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'The Dark Side Of Indie-Roccia' N. 5

7-8-2012

di Aldo Bernuzzi


Nel panorama “neo wave” di questo periodo, c’è una band di cui si sta sentendo parlare sempre di più. Gli Starcontrol nascono un paio d’anni fa, scrivono il primo EP omonimo, fanno un bel po’ di concerti. Il resto è storia recente: l’uscita del nuovo EP ‘The Ages Of Dreams’, attività live sempre più intensa e un paio di concerti importanti. La loro musica ha sicuramente dei fortissimi rimandi al post punk e alla new wave più cupi (e perché no, velatamente si sente anche un pizzico di gothic rock), ma la gamma di emozioni che questi ragazzi esprimono è molto ampia; come scrivono nella loro biografia “La nostra musica è la malinconia di un pomeriggio d’estate infinito e sospeso nel blu, un’impellenza punk procrastinata per l’ora del tè, un ricordo di notti passate a rubare pannocchie con gli amici, il male di vivere che ti siede di fronte in una stanza vuota alla luce di una lampadina, il tentativo di riportare indietro le cose perdute, una speranza.” Un mix di sentimenti semplici e complessi, un’ allegra malinconia. Abbiamo fatto due chiacchiere con loro, scoprendo una band sincera e onesta, e con l’umiltà necessaria per avere le idee chiare ma non cadere nell’arroganza.



Solitamente le interviste agli “emergenti” (termine che personalmente trovo abbastanza antipatico) iniziano chiedendo alla band di presentarsi, questa volta invece io voglio partire dalla fine… L’ultimo anno è stato sicuramente molto intenso per voi (registrazione dell’ep “The Ages Of Dreams', opening act per Zola Jesus al Magnolia, partecipazione al festival A Night Like This, e molto altro…). Ci raccontate come l’avete vissuto?

Laura - La cosa bella è che è successo tutto in modo naturale e progressivo, in questo anno abbiamo lavorato molto (e dormito molto poco), siamo veramente entusiasti di tutte le esperienze vissute e le meravigliose persone che abbiamo incontrato. Suonare in apertura a Zola Jesus su un palco di tutto rispetto, partecipare alla prima edizione di A Night Like This Festival, esibirci fuori dalla nostra regione e sentirci apprezzati da pubblico sempre nuovo… Aver registrato l’Ep nello studio perfetto per noi, con la persona giusta ed infine essere entrati nel roster di Indie Press, sono tutte grandi soddisfazioni.

Moreno – Abbiamo vissuto questo anno con la ormai consueta dose di euforia e ansia, imparando a dormire durante il giorno sul posto di lavoro quando possibile, saltando qualche pasto, stimolandoci a vicenda nei momenti di esitazione, amando le persone che dimostrano di esserci vicine e maledicendo quelle che ci hanno fatto un torto (o le rispettive divinità a cui possono essere devoti). Gli eventi si susseguono senza lasciarci molto tempo, almeno non quanto ne vorremmo noi.

Davide - "intenso" è un termine che calza a pennello, è stato un anno davvero faticoso e pieno di emozioni, anche a livello personale, ma lo spazio e le ore con Laura e Morris sono un pò come un rifugio. Tutto quello che abbiamo vissuto insieme è un pò come parte di un sogno, un gran bel sogno. Speriamo sia solo l'inizio, perché ci stiamo prendendo gusto :)


Ed ora torniamo alle radici… Che cosa vi ha spinto esattamente ad essere musicisti? Quali sono le esperienze e le motivazioni personali (in positivo ed in negativo) che vi hanno costretto ad “imbracciare lo strumento” ed esprimere le vostre emozioni in musica? E come è successo che queste esperienze individuali si fondessero in un’unica band?

Laura – La musica è sempre stata parte della mia vita, ma non avrei mai pensato che potesse diventare quello che sta diventando ora. Forse c’è voluto un po’ di tempo, ma quando una cosa deve capitare prima o poi arriva al punto che non puoi più fare finta di niente. Forse avevo solo bisogno di qualcuno che mi desse fiducia e fortunatamente era lì al momento giusto, poi sono apparsi Moreno e Davide, ci stavamo cercando, senza saperlo.

Moreno – Mai andare troppo a fondo con l’autoanalisi. Magari si finisce per domandarsi se il motivo di un qualsiasi gesto nella propria vita risieda nella ricerca della realizzazione personale o piuttosto nella gratificazione che deriva indirettamente dal riconoscimento degli altri. Io credo che l’empatia che nasce tramite la musica sia qualcosa di meraviglioso. Noi ci siamo trovati perché era così che doveva andare.

Davide - Faccio un esempio: la prima volta che ho detto "ti amo" ad una ragazza…beh, quelle sillabe, il suono che avevano appena prodotto, l'imbarazzo dell'infinito secondo dopo…facevano sembrare quel sentimento che a fatica riuscivo a tenere in petto una specie di caricatura di se stesso, infinitamente più banale di quello che provavo davvero. Scrivere e paradossalmente urlare è un processo molto più "definito", nel quale hai a disposizione mille sfumature per buttar fuori le tue emozioni. Anche lo stesso identico pezzo può cambiare pelle a seconda di quello che provi al momento in cui lo canti.. Il resto non so se chiamarla fortuna, destino o pazzia, ma tant'è che incontrare Laura e Morris è stata la vera scintilla che ha acceso tutto: posso provare a invertire e cambiare mille eventi degli ultimi due anni, ma assolutamente non riesco ad immaginarli senza noi tre.


Sicuramente fate parte di quel folto sottobosco di band che si rifanno, più o meno apertamente, ad un sentimento decadente e crepuscolare proveniente dal post-punk e dalla new wave più oscura fine anni ‘70/inizio anni ‘80. In cosa precisamente vi sentite vicini a questo modo di intendere la musica e perché secondo voi in questo periodo assistiamo ad una prepotente rinascita di queste atmosfere?

Laura – Decadente e crepuscolare sono due aggettivi che mi appartengono, ora c’è anche chi lo fa per moda, ma le nostre canzoni raccontano i nostri stati d’animo quindi per ora non potrei far parte di altre atmosfere musicali.

Moreno – Nella mia ingenuità continuo a pensare che i musicisti suonino esclusivamente ciò che desiderano e sentono dentro, e che possano solo eventualmente trarre vantaggio o noia dal fatto che la corrente artistica di quel determinato momento si accosti proprio alla loro. Gli anni ’80 hanno lasciato un eredità musicale in generi differenti che durerà in eterno, sono sicuro che in un futuro qualsiasi ci sarà ancora qualcuno che avrà voglia di suonare un pezzo di quella decade. Forse assistiamo ad ondate di revival perché sulla scia di una “nuova” apparizione di una band valida la gente è portata a cercare altri gruppi similari che fino a quel momento erano poco conosciuti.

Davide - Sono forse il meno adatto a rispondere a questa domanda, davvero non riesco ad ascoltare un nostro pezzo ed avvicinarlo ad un genere in particolare o riconoscerlo figlio di una precisa ispirazione: ovvio che quello che facciamo deriva da quello che ascoltiamo ed amiamo, ma non saprei dirti perché. Si, la vicinanza a quelle atmosfere c'è, ma per quanto mi riguarda potrebbe anche essere casuale, perché non m'interessa minimamente far parte di un clan o chiudere la mia ispirazione in regole, canoni o etichette. Mi fa anche un pò paura l'idea di avvicinarsi ad una canzone che hai appena scritto e chiedersi "oddio, sarà adatta al nostro genere"? brrrrrr


Siete molto giovani, ma sicuramente il vostro songwriting è già molto maturo e ben definito. Come nasce un pezzo degli Starcontrol? Quali sono le vostre fonti di ispirazione, in qualsiasi ambito?

Moreno – Potrà sembrare scontato, ma ogni pezzo è permeato delle nostre emozioni, influenzato dalle sensazioni positive e negative non del momento, ma della nostra natura in sé, sia nella musica che nei testi. A livello tecnico ci prendiamo sempre un po’ più di tempo per rivedere la struttura di una canzone con calma, non ci piace seguire dei canoni, e non badiamo molto nemmeno a creare un pezzo che risponda alle aspettative delle etichette che inevitabilmente ti vengono conferite.

Davide - Ogni pezzo è venuto su con una gestazione diversa, alcuni nati spontaneamente come funghi o erbacce, altri invece hanno fatto dei giri pazzeschi, cambiando pelle mille volte. La mia ispirazione è frutto di seghe mentali o sogni, delle paranoie o dei ricordi: ci sono pezzi sui quali una poesia che avevo nel cassetto calza a pennello, su altri invece è bello partire dal foglio bianco e farsi suggerire dall'atmosfera del brano.


A bruciapelo: una cosa che amate e una cosa che odiate di quelle che comunemente viene chiamata “scena indipendente italiana”.

Laura – Amo il fatto di essere dei piccoli artigiani della musica ma non mi piace il modo in cui viene vissuta in Italia, non siamo ancora pronti per la vera musica indipendente.

Moreno – Capita di incontrare altre persone umili e oneste nel loro fare musica, con cui oltre a condividere un palco puoi scambiare emozioni genuine, ecco questo è molto bello. Detesto invece il desolante scenario di speculatori che si muovono intorno alla scena, quelli la cui passione iniziale si trasforma in una sorta di fredda occupazione.

Davide - Senza dubbio le band che valgono davvero, e che fosse dipeso dalle major non sarebbero mai "venuti fuori"; però c'è tanta aria fritta, si ricama troppo sul concetto di indie, che quindi diventa inevitabilmente una coperta di Linus per darsi un tono. Odio la diffidenza generale verso chi come noi sceglie di scrivere e cantare in inglese. Nel panorama mondiale ci sono pochissime band italiane effettivamente rispettate, forse perché si viene soffocati prima di avere l'effettiva possibilità di parlare a tutti, e non soltanto alla nostra fettina di mondo. Un po’ triste sentirsi dire continuamente "ah, se cantaste in italiano…"


L’EP ‘The Ages of Dreams’ disponibile in free download


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