Afterhours: Folfiri O Folfox

Genere: Alt-rock, pop-rock, rock

Protagonisti: Gli Afterhours sono un ensemble in continua evoluzione. Negli ultimo anni si sono susseguite diverse, pesanti, defezioni che però sono state compensate da ingressi all’altezza della fama della band. Attualmente ne fanno parte: Manuel Agnelli, il chitarrista Xabier Iriondo, il violinista Rodrigo D’Erasmo, il batterista Fabio Rondanini, il chitarrista Stefano Pilia e il bassista Roberto Dell’Era.

Segni particolari: Il primo doppio album di inediti della carriera degli Afterhours (Siam tre piccoli porcellin, era un live) è distante quattro anni da Padania. Dar nuova linfa al progetto era il primo obiettivo di Agnelli, visto che l’ultimo LP aveva lanciato più ombre che luci sulla vitalità degli Afterhours, visti da molti in caduta libera dopo l’ultimo exploit registrato con Ballate per piccole iene (2005). Una caduta libera forse più di stile che di sostanza. La partecipazione al Festival di Sanremo, una progressione sempre più marcata verso un suono più aperto al grande pubblico ed una integrità artistica di dubbia tenuta visti gli accordi con una major. Tutti elementi che hanno reso sempre meno diplomatico l’approccio di chi ha seguito, sin dal principio, le gesta di quella che è senza dubbio la band più importante della storia del rock italiano ma che, all’opposto, ha fatto sì che un modo di fare musica diverso dai canoni propinati dai media italiani divenisse una valida alternativa, un’alternativa concreta e non solo vociferata a mo’ di leggenda da un’eroica webzine indie. E’ sicuramente fonte di dibattito rilevare se siano stati più gli Afterhours ad adattarsi al sistema o se sia stato, finalmente, il sistema ad essere stato perforato. Probabilmente la verità è nel mezzo: nei concerti ci sono ancora gli Afterhours irriverenti, istrionici e spaccasassi di sempre, mentre su disco la volontà di piacere a più persone possibili li ha resi forse meno audaci. Di certo, se rispetto a 10 anni fa i loro concerti registrano 5.000 presenze in più, non ha vinto solo il promoter, ma ha vinto anche la cultura alternativa. Checché se ne dica è sempre bello osservare un ragazzino che potrebbe essere nostro nipote cantare a squarciagola Punto G anziché essere altrove a fare lo stesso con una Rewind a caso, giusto per rimanere in ambito erotico.

Ingredienti: Nel disco sono finite diciotto canzoni e, a livello di sound ed arrangiamenti, risulta difficile trovare più di 3-4 pezzi affini. La scrittura del disco ricopre un po’ tutte le anime degli Afterhours. Il mood prelavente, ad ogni modo, è adagiato su increspature malinconiche, disilluse e forse fataliste. La forma canzone è pienamente rispettata, ma non sono isolati i momenti di completa dissonanza, che mantengono vivo l’ardore sperimentale (San Miguel, Cetuximab, Folfiri o Folfox, Il trucco non c’è). E’ indubbia la coesione strumentale, sicuramente punto di forza del disco. Stupisce, però, in diversi pezzi la ricerca della ‘sensazionalità’, applicando a strutture secche, ritornelli e singalong che mai avremmo detto di poter sentire dalla voce di Manuel Agnelli. Proprio il cantante rock per eccellenza a questo giro ha lavorato molto su se stesso, adattando il canto ai diversi registri perdendo ben poco in profondità. Tante chitarre, tanto acustiche quanto elettriche, canzoni che nella loro eterogeneità sembrano voler riprendere l’atteggiamento de I Milanesi ammazzano il sabato aggiungendo uno spettro sonoro ancor più variegato, seppur, in linea generale, meno abrasivo. La presenza in pianta stabile da qualche tempo ormai di Xabier Iriondo regala sottolineature elettriche di una certa portata, soprattutto nei brani all’apparenza più riflessivi, mentre i nuovi elementi rispettivamente dietro batteria e all’altra chitarra saranno decifrabili meglio solo in fase live. I testi sono almeno una spanna sopra Padania, quantomeno in diversi flash che restano appiccicati alla memoria. Agnelli narra di perdite, di ritorni alla vita, di opportunismo e di cure mediche alla sua maniera, provando a non compiacere nessuno e scavando nei ricordi. Ci sarà riuscito?

Densità di qualità: Via il dente, via il dolore: in questo disco ci sono 4-5 canzoni di troppo. Parliamo di pezzi come Non voglio ricordare il tuo nome, Fa male solo la prima volta, Fra i non morti vivremo noi, Lasciati ingannare (una volta ancora) e Ophryx che mettono a dura prova l’ascoltatore più smaliziato, il quale ci impiegherebbe solo un paio di ascolti per skipparle scorgendo in esse fastidiosi eccessi di quel manierismo radiofonico, che gli Afterhours non dovrebbero neanche pensare di proporre. Andato via questo dente, si può riconoscere tranquillamente che la band di Manuel Agnelli con questo disco ha aggiunto dei tasselli di buona fattura al suo solidissimo repertorio. I nostri sono ormai maturi e lo è anche il loro percorso musicale che mira palesemente più all’affinamento che allo sconvolgimento delle regole. La voglia di scatarrare sui giovani, lanciare invettive contro il marciume nascosto sotto la patina del benessere e la scossa continua alle coscienze sono, per forza di cose, frutti di un insieme di processi che richiedono energie fisiche e mentali che, a 50 anni, potrebbero anche essere convogliate su altro. La furia giovanile può, quindi, trasformarsi in riflessione su quanto ti resta da vivere (la conclusiva, catartica ed instant classic Se io fossi il giudice), soprattutto se ci si ritrova a fare i conti col dolore che può segnare indelebilmente anche la quotidianità di uno, come Agnelli, che la vita l’ha presa tranquillamente pure a calci nel culo. Come giustamente faceva notare un illuminato collega, non si possono paragonare dischi usciti a distanza di 14-15 anni, ma forse neppure di 10, soprattutto per una band in continuo divenire, che ha subìto dei terremoti capaci di minare le fondamenta e processi mediatici capaci di scalfire anche l’uomo più sicuro di se stesso che voi conosciate. Però ai lettori piacciono i paragoni e le classifiche, per cui posso dire che questa è la loro uscita complessivamente più convincente dal 2005 ad oggi. Più coesa e chiara nelle idee rispetto a Padania e meglio suonata rispetto a I Milanesi ammazzano il sabato. A mancare è il calore avvolgente di Ballate per piccole iene, i suoi ritmi compassati e quella sensazione di sospensione nel tempo che lasciava basiti. Ciò che è stato fino a Quello che non c’è appartiene proprio ad un’altra band e non è paragonabile. Folfiri o Folfox è la fotografia di questo periodo degli Afterhours, una sofferta e difficile rinascita come singoli individui e come band dopo momenti delicati, che ha il pregio di raccogliere diverse singole idee e farle modellare al meglio dal proprio deus ex machina. Agnelli si prende la sua buona parte della scena, alcune volte con eccesso di foga (Il mio popolo si fa, Ne pani ne pesci, la parte finale di Grande, che comunque è già prenotabile come perfetto opener per i concerti a venire) altre volte entrandovi con delicatezza e profondità magistrali (Oggi che è costruita con la giusta dose di pathos e complessità, Noi non faremo niente, San Miguel). A lasciare di stucco è la title track, aliena e disturbante contrapposizione di rassegnazione e cinismo, coraggiosa per il tema e incisiva sotto ogni punto di vista. Nel ritmo e nella progressione acida si lascia ascoltare a ripetizione Ti cambia il sapore, dove Manuel è ancora molto ben calato nello spirito del pezzo e La giacca di mio padre seppur didascalica è un buon intermezzo tra le diverse anime del disco. Al tirar delle somme meglio il secondo disco del primo e meglio i pezzi che variano più registri al loro interno di quelli che partono e finiscono allo stesso modo e, in generale, meglio gli Afterhours del 2016 che quelli del 2012.

Velocità: In pochi momenti si rallenta, quasi sempre sostenuta

Il testo: “Oggi svegliandomi ho realizzato che, che tutto il resto è inutile, devo provare a vivere“, da Se io fossi il Giudice

La dichiarazione: “Pasolini non era un intellettuale che restava nella torre d’avorio, non si creava problemi a mescolarsi con il popolo, a confrontarsi, a parlare. Nel mio piccolo credo lo stesso: bisogna sporcarsi le mani, raggiungere più gente possibile. Fallirò? Pazienza, ci avrò provato. È la paura di rischiare che ha fregato tutta l’ultima generazione e questo Paese” da una intervista di Manuel Agnelli a Repubblica

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