Gli M+A e l’ostentazione del disprezzo verso l’Italia

Gli M+A sono tra le realtà più valide emerse in Italia negli ultimi anni, su questo penso che in pochi avranno da discutere. Ottime melodie, groove irresistibili, un tessuto sonoro con un bilanciamento unico e su alti livelli di raffinatezza e “tiro”. Come tanti altri gruppi italiani che invece se lo meriterebbero, non stanno riuscendo né a attirare l’attenzione di un pubblico più ampio rispetto alla schiera dei grandi appassionati di musica e nemmeno a occupare spazi importanti sulla stampa che conta. Capita però che qualcuno, a loro insaputa, iscriva un loro pezzo al contest per selezionare una band del sottobosco da far suonare a Glastonbury. La canzone supera tutte le selezioni, la band viene invitata a suonare dal vivo di fronte alla giuria e vince il contest con enormi attestati di stima nella motivazione dell’assegnazione del premio.

Tutto bene, insomma, ma evidentemente i due non hanno reagito al corso degli eventi semplicemente prendendone atto, ma è rimasto loro il sangue amaro per come sono andate le cose nella loro Patria. Così, una ventina di giorni fa, hanno rilasciato un’intervista in merito al sito internazionale Konbini. Nelle info della pagina Facebook leggiamo che è “Based in London, New York City, Mexico City and Paris” e la stessa pagina ha oltre un milione e 200mila like pur essendo stata lanciata solo tre anni fa. Una cassa di risonanza molto importante quindi, che gli M+A hanno sfruttato per far sapere a un’utenza così ampia che in Italia se non canti in italiano rimarrai sempre un outsider, che manca la cultura musicale per capire che fare pop non significa fare solo musica di merda da far passare nelle radio, che musicalmente c’è tanta esterofilia, che c’è un culto eccessivo per il passato e che ci sono un sacco di tamarri. Tutto indubbiamente vero, peccato che questi concetti occupino una parte piuttosto piccola dell’intervista, e che la maggior parte delle risposte siano dense di luoghi comuni in maniera imbarazzante.

Roma è troppo vecchia e turistica, Torino invece è la culla della musica elettronica e per questo può essere associata a Berlino, Milano sarebbe interessante ma la gente pensa solo allo shopping e ai soldi, mentre l’Emilia-Romagna è il posto migliore in cui fare musica. Queste dichiarazioni sono solo la punta dell’iceberg, perché attenzione, grazie agli M+A scopriamo che se fai successo facendo musica elettronica in Italia, prima o poi diventerai un tamarro, è una sindrome da cui non si può sfuggire, com’è successo a quello dei Bloody Beetroots che ora fa X-Factor. Veniamo anche a sapere che gli M+A sono la prima band in assoluto nella storia d’Italia a essere diventata relativamente famosa pur cantando in inglese. Ma il meglio è quando dicono che l’attitudine di chi fa musica in Emilia-Romagna è migliore di chi la fa al Sud o a Milano perché in quei posti c’è più gente di destra e invece l’Emilia-Romagna è di sinistra. Lasciando perdere gli errori di ortografia italiana da parte dell’intervistatore, il più buffo dei quali è l’aver scritto Pizarro invece di Pesaro.

Ho letto l’intervista da ormai un po’ di tempo e mi sto sforzando di capire cosa abbia spinto il duo a rilasciare dichiarazioni del genere, perché davvero, non riesco a credere che chiunque possa sinceramente avere queste opinioni. Due cose mi saltano all’occhio, però. La prima è che alla domanda se ci sia in Italia qualche altra band meritevole di suonare a Glastonbury è stata data una risposta che non c’entra niente e soprattutto non è stato fatto nessun nome; la seconda è che, a oltre due settimane dalla pubblicazione, nessuno si sia curato di far correggere i suddetti errori di ortografia e quando si dice che “c’è una band brava a Pesaro che fa post-punk”, la band non è nemmeno nominata, che sicuramente è una svista ma non ci vorrebbe niente a farla correggere.

È quindi evidente che da parte della band e del suo entourage si voglia proprio mostrare senza filtri il disprezzo quasi totale nei confronti di tutto ciò che sia Italia, e il quasi significa solo che invece del disprezzo in alcuni rari casi c’è disinteresse. Viene da chiedersi se sia in qualche modo giustificabile una politica del genere, soprattutto perché nel giro degli appassionati e della stampa specializzata gli M+A godono di ampio credito, sicuramente superiore a quello di altre band che non si discostano molto dal loro stile e che, cercando di essere obiettivi, si sono attestate sugli stessi livelli qualitativi, penso ai Welcome Back Sailors, ai La Casa Del Mirto, ai Belize. Eppure, quando hanno avuto la possibilità di farlo, i due non hanno nemmeno nominato questi gruppi e il messaggio che necessariamente passa per noi italiani è che ciò che hanno ottenuto gli M+A qui da noi è inferiore a quanto si sarebbero meritati, mentre degli altri gruppi che hanno ottenuto di meno chi se ne frega. Anzi, chi se ne frega di tutti, l’Italia è solo merda e noi le sbattiamo la porta in faccia sdegnati.

In un’epoca dove i gusti del pubblico cambiano, trovo insensata e anche ingenerosa la scelta di chiudersi le porte di un mercato che comunque non si è certo mostrato indifferente nei confronti del progetto. Inoltre, vista l’importanza dell’aspetto comunicativo e che tutte le proprie dichiarazioni rimangono online potenzialmente per sempre, non è proprio conveniente parlare senza filtri come stanno facendo loro due. Sicuramente si può apprezzare la genuinità e l’indipendenza di pensiero, però quando si va a urtare la sensibilità del pubblico in modo troppo violento, la cosa rischia seriamente di ritorcersi contro. Chissà se per esempio qualcuno in Inghilterra si accorgerà mai che, dopo Glastonbury, il commento della band reso a Vanity Fair è stato questo: “tutto ciò non vale la frittata e dobbiamo diventare famosi il prima possibile proprio per evitare queste maratone fisiche. Quindi fisicamente non lo rifaremmo mai, troppo fango e troppi sballoni”. Visto l’amore sacrale che il pubblico britannico ha per il proprio festival di punta, non credo che una reazione dai toni così snob sarebbe apprezzata da quelle parti.

Invece di prendere quello che viene, gli M+A stanno maltrattando chi non dà loro ciò che vogliono, anche se quanto stanno ricevendo non è esattamente poco. Andando avanti così, prima o poi si concretizzerà il rischio di fare musica per se stessi, obiettivo che non mi sembra esattamente in linea con le loro dichiarazioni.

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One Comment

  • Avatar Karol ha detto:

    Complimenti Stefano, articolo eccellente. A me è sembrato un (mini) suicidio mediatico, visto che la band in questione non ha bisogno di questo tipo di pubblicità.

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