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DISCHI

Amor Fou: I Moralisti (2010 - EMI)

"È talmente bello che ha la capacità di procurare sogni arditi, una cosa che capita solo coi capolavori"

di Stefano Bartolotta

  il giudizio: 9/10

Il bello di recensire un album un mese oltre a quando l’hanno già fatto tutti, è il poter evitare di soffermarsi troppo sulla descrizione del contenuto e avere quindi la possibilità di concentrarsi sulle motivazioni per cui il disco in questione può risultare più o meno meritevole. Con il CD nei negozi da ormai alcune settimane, tutti sanno cosa aspettarsi da questo secondo lavoro dei rinnovati Amor Fou: una serie di brani tanto struggenti quanto incalzanti, che nascono dall’idea di mettere in musica la quotidianità di una serie di personaggi reali vissuti tra gli anni '50 ed '80, con lo scopo di riportare all’attenzione del pubblico la necessità di un osservatorio sul quotidiano attraverso il quale analizzare noi stessi e la realtà che ci circonda.

Anche le opinioni di coloro che ne hanno parlato sono quasi tutte concordi nel definire ‘I Moralisti’ un ottimo disco, e per giustificare il riscontro positivo ogni appassionato che abbia recensito il disco o che ne abbia semplicemente scritto su un blog o su un forum o anche solo discusso con gli amici, ha utilizzato motivazioni date dalla propria soggettività, e che quindi difficilmente possono coincidere con quelle degli altri. Il contributo che quindi provo a dare è quello di fornire le mie soggettive motivazioni che, da subito, mi hanno spinto a far parte dell’ampio coro di elogi a questo lavoro.

Quello che secondo me è il più importante punto di forza è la centralità del ruolo della canzone, o meglio di quelli che dovrebbero essere gli elementi centrali di essa, musica e parole. Troppo spesso ci sono dischi pop, anche belli, nei quali le scelte a livello di arrangiamenti e produzione artistica si prendono troppo spazio nei confronti di ciò che rappresenta la polpa del contenuto, ovvero le melodie, la voce e le cose che vengono raccontate. Non sto dicendo che qui il suono non abbia un ruolo determinante: ce l’ha eccome, e lo vedremo meglio più avanti. Dico solo che qui risulta essere il miglior mezzo possibile per far sì che le idee melodiche del gruppo, l’intonazione vocale di Alessandro Raina e le parole con cui sono state messe in musica le storie di cui sopra riescano ad esprimere al meglio tutto il loro grande potenziale. Un mezzo quindi, eccellente finché si vuole ma pur sempre un mezzo, e non uno scopo: finalmente un gruppo pop che capisce pienamente che lo scopo di guidare da Milano a Barcellona è arrivare a Barcellona, non passare il tempo al volante di una fuoriserie fiammante: quello è solo il mezzo che ti permette di arrivare dove vuoi.

A questo punto è importante sottolineare la qualità intrinseca della polpa di cui si parlava sopra, in ognuno dei tre aspetti citati. Le melodie sono perfette nel loro avere un sapore classico da canzone italiana ma allo stesso tempo non essere mai scontate e non apparire come un mero riciclo degli stilemi propri di una tradizione culturale: si sfrutta questa tradizione per cercare qualcosa che vada al di là di essa e sia moderno e raffinato allo stesso tempo. L’intonazione vocale di Raina punta, a ragione, sulla ricerca della massima espressività possibile, senza andare ad eseguire inutili voli pindarici dal punto di vista strettamente tecnico: meglio mantenersi tra le righe in quanto a registri vocali utilizzati, così da avere tutto lo spazio possibile per dare al proprio cantato la morbidezza e la rotondità necessarie perché ci sia un armonia totale con le descritte caratteristiche dello stile melodico. Infine i testi, anch’essi perfettamente equilibrati tra la capacità di arrivare a tutti con facilità e l’elevarsi da qualunque tipo di standardizzazione. La loro qualità letteraria è molto buona e l’efficacia nel far vivere all’ascoltatore le storie che raccontano è straordinaria.

A questo punto è necessario parlare meglio della capacità di far convivere alla perfezione un’anima volta alla tradizione, o per usare un termine più in voga, al vintage, con un’altra dedita invece alla stretta attualità. Questo non avviene solo nell’equilibrio tra le varie componenti di cui sopra, ma anche nel modo, sempre diverso, con cui le due anime si confrontano all’interno della singola canzone nel suo complesso. Brani come ‘De Pedis’, ‘Anita’ o Dolmen, piuttosto diversi tra loro, sono accomunati dalla presenza di una maggior modernità nella parte musicale e di un più spiccato tradizionalismo nei testi, mentre invece in altri casi, come ‘Peccatori In Blue Jeans’ la musica è molto influenzata da un movimento datato come il beat ed il testo ha però momenti di stringente attualità, quando parla di come sia vuoto mettere in piazza la propria intimità e le proprie relazioni sociali tramite i social network; altri brani ancora, infine, vedono prevalere completamente l’una o l’altra anima, per esempio quelle tradizionalista in ‘Il Mondo Non Esiste’ o quella modernista in ‘Cocaina Di Domenica’. Insomma, questo equilibrio è molto dinamico, e questa sua caratteristica contribuisce a rendere l’ascolto ancora più stimolante e duraturo nel tempo, perché è bello ogni volta che il cd passa dal lettore cercare di cogliere al meglio i dettagli delle suddette interazioni.

C’è, infine, un altro tipo di equilibrio dinamico, che lo è anche più di quello sopra descritto, ovvero quello tra tutte le influenze che si possono cogliere ascoltando il disco. Si passa dall’ispirazione ad artisti come Francesco De Gregori, Serge Gainsbourg, Nick Drake, ad un cantautorato più da band, viene in mente soprattutto l’Equipe 84, alla maniera in cui in questo decennio sono stati ripresi il post punk e la new wave, sia in Italia (Altro) che all’estero (Interpol), ad una ricerca sonora che ricorda quella dei Radiohead, all’utilizzo di giri di pianoforte in stile Coldplay. Tutta questa girandola di riferimenti è utilizzata in modo che non risulti un semplice collage disorganico, ma si pesca da essi quel tanto che basta affinché da un lato non manchi la coerenza stilistica d’insieme e dall’altro non si possa parlare di derivatività, ma invece di ricerca di una propria personalità tramite un’intelligente ed efficace rielaborazione.

In conclusione, non posso permettermi di proporre un articolo così lungo senza citare la miglior canzone del disco. Si intitola ‘Le Promesse’ ed è semplicemente una ballad perfetta, ed in quanto tale ogni tentativo di descriverla sarebbe fuorviante, basti quest’aggettivo e il giudizio che si farà ognuno ascoltandola. Da parte mia spero soltanto che una canzone del genere arrivi ad essere diffusa il più possibile tra il grande pubblico, in modo da educarne il gusto musicale e, chissà, a convincere tutti i cantautori nazional-popolari, da Tiziano Ferro in giù, a cambiare mestiere. Utopie, lo so, ma ‘I Moralisti’ è talmente bello che ha anche la capacità di procurare sogni così arditi, una cosa che capita solo coi capolavori.