alla fine del 2017, non ci è andao giù il fatto di non essere riusciti a recensire alcuni bei dischi usciti nell’autunno appena concluso, così, con questo numero speciale, proviamo a rimediare, parlandone in modo un po’ più esteso rispetto a quanto facciamo di solito in questo appuntamento. Se lo meritano, e si meriterebbero anche di essere ascoltati da voi, se non l’avete ancora fatto.

di Stefano Bartolotta e Simona Ventrella

STELLA MARIS – Stella Maris (La Tempesta)
Un Umberto Maria Giardini particolarmente scatenato non si è accontentato di pubblicare il miglior disco mai uscito a proprio nome all’inizio del 2017, ma si è anche permesso il lusso di sfornare un altro gioiello sul finire dell’anno, coadiuvato in primo luogo da Ugo Cappadonia, autore della musica in nove delle dieci canzoni del disco. Cappadonia è stato in grado di creare un impianto musicale tanto dedito agli anni Ottanta degli Smiths e dell’ondata wave quanto personale nella propria perfetta adattabilità alla vocalità non facile di Giardini e nella proposizione di un sound moderno, riconoscibile e capace di tenere sempre altissima la soglia di attenzione dell’ascoltatore. Mettiamoci poi una serie di melodie accattivanti come non si sentiva da tempo, e il lettore capirà bene che solo per le caratteristiche menzionate, il disco è di quelli che, una volta iniziato l’ascolto, è difficile riuscire a interromperlo. Il frontman, dal canto suo, ci mette un timbro vocale giustamente un po’ più ammorbidito, ma non troppo, e testi nei quali il consueto utilizzo di metafore evocative è particolarmente lucido e a fuoco. Dall’irresistibile smithsianità di Rifletti E Rimandi e di Eleonora No, all’epico lirismo di Quella Primavera Silenziosa, alle derive rock di Piango Pietre (l’unica non scritta da Cappadonia ma da Gianluca Bartolo de Il Pan Del Diavolo), all’avvolgente e carezzevole dolcezza di Non Importa Quando, questi 40 minuti sono un vero e proprio esempio di come si possano utilizzare immaginari e mondi musicali diversi tra loro per creare un risultato coerente e soprattutto di grande qualità (Stefano Bartolotta)
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FABRIZIO CAMMARATA – Of Shadows (800A Records)
Il cantautore siciliano torna con un album da solista dopo cinque anni di assenza, ad eccezione dell’omaggio dedicato alla cantanta Chavela Vargas di Un Mondo Raro, realizzato insieme ad Antonio DiMartimo. Of Shadows è un album dell’anima, che racconta un percorso struggente, che gioca con le ombre alla ricerca della luce. Un folk acustico e melodico che sa di mondo, che racconta con intensità il buio del dolore, la consapevolezza della crescita e la necessaria ricerca della salvezza. Ballad a volte cupe e polverose (You’ve Been on My Mind e Say Goodbye) e volte ricche di cromatismi esotici (Mi Vida), e ritmi lontani (Naked For You). Piccoli gioelli di immensa dolcezza (Come And Leave a Rose e I Dont’ Belong Here) in cui la natura acustica della chitarra o del piano amplificano la dimensione intima dei brani a cui la voce di Fabrizio aggiunge sempre, sena esagerazioni, la giusta dose di pathos. Ogni traccia è un piccolo viaggio, una fotografia di un posto lontano e al tempo stesso vicino, un universo nascosto nell’ombra senza distanze e senza tempo. Of Shadows è qualcosa che arriva inaspettato, che scalda il cuore, ti porta con sé senza farti troppo male. Un ascolto da non perdere per una voce italiana emozionante, un cantautore fuori dal coro e dalle mode troppo blasonate (Simona Ventrella)
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ANDREA POGGIO – Controluce (La Tempesta)
È dal 2013 che non sentiamo più nulla di nuovo da parte dei Green Like July, e sicuramente non sono poche le persone dispiaciute per questa assenza prolungata. Ora, però, è il momento del debutto solista del leader Andrea Poggio, che non è certamente destinato a consolare gli orfani del suono della band, ma di certo è un ascolto destinato a piacere a qualunque appassionato di musica. Questi 26 minuti suddivisi in nove brani sono tanto facili da ascoltare quanto ricchi di idee e contaminazioni stilistiche. Prendiamo una versione più giocosa del Sufjan Stevens di Illinois, il chamber pop fresco e moderno di Meilyr Jones e l’attitudine sfrontatamente glamorous dei Parenthetical Girls, ed ecco una serie di canzoni che si basano su melodie cristalline, un armonico e armonioso gioco di incastri tra voce, tastiere, fiati e beat digitali e testi sognanti che evocano ambientazioni degne di una trasposizione moderna di Alice In Wonderland, tra paesaggi urbani e spiagge incontaminate. Una leggerezza spensierata ma non frivola, arrangiamenti arditi e ambiziosi ma mai invadenti o fini a se stessi, sfumature e saliscendi sonori ed emozionali che non prendono mai fiato e suonano più naturali che mai, un utilizzo dell’italiano perfetto nel raccontare situazioni e stati d’animo in modo centrato con una scelta di parole sempre efficace e mai pretenziosa. Un ascolto obbligato per chi apprezza il pop caleidoscopico che però non si perde in inutili ghirigori ma va sempre dritto al punto (Stefano Bartolotta)
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GALEFFI – Scudetto (Maciste Dischi)
Recentemente è uscito un articolo in cui si sosteneva che Galeffi avesse fatto già i primi sold out dopo pochi giorni dall’uscita del disco solamente perché si era ben inserito nel filone modaiolo-giovanilista alla Calcutta o Gazzelle, e che ormai basta fare musica di un certo tipo per aver successo. Ora, può anche essere, però ho deciso di includere la recensione di questo disco tra i recuperi essenziali dell’anno scorso per un motivo principale: non si deve commettere l’errore opposto, figlio dello snobismo, e decidere a priori che chi fa musica di un certo tipo NON merita il successo. Perché poi si finisce per non ascoltare nemmeno delle canzoni che, invece, hanno i numeri giusti per essere apprezzate anche da chi ha qualche anno in più e fatica ad accostarsi al finto indie usa e getta. Certo, Galeffi fa propri alcuni canoni caratteristici di questa nuova ondata: voce basata su un’approssimazione costruita, ricordando spesso, ad esempio, il Francesco De Leo dei primi L’Officina Della Camomilla, suono sfacciatamente pulito, testi basati su stati d’animo, personaggi e situazioni facilmente riconducibili alla tardo o post adolescenza, il cui culmine è rappresentato dall’ormai abusato utilizzo dell’immaginario calcistico (ma lì il primo ad aver fatto questo danno è stato Brunori e peccato che quella venga ritenuta una grande canzone, chissà perché) e dall’altrettanto stucchevole racconto della stereotipata ragazzina hipster. Le ingenuità non mancano in questo lavoro, soprattutto a livello di rime, però il senso melodico è invidiabile, gli arrangiamenti sono immediati ma sfruttano armonie per nulla banali, e quando il Nostro azzecca testo e timbro vocale, beh, se non cantate e non vi fate trascinare evidentemente non vi piace il pop, che per carità, è lecito, ma evitiamo di ricondurre i riscontri ottenuti da questo disco all’acriticità di una certa fascia di pubblico. Io, che adoro il pop fatto bene, mi arrendo di fronte al ritornello di Occhiaie, al dolce crescendo di Potter/Pedalò e alla smaliziata innocenza di Puzzle, e in generale il disco mi dà più di una vibrazione positiva. Basta coi pregiudizi e con le opinioni preconfezionate: ogni artista merita un’opportunità prima di essere etichettato, e Galeffi ne è un esempio (Stefano Bartolotta)
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