Mimes Of Wine – La Maison Verte

GENERE: songwriting, slowcore, modern classical.

PROTAGONISTI: Laura Loriga: voce e pianoforte; Luca Guglielmino: chitarra elettrica; Stefano Michelotti: nichelarpa e violino; Helen Belangie: violoncello; Matteo Zucconi: contrabbasso; Riccardo Frisari: batteria.

SEGNI PARTICOLARI: terzo album per la band capitanata da Laura Loriga. L’album ha già avuto una pubblicazione sul mercato americano lo scorso giugno, grazie alla collaborazione con Adam Moseley (produttore e sound engeneer dell’album precedente). L’etichetta è la Accidental Muzik rec, dello stesso Moseley. Per l’Italia, era uscito un EP ad aprile, con una canzone poi finita anche nell’album e altre due che invece non ci sono.

INGREDIENTI: in un mondo ideale, sarebbe bello che i Mimes Of Wine non avessero bisogno di presentazioni e che, in sede di recensione, ci si possa solo concentrare sulle novità rispetto ai dischi precedenti. Temendo, però, che non tutti i lettori conoscano la band (purtroppo), è il caso di spiegare che, fin dal primo album Apocalypse Sets In (2009), i Mimes Of Wine propongono una musica dal ritmo lento e dalle tinte scure, con un mood che lascia trasparire una tensione che ancora non è affiorata ma che si mantiene sottopelle, pronta a esplodere da un momento all’altro. Da sempre, gli elementi guida delle canzoni dei Mimes sono la voce e il pianoforte della leader Laura Loriga, che canta con un timbro vocale arioso e rotondo, che occupa un certo spazio, e, nel frattempo, si produce in continui arpeggi al pianoforte, con un abbinamento quasi per contrasto rispetto alla propria voce in modo da creare l’atmosfera di cui sopra. Album dopo album, la band si è sempre più integrata nello stile dell’autrice, e in questo terzo lavoro, la lunga lista di strumenti che potete leggere sopra va a comporre atmosfere quanto mai variegate e che comunque mantengono le caratteristiche generali a cui si è accennato. Alcune canzoni hanno uno strumento in particolare che le caratterizza, come ad esempio il sax nella parte finale di Jai Singh o la chitarra slide in Last Man On Mount Elysian, in altre, invece, l’insieme degli strumenti è più equilibrato e non ce n’è uno che spicca in particolare.

DENSITÀ DI QUALITÀ: il percorso artistico di questa band è tra i più validi e interessanti in Italia per come è stata sempre mantenuta una forte coerenza di base ma allo stesso tempo si è progressivamente ampliata l’esplorazione musicale all’interno del territorio che si è scelto. In questo disco in particolare, l’ascoltatore si sente coinvolto dall’equilibrio tra i continui cambi di suono e la riconducibilità dello stesso a caratteristiche comuni. È un ascolto particolarmente appagante proprio perché si sa già la tipologia generale di proposta, ma è impossibile immaginare il modo in cui ogni volta essa verrà declinata. E, al di là di questa abilità tecnica, ci sono bellezza estetica, personalità e un forte impatto emotivo. Qualità, classe e genuinità vanno di pari passo in un disco riuscito splendidamente e che ogni appassionato di musica dovrebbe ascoltare, al di là del proprio genere di riferimento..

VELOCITÀ: lenta.

IL TESTO: tutti i testi sono particolarmente poetici ed evocativi, quindi è difficile scegliere un passaggio rappresentativo. Questo, comunque, è un buon esempio: “ All my hundred lives i carry with me, tied up with a silver string, they crowd up and shout and toss about, they sing me down to sleep” da Road.

LA DICHIARAZIONE: spesso i comunicati stampa assumono toni troppo enfatici rispetto alla qualità di ciò che stanno prmonuovendo, ma, in questo caso, è difficile non essere d’accordo con quanto scritto: “ Teatrale come lo erano i Devics di Dustin O’Halloran e Sara Lov, conturbante come le migliori Cat Power e Lisa Germano, inclassificabile come i Dead Can Dance, intensa nella voce come Joni Mitchell di Ladies of the canyon, ma assolutamente personale nell’espressione del suo bagaglio musicale.”.

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