Gli EP del mese: aprile 2017

L’EP è ormai un formato sempre più diffuso per la pubblicazione di nuove canzoni da parte delle band, italiane e non. Spesso, purtroppo, chi scrive di musica tende a privilegiare la trattazione degli album, e questo crea il rischio che lavori assolutamente validi non abbiano lo spazio che si meriterebbero. Da questa considerazione è nata la nostra scelta di raggruppare mensilmente una serie di recensioni brevi sugli EP ascoltati nel periodo di riferimento, così che i nostri lettori possano avere uno sguardo d’insieme anche su questo tipo di pubblicazioni.

Swomi – Painless (autoprodotto)
Duo bresciano al debutto assoluto, Matteo e Francesco provano a rinverdire i fasti di ciò che una volta veniva chiamato indietronica, arricchendo il tutto con un tocco lo fi. Le prime due canzoni Gun e A-Line ricordano principalmente gli Yuppie Flu, la conclusiva Jelly Beans è più dalle parti della Beta Band, New Ways vira verso suoni dilatati e un’attitudine shoegaze, Peach è una sorta di stacco ipnotico. Su tutto, aleggia, come detto, un tocco lo fi che, a seconda dei momenti, ha come riferimenti Beck oppure i Grandaddy. I due mostrano un songwriting interessante e una buona capacità di rielaborare e mettere insieme tra loro i citati riferimenti. Un buon modo di presentarsi, in definitiva, e varrà senz’altro la pena seguire questo progetto con le sue prossime mosse (Stefano Bartolotta)
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The Panicles – Il Mondo Tace (Nimiq Record)
Li ricordavo cantare in inglese questi Panicles che invece ora passano alla nostra lingua madre e tutto sommato la cosa non è poi neanche male. Il loro piglio rimane quello del rock da stadio, fatto per essere cantato a più voci e con il ritornello che sa sempre il fatto suo, radiofonico e immediato. Sta di fatto che, più che i grossi nomi internazionali tipo gli U2, tanto per fare un nume che pare, comunque, essere tutelare, qui chi mi viene in mente è un cantante nostrano come il Francesco Renga degli esordi solisti, che aveva (al contrario di adesso) non poca grinta ed era sostenuto anche da ottimi spunti chitarristici. Attenzione non prendete quello che dico come una critica, anzi, a quei tempi l’ex cantante dei Timoria era sicuramente genuino e con uno spirito rock ancora ben presente e lo stesso lo possiamo trovare nei Panicles che forse, nei 6 brani, perdono la bussola nel folk-rock di Filo Rosso che rimanda giusto ai Modena City Ramblers più che a Renga. Per il resto io dico tutto bene. (Riccardo Cavrioli)
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Uvì! – Uvì! (autoprodotto)
Gli Uvì! vengono dal profondo sud, da Reggio Calabria. Il loro progetto è un bell’esperimento musicale, le tre canzoni che compongono l’ep sono inusuali se si considerano suoni (che navigano sul mare rock dei nostri anni novanta) e parole (i testi sono totalmente in dialetto reggino). Si parte con 28 dicembre, data del terrificante terremoto e maremoto che nel 1908 hanno devastato parte della Calabria e della Sicilia, brano che, su una base che richiama i primi Marlene Kuntz, quelli romantici di Trasudamerica, descrive il trambusto vissuto in prima persona dai cittadini reggini dell’epoca. Anche Lavuru Non ‘Nci ‘Ndè merita attenzione, è uno sguardo sulla degradata situazione lavorativa che vive il sud ormai da tanto, troppo tempo: il concetto di base è che o non si lavora per mancanza di lavoro o si è costretti a lavorare in condizioni pietose. E anche qui i suoni sono analoghi ai primi. Insomma, una piccola realtà musicale la loro, senz’altro, ma che merita di essere osservata (Andrea Martella)
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Sarah Stride – Schianto (autoprodotto)
La milanese Sarah Demagistri è attiva nella scena indipendente da circa 15 anni, e dal 2012 è iniziata la sua avventura come Sarah Stride. Questo EP anticipa il secondo album, e mostra una certa ambizione nei riferimenti e nella costruzione dei brani. L’impostazione di base è da cantautorato femminile di alto profilo, tra Nada, Antonella Ruggero e Patti Smith, ma ad accompagnare lo scheletro delle canzoni c’è un suono più moderno, cupo, stratificato, principalmente elettronico e nel quale ha grande importanza l’aspetto ritmico, visto il modo in cui conferisce groove e dinamismo a canzoni che viaggiano a velocità bassa. Questa commistione tra passato e presente produce canzoni dall’ampio ventaglio stilistico ed emotivo, con arrangiamenti e atmosfere in continua mutazione. Colpiscono soprattutto I Barbari, che rielabora i riferimenti citati in una canzone alla CSI, e Il Figlio Di Giove, che inizia ansiogena e claustrofobica e pian piano diventa più ariosa. Un gran bell’ascolto che mette molta curiosità per il disco in arrivo (Stefano Bartolotta)
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David Boriani – Becker (Giungla Dischi)
Tra la scuola romana e il cantautorato alla Battisti. Sono questi gli estremi tra cui si muove il sound gentile e tutto sommato minimale del buon David Boriani, che in questo EP prodotto da Daniele Sinigallia fotografa piccole quotidianità agrodolci. Piano e chitarre acustiche sono i compagni preferiti per veicolare parole mai banali, di quelle che vanno ascoltate con attenzione, perchè lasciano un seme capace di crescere ascolto dopo ascolto. Le melodie poi non mancano affatto, anzi, un brano come Julienne Juliette è davvero un gioiellino, con un ritornello di quelli che scaldano il cuore ma fanno anche venire un po’ la lacrima, i migliori insomma. Io dico che qui c’è del talento che va coltivato! (Riccardo Cavrioli)
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L’ultimodeimieicani – In moto senza casco (autoprodotto)
Mentre scrivo questa recensione ho già in mente la felicità di essere in riva al mare a Napoli, su un 50ino Piaggio, impennando senza coscienza dei rischi, rigorosamente senza casco. Apologia dell’illegalità? No, solo della libertà. E non voglio permettere alla visiera di nascondermi la vista del mare, profumato, fresco. E freschi sono questi 5 ragazzi di Genova: Beniamino, Stefano, Rachid, Lorenzo, Pietro che hanno autoprodotto un EP, registrato presso Studio Greenfog, semplice, ma non per questo leggero. Sette canzoni che sono spaccati di vita dei ventenni, apparentemente senza futuro, riflessivi, con la voglia di spaccare tutto, ma a volte scoraggiata da problemi pratici (non ho un lavoro che mi permetta di ridere). Riflessioni agrodolci accompagnate da una musica che in alcuni momenti mi fa venire in mente Niccolò Contessa e uno stile che va a inserirsi nel filone goliardico (ma non per questo meno interessante) di Ex-Otago, di cui Rachid è il batterista, Perturbazione, Calcutta. Anche l’immagine della band resta impressa: foto di gruppo senza pantaloni, in un carrello della spesa, con corone di fiori hawaiane al collo. La musica è riflessione, ma anche divertimento. I ragazzi sono solo all’inizio, ma sono sicura che ne faranno di strada, spero però non ci facciano preoccupare e si mettano il casco o almeno non vadano in 5 in moto! (Cristina Fontanarosa)
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Human Colonies – Big Domino Vortex (Mia Cameretta, Lady Sometimes)
La fervida realtà shoegaze italiana propone un altro fiore all’occhiello: il trio bolognese/fiorentino Human Colonies. In questo caso, al di là di quello che ci si può aspettare, la semplicità del solito trittico chitarra-basso-batteria da un risultato spaziale, fatto dell’art-rock dei Dinosaur Jr. (Kleio ne è un esempio), dei riverberi dei My Bloody Valentine (come in Sirio) e del post-rock che tanto piace a noi giovani deviati (come quello di Vesuvius). I tre ragazzi sono pronti per raggiungere nuove sponde, quelle che li porterà ad essere una band con la b maiuscola, una di quelle che resta nelle menti di chi ama gli anni novanta e che continua a viziare e a disabituare al distacco dagli stessi (Andrea Martella)
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Rosso Petrolio – Rosso Petrolio (Libellula)
Rosso Petrolio è il progetto di Antonio Rossi. Chitarra acustica, arpeggi e voce per lo più, ma niente a che vedere con Vasco Brondi, tanto per chiarire come stanno le cose. Qui invece c’è una piacevole aria folk che pervade il sound di Antonio, quel folk che guarda all’America ma anche al nord Europa. Non certo toni bassi, ma una volontà anche di essere incalzante e pimpante, con dei testi semplici e chiari che mettono in mostra difficoltà e sincerità personali, anche negli sbagli, che purtroppo nelle nostre vite non mancano mai. Per ora si va sul classico senza particolari rischi, staremo a sentire più avanti. (Riccardo Cavrioli)
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