I Hate My Village @ Parco del Cavaticcio, Bologna 15/06/2019

Rieccoci al Parco del Cavaticcio, questa sera più colmo che mai. Si, perché stasera suonano gli I hate my village. Per chi non li conoscesse (davvero non li conoscete? Mai sentito parlare?), si tratta del supergruppo composto da Alberto Ferrari (Verdena), Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Marco Fasolo (Jennifer Gentle).

Uno splendido djset ci prepara  all’arrivo della band, e sembra davvero facile farci ballare. Si, qui siamo tutti carichi ancor prima di cominciare.

Alle 22,00 circa le luci si fanno più basse, il lontananza si sentono gli echi esagitati di pennuti impazziti, e lo spettacolo ha inizio. Sono sufficienti davvero pochi secondi per infuocare un pubblico già caldissimo.

In effetti, il disco aveva lasciato intuire che dal vivo avrebbe mostrato ancor di più la sua potenza. Ora posso confermarlo.

La chitarra di Viterbini è sempre capace di agitare il corpo e ipnotizzare la mente con i suoi riff ossessivi e gli imprevisti cambi di ritmo. Le sue corde – protagoniste assolute – si intrecciano a quelle di Ferrari, e conducono un dialogo continuo con un basso pulsante e una batteria incalzante.

I quattro mescolano rock, blues, atmosfere psichedeliche e sonorità tribali, riuscendo a rievocare la Madre Africa, e coinvolgendo i presenti a lanciarsi in una danza quasi sciamanica, così in Tramp, Aquaragia, Presentiment; mentre si rallenta in Bahum e Fame, in cui si respira un aria più malinconica.

Ma è con Tony Hawk of Ghana che avviene l’esplosione. Alberto Ferrari (mai visto così interattivo col pubblico!) invita le prime file a salire sul palco: decine e decine di persone si ritrovano così a muoversi e sudare insieme alla band. Più che a un concerto, sembra di essere ad una grande festa stasera. Ma non è finita qui. Il divertimento continua con una fantastica cover Don’t Stop ‘Til You Get Enough di Michael Jackson, che continua a far ballare i presenti.

Si giunge presto al termine, gli I hate my village salutano il loro pubblico, che evidentemente non è ancora stanco, e ne vorrebbe ancora e ancora. Tornano quei versi scomposti di galline che avevano aperto il concerto, ma che adesso segnano la fine definitiva di quello che è stato un autentico rito liberatorio  e purificatorio.

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