Opinions: no, io non rimpiango Goran Bregovic

Prima di queste edizione 2018, non avevo mai passato tutto il pomeriggio davanti alla TV a guardare il concerto del primo maggio, ma stavolta ho sentito che non potevo esimermi. Tutti i nomi in cartellone, infatti, fanno parte, in un modo o nell’altro, del circuito indipendente per il quale ho dedicato, con grande passione, tantissimo tempo, e l’occasione era quindi irripetibile, per capire come questo circuito possa approcciarsi in un contesto così diverso rispetto alla nicchia a cui è abituato.

Poi certo, ormai i nomi provenienti dal mondo indie che sono usciti dalla suddetta nicchia sono numerosi, ma il cartellone del pomeriggio di ieri era qualcosa di diverso, perché su quel palco e davanti a quella platea televisiva è stata trapiantata in blocco tutta la varietà dell’espressione artistica di un movimento, che comprende generi diversi e, in alcuni casi, una commistione tra essi. Inoltre, nessuno dei nomi presenti è abituato a esibirsi davanti a quel mare di gente, sapendo anche che tantissimi salotti d’Italia erano sintonizzati sulla loro performance. Un conto era mettere lì Lo Stato Sociale o Cosmo, che infatti hanno suonato la sera, e un altro uno qualsiasi dei nomi del pomeriggio, che era appunto la parte che mi interessava e che ho visto, mentre la sera l’ho evitata.

Ebbene, ciò che è uscito da quelle 4 ore è una scena indipendente che ormai si sta affrancando dalle due principali accuse che le sono state mosse contro in questi anni, come movimento globale. La prima era quella di scarsa preparazione tecnica e di eccessiva improvvisazione nel fare le cose, la seconda, più recente, era quella di aver tradito gli ideali dell’indipendenza musicale con proposte votate, prima di tutto, all’ottenimento del successo facile a scapito della qualità. Su quel palco, non si è notata né l’una, né l’altra cosa, ma si sono susseguiti artisti da un lato capaci di fare musica e dotati della necessaria padronanza dei propri mezzi per potersi esibire in modo credibile su quel palco, dall’altro portatori di un repertorio che certamente non disdegna il seguire certe mode del momento, ma ha anche una sostanza artistica che non può non essere riconosciuta.

Questo discorso lo faccio al di là dei miei gusti personali, perché un momento come quello è interessante non tanto per appagare le proprie preferenze, ma per capire gli aspetti di cui sopra. Pertanto, ho prestato orecchio a certe cose che normalmente non ascolterei mai, proprio per capire cosa ci fosse dietro, e siccome mi riferisco soprattutto agli artisti più hip hop oriented, dico subito che, dei vari Achille Lauro, Gemitaiz e Nitro ho molto apprezzato sia l’abilità con le parole che la capacità di farle interagire con basi moderne nel senso positivo del termine, con un andamento ritmico e armonico mai scontato ed efficace; quando poi il rap si è spostato verso la deriva melodica propria di Frah Quintale, le cose sono andate ancora meglio, non solo per il mio gusto personale, ma proprio per la capacità da parte dell’artista di unire questo elemento in più al resto degli elementi propri del genere. Il livello si è poi ulteriormente alzato con Willie Peyote, autore e performer di qualità e soprattutto carisma superiori, dal quale è semplicemente impossibile togliere occhi e orecchie di dosso quando è sul palco. Questo non significa che da oggi mi metterò ad ascoltare questi artisti, ma che le loro qualità ci sono e sono lì da vedere e apprezzare.

Anche la parte che si muove tra cantautorato, pop e rock, con tutti i miscugli conseguenti, se l’è cavata più che bene, a parte un Galeffi che ha sicuramente un buon potenziale come autore, ma che, al momento, è ancora troppo impacciato per stare lì, o almeno lo è stato in quest’occasione. I sei vincitori dei diversi contest hanno dimostrato di essersi pienamente meritati l’opportunità di portare una propria canzone al Concertone, e tra essi si sono distinti, a mio avviso, la forte personalità di Erio e l’adrenalina del mio amico Zuin. Per il resto, si è assistito a prove di grande maturità dalla prima all’ultima, e in alcuni casi anche di classe, come per Maria Antonietta e Dardust, o di particolare efficacia espressiva, come per Mirkoeilcane, o di entrambe, come per Wrongonyou. Su quanto siano ormai rodati come live act Gazzelle e i Canova non credo di dover essere io a dirlo, e la qualità di progetti di alto profilo come gli Zen Circus, John De Leo e Francesca Michielin è stata perfettamente trasferita sul palco e nei televisori italiani. Anche l’omaggio finale agli Skiantos è piaciuto soprattutto per quanto sia stato spontaneo e sentito al tempo stesso.

Questo è quanto ho notato da questa lunga visione televisiva pomeridiana, cercndo di essere il più obiettivo possibile. Purtroppo, in giro ho letto molti commenti negativi, e tra essi mi hanno colpito molto quelli che hanno scritto “quasi quasi rimpiango i Goran Bregovic e Modena City Ramblers degli anni scorsi”. Ebbene, io non li rimpiango affatto, e preferisco di gran lunga un cast che esprime ciò che sta davvero succedendo in Italia e che mostra come il tanto auspicato ricambio generazionale sia ormai una realtà consolidata e in grado di dare soddisfazioni ad ampio respiro. Poi certo, sarebbe il massimo se su quel palco potessero salirci i Benvegnù, gli Edda, gli Umberto Maria Giardini, gli Andrea Laszlo De Simone, ma siamo realisti, non succederà mai, ed è il caso di essere lieti del fatto che chi riesce a far presa su un pubblico più ampio abbia anche qualche carta da giocare dal punto di vista della sostanza artistica.

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