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INTERVISTE

'L'Etichetta Risponde': Andromeda Relix

5-7-2012

di Raffaele Concollato


Dopo una settimana di pausa, ricominciamo il nostro viaggio all'interno del panorama discografico indipendente italiano. Anticipiamo l'appuntamento al giovedì, per questioni logistiche, e vi proponiamo le risposte di Gianni Della Cioppa per Andromeda Relix


Come e quando e' nata la vostra etichetta?

L’Andromeda Relix è nata nel 1999, da un’idea di Massimo Bettinazzi e mia, come logica continuazione di una fanzine, Andromeda, durata 12 numeri, dal 1996 al 2002, che trattava rock del passato. Dalle ceneri di Andromeda è nata la rivista, tuttora viva e vegeta, Classix!, che poi ha sviluppato la sua costola Classix Metal, riviste su cui collaboro sin dal primo numero.


Che metro usate per il reclutamento delle band? Vi siete posti dei limiti sui generi da considerare?

Pur amando il rock nella sua globalità, abbiamo deciso che l’Andromeda Relix dovesse avere dei confini stilistici ben definiti, legati alla classicità di un certo rock, che per noi significa hard rock, prog rock e primissimo metal figlio degli Iron Maiden. Addirittura l’idea iniziale era quella di pubblicare solo album postumi, mai usciti all’epoca della registrazione, poi invece ci siamo convinti di dare spazio anche a band attuali, pur che mantenessero intatto lo spirito della label. Pur non ponendoci limiti geografici, preferiamo lavorare con band italiane. In Italia c’è tanta passione, una buona qualità, ma l’esterofilia esagerata di buona parte del pubblico è uno dei motivi (non l’unico) per cui il rock/metal non ha mai trovato sbocchi nazionali ed internazionali, salvo le dovute eccezioni, spesso più amate all’estero.


Curate tutti gli aspetti di un artista/band (live/grafica/registrazioni/produzione...)?

Forse una volta questo genere di cose era possibile, oggi le band si propongono quasi sempre con un master pronto, su cui è difficile operare anche delle semplici modifiche, senza dover rivoluzionare il telaio della registrazione. Gli aspetti a cui teniamo molto riguardano la qualità del prodotto e la grafica, un argomento spesso di discussione: è incredibile quanto i musicisti non si rendano conto di fare copertine pessime. Ma davanti a tutto deve esserci un’intesa umana, una vera condivisione emotiva, altrimenti potrebbero essere anche i nuovi Led Zeppelin, ma a noi non interessano.


Che altre etichette internazionali e nazionali apprezzate?

Mi rendo conto che dico una banalità ma ci sentiamo vicini a tutte quelle etichette che operano con passione, che mettono l’amore per la musica davanti al business, indipendentemente dal genere che propongono. Posso dirti Sub Pop, Costellation, InsideOut, le italiane Black Widow, Lizard, Jolly Roger, MyGraveyard, ma ne dimentico altre mille. D’altronde oggi la vera linfa vitale della musica arriva dalle etichette indipendenti, su questo non ho il minimo dubbio. Di certo farei a meno delle major che in passato erano una fucina di grandi artisti, mentre oggi pensano quasi solo a gettare sul mercato gente di plastica che fa musica di merda per gente lobotomizzata, che una ha fame di cultura uguale allo zero assoluto.


Cosa significa essere un'etichetta indipendente? Che differenza c'e' tra voi e una major?

La risposta la trovi sopra, ma fondamentalmente la differenza è che noi operiamo per passione della musica, mentre le major, guidate da contabili laureati in marketing, pensano solo al denaro, propagandando artisti finti, che hanno inculcato alle nuove generazioni il concetto che la musica sia una cosa da ascoltare con tutto, mp3, ipod, telefonini e mille altre diavolerie, tranne che con il cuore. Questa cosa si è accentuata negli anni ‘90 e duemila, basta vedere i dati di vendita dei diversi decenni, negli anni 90 gli artisti più venduti sono stati gente come Mariah Carey, Celine Dion, Backstreet Boys, Boyz II Men, Spice Girls, Britney Spears. Anche prima il pop aveva la sua fetta di mercato, ma parallelamente c’era il rock, quindi capisci che qualcosa è cambiato nei gusti della gente e questo è dovuto alla cattiva diffusione della musica, finita in mano a gentaglia come MTV e grosse network radiofonici, schiavi delle major.


Economicamente rientrate dei costi di produzione degli album o dovete puntare sulle esibizioni live?

Uno dei pochi punti del nostro breve contratto dice che non vogliamo avere nessuna responsabilità dell’attività live del gruppo. Organizzare concerti, anche brevi tour, è un lavoro complicato, che richiede conoscenze ed una professionalità specifica che non abbiamo. Pensiamo che la band debba appoggiarsi a strutture che conoscano bene le metodiche dei concerti. Per risponderti posso dirti che non abbiamo quasi mai pareggiato le spese di una nostra pubblicazione, pur investendo fino a qualche anno fa, in pubblicità. Ma indubbiamente è colpa nostra, non siamo venditori, ne sappiamo creare quei ponti tra label che servirebbero, è un limite che mi riconosco.


In quanti ci lavorate ?

Lavorare? Siamo in due come ti dicevo e si fa tutto di notte, rubando tempo e denaro alle famiglie. Ad oggi, con una trentina di produzioni, siamo in passivo di oltre diecimila euro.


Come e' cambiato il 'fare il discografico' da quando avete iniziato?

Con le prime produzioni, siamo intervenuti anche economicamente, pagando lo studio, contribuendo ad ogni tipo di spesa. Poi le vendite sono calate drasticamente (per tutti) e quindi proponiamo una sorta di “co-produzione elastica”, che varia a seconda della situazione. Ma sinceramente non vedo perché si debba pagare i gruppi, io negli anni ’80 ho suonato per anni e mi sono sempre pagato tutto, era la mia passione e l’alimentavo io, mi sembrava una cosa normalissima. Ero felice anche solo se qualcuno apprezzava quello che facevamo, non mi sentivo in diritto di chiedere niente, perché non ero nessuno e per ogni piccolo traguardavo dicevamo grazie a tutti mille volte.


Il web vi aiuta o vi ostacola?

Indubbiamente internet ci ha permesso di avere una maggiore visibilità (e questa intervista – GRAZIE! - lo dimostra), ma non credo che abbiamo poche copie in più grazie al web. In compenso, grazie ad internet, siamo sommersi di gruppi che ci chiedono di produrgli. Un giorno vorrei scrivere un libro sui metodi con cui le band si approcciano alle etichette, alcuni sono incredibili e dimostrano come molti non abbiamo nemmeno la minima conoscenza di come muoversi nella giungla del mercato discografico. C’è solo questa spasmodica speranza di fare un album, che poi non significa nulla. Infatti l’esordio genera così tante inutile attese che la percentuale di band che si sciolgono per la delusione dopo il debutto è altissima. Credo che la buona musica non manchi, ma servirebbe una maggiore educazione alla passione per la musica da parte dei gruppi dilettanti, che giustamente sognano di vivere suonando, ma non hanno davvero idea di quanti sacrifici ci siano dietro l’essere un professionista, soprattutto se non di grande successo, come il 95% dei musicisti di questo millennio.


Come sono i rapporti con i canali 'tradizionali' tipo le radio (anche web) o la televisione? Riuscite a far 'passare' i vostri artisti?

Guarda io sono un giornalista musicale da oltre venti anni e mi sono creato una rete di collaborazioni, quindi ammetto di avere degli appoggi (riviste, radio, web e qualche rara TV), ma posso giurarti che non ho mai chiesto un favore a nessuno. Lo dimostra che più di una volta è capitato che le nostre produzioni abbiano avute recensioni negative, ma io non mi sono mai permesso di intervenire. Per me chi scrive ha il diritto sacro di scrivere ciò che pensa ed è anche per questo credo che sono rispettato nell’ambiente: non sono mai entrato nella ragnatela di favori, scambi e bassezze simili. Anche come giornalista evito doppi giochi, anche a costo di perdere qualche amico, che allora tale non era.


Cosa ascoltate quando non lo dovete fare per lavoro?

Posso dirti che Massimo è più legato al rock e metal anni ‘70/’80, mentre io sono veramente onnivoro, entrambi abbiamo una discografia che conta migliaia di vinili e CD. Personalmente seguo di tutto, dal blues al metal più estremo al post rock all’elettronica non banale. Non datemi però reggae, hip hop e martellamenti da discoteca. Ultimamente sto imparando anche ad apprezzare il jazz, la classica e l’opera, niente di clamoroso, ma – mi sono detto – anche solo per cultura un’infarinatura ci vuole. Aggiungo che nonostante sia vicino ai 50 anni, vado spesso ai concerti e mi ritrovo a saltare e cantare con gente che potrebbero essere miei figli, che però apprezzano.


Tre uscite da non perdere nei prossimi mesi.

Guarda io amo ancora la sorpresa, quando andavo nei negozi e vedevo le vetrine con i dischi di gruppi noti ed altri sconosciuti e passavo i pomeriggi ad ascoltarli tutti. Sicuramente, anche se poi li ascolterò per dovere, non mi stimola la reunion dei Black Sabbath, mentre sogno quella dei My Bloody Valentine e dei nostri Scisma. Ma se Peter Steele (RIP) avesse lasciato qualcosa di inedito per i suoi Type O Negative ne sarei in spasmodica attesa. Tra i nomi concreti direi King’s X, Rush, Neurosis, Sigur Ros, 65Daysofstatic, Anthony And The Johnson, Mono, The Autumns, Shawn Phillips, Aqualung e cento altri. Ma sono certo che da qualche parte nel mondo ci sarà una band di ragazzini che mi stupirà. Praticamente vivo per questo.