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CONCERTI

Welcome To The Jingle - giorno 1 @ Spazio 4, Piacenza

di Stefano Bartolotta

Ormai il Bel Paese pullula di weekend estivi nei quali persone di buona volontà fanno suonare tutti insieme gruppi di buona qualità e arricchiscono l’offerta con altre iniziative, per lo più gastronomiche, un po’ per dare un valore aggiunto alle persone interessate ai concerti, un po’ per richiamare altra gente che invece non è interessata e far vivere anche a loro delle belle serate (e già che ci siamo, raccogliere i fondi necessari per affrontare tute le spese senza andare in perdita). Di mio sono assolutamente favorevole a queste iniziative e tento di partecipare a quante più possibile, poi certamente alcune sono fatte meglio di altre e questo Welcome To The Jingle rientra senz’altro fra le migliori a cui sia mai stato. Ricordo ancora la prima edizione di questo festival in un locale al chiuso, sempre a Piacenza, a fine aprile: mi ero trovato molto bene ma la location attuale, utilizzata per il secondo anno consecutivo, ha una marcia in più. Indubbiamente il bel tempo ha aiutato, ma in generale lo Spazio 4, centro di aggregazione giovanile gestito da un Circolo ARCI, è curato in ogni dettaglio in modo splendido e la disposizione delle diverse aree è perfetta perché ognuno possa godere della festa come meglio crede, senza venire disturbato da elementi a cui non è interessato.

Quante volte, in occasioni come questa, la magia di un momento musicale delicato è stata interrotta dal classico “pizza numero …” urlato al megafono? Ecco, qui non può succedere niente di tutto questo: c’è chi mangia e beve, chi chiacchiera tranquillamente seduto ai tavoli, chi gioca a calcio, a ping pong o a calciobalilla, chi guarda le partite dell’Europeo e chi sta di fronte al palco per assistere ai concerti. Nessuno crea il minimo intralcio agli altri ma allo stesso tempo si è tutti piuttosto vicini e l’incontro delle diverse vibrazioni positive non fa che moltiplicarne l’intensità. Il tutto è ovviamente facilitato dalla qualità intrinseca a ogni proposta: il cibo preparato dall’osteria “La Trappola” è ottimo, abbondante e a prezzi modici (una cena completa a 7 euro, ad esempio, e se mi conoscete saprete che quando utilizzo il termine “abbondante” non lo faccio certo a caso); la birra è presente in quattro tipologie diverse e se già le due industriali si fanno ampiamente rispettare, quelle artigianali opera del birrificio locale “La Buttiga” sono davvero dei gioiellini, anche qui a prezzi popolari. Ultima, ma non meno importante, anzi, la musica dal vivo, dove la qualità diffusa non è certo inferiore a quella di cibo e bevande.

Si comincia con i bresciani Jules Not Jude, che per muovere i primi passi nel mondo musicale hanno scelto un percorso che per un po’ di tempo è parso minoritario ma che ora sta, fortunatamente, tornando a essere più praticato. Sto parlando di fare le cose per gradi, ovvero non pubblicare subito un disco non appena si ha qualche canzone interessante, ma uscire prima con alcuni EP e soprattutto suonare il più possibile dal vivo. Questo è ciò che sta facendo il quartetto in questione, il cui nome circola insistentemente da ormai un anno e mezzo senza che ci sia un LP ma solo due EP e tantissimi concerti alle spalle, anche all’estero. La dimestichezza dei quattro con la dimensione live è subito evidentissima e non può che ben disporre le persone presenti: ci sono un affiatamento e una fluidità che derivano necessariamente dal gran numero di palchi calcati e l’impressione forte è che i brani siano interpretati come meglio non si potrebbe. Perché un concerto possa davvero soddisfare il pubblico, però, ci vuole anche una buona qualità dei brani in sé, e anche qui i Jules Not Jude lasciano sensazioni positive. La natura della band è di matrice pop/rock e al suo interno sembrano esserci varie anime che portano a una serie di compromessi: la proposta è un po’ all’americana e un po’ all’inglese, un po’ pop e un po’ rock n roll, un po’ moderna e un po’ retrò. Come vedremo più tardi, unire insieme tanti elementi diversi senza costrutto può portare a scarsi risultati, ma qui i citati compromessi appaiono sempre ben risolti e l’insieme degli equilibri che si formano è sempre organico ed interessante. Personalmente ho preferito i momenti più all’inglese e spiccatamente melodici (le canzoni si chiamavano ‘Wintertime’ e ‘Mr. Fox’), ma oogni singolo momento mi ha soddisfatto pienamente.

Si prosegue con i News For Lulu, in versione a cinque senza l’ausilio dei fiati ai quali ormai ci eravamo abituati per tutti i concerti che hanno seguito l’uscita del secondo disco ‘They Know’. Non se ne sente la mancanza in ogni caso, non perché essi abbiano qualcosa che non va, ma perché il quintetto pavese offre una performance da mille e una notte. Le armonie vocali a tre, i giri di chitarra, quelli di tastiera e l’accompagnamento ritmico sono sempre e comunque di fattura pregevolissima e l’interazione tra questi quattro elementi crea ogni volta alchimie semplicemente irresistibili, che gonfiamo il cuore dei presenti, che oggi si dividono in tre categorie: chi li ha visti dal vivo ormai decine di volte, chi li conosce bene ma è stato a pochi loro concerti (è questo il mio caso) e chi non li aveva mai ascoltati. La reazione è praticamente la stessa per tutti e ognuno sembra aver raggiunto la pace dei sensi mentre ascolta canzoni scritte così bene interpretate in modo magistrale in una cornice così intima come questa. Come su disco, la bellezza prettamente estetica si fonde con un’efficacia più unica che rara dal punto di vista emotivo e tu che sei lì ti senti prima avvolto e coccolato fuori, poi accarezzato da dentro e vorresti che questo Paradiso non finisse mai. E quando finisce, sai che la prossima volta che ti ritroverai davanti al loro palco, ci verrai riportato completamente e sarà, ancora, un’esperienza che merita solo superlativi e iperboli per essere definita correttamente.

È la volta dei locali Ants Army Project: avevo apprezzato l’album di debutto, quindi ero curioso di come avrebbe reso dal vivo. “Non saremo bravi ma abbiamo il cuore” dice a un certo punto uno dei musicisti e questa frase fa capire che, come nelle versioni in studio, i brani puntano soprattutto su un impatto emotivo molto diretto e che vuole trascinare l’ascoltatore. Non è vero, però, che non sono bravi: il loro rock melodico è molto più robusto che su disco, con le tre chitarre che spingono quasi sempre a tutta, ma i cinque sono abili a non andare mai fuori giri e a mantenere intatta la pulizia sonora, melodica e vocale. La scarica di elettricità è, quindi, ben veicolata e non ci si limita a picchiare forte: anche qui si punta su armonie vocali a tre e le diverse linee di chitarra non sono mai piatte e scontate, così come gli incroci e le sovrapposizioni tra esse. Si rimane molto coinvolti, quindi per tutta la durata del set e dopo aver promosso il loro debutto sulla lunga distanza, non posso che fare lo stesso anche per il loro lato live.

I Gentlemen’s Agreement sono il gruppo che meno conosco dei cinque in programma e, purtroppo, mi procurano l’unica delusione della serata. Forse dovrei dar loro un’altra chance o provare ad ascoltarli bene anche su disco, fatto sta che questo set mi lascia la sgradevole sensazione di una band che prende tante cose e le mette insieme senza alcun costrutto o comunque un’idea artistica forte, ma lo fa solo per accontentare più gente possibile. Brasile, patchanka, Balcani, mazurka, swing, pizzica, tutto buttato dentro in un calderone senz’arte né parte e mescolato giusto perché a qualcuno piacerà una cosa e a qualcun altro un’altra. E per non farsi mancare niente, non c’è solo il mood da divertimento nella proposta, ma troviamo anche la componente spirituale, perché mica si può far vedere che si pensa solo a divertirsi. Ripeto, la mia è un’impressione da primo ascolto dal vivo, però dietro a tutti questi riferimenti ammassati insieme non ho visto assolutamente niente, a livello di coerenza stilistica, ma anche di costruzione del singolo brano, aspetti che sono apparsi l’ultimo dei pensieri della band, tutta presa a far vedere che certo, prende a piene mani da qua e da là, ma lo fa con passione e cuore, che poi non ci ho sentito nemmeno quelli, ma sarò io che non colgo. Forse.

Si chiude con i Movie Star Junkies, in un periodo in cui è chiaro a sempre più appassionati che il quintetto torinese sta portando in giro uno dei migliori live di tutta la Penisola. E stasera la band non smentisce certo questa fama che va man mano consolidandosi. Il set, quindi, è, al solito, incendiario, granitico e travolgente: l’impostazione è più aggressiva rispetto al recente ‘Son Of The Dust’ e risulta grintosa e senza compromessi. Il frontman è molto bravo a tenere il palco con energia, con movenze quasi mai particolarmente a effetto (il quasi è riferito a quando si accascia a terra ai piedi di una ragazza e lascia scivolare la propria testa tra le caviglie di lei) ma che hanno la giusta dose di adrenalina. Gli altri, almeno stasera, stanno al loro posto, anche perché il palco non consente a troppe persone di muoversi tutti insieme, ma l’impatto sonoro che esce dai loro strumenti è di livello assoluto. Questo non tanto per il rumore o i volumi in sé, ma più che altro per l’abilità di trovare uno stile a metà tra gli Stooges e i Birthday Party che valorizza al meglio un songwriting di qualità. I Movie Star Junkies non guardano in faccia a nessuno e non fanno prigionieri, e se, come stasera, alcuni dei presenti sembrano più impauriti che coinvolti, sono affari loro; il quintetto va avanti per la propria strada come un treno in corsa, chi è in grado di sostenere un simile tiro è il benvenuto, gli altri si accontentino pure di qualcosa di più accondiscendente.

Quattro ore e mezza dopo l’inizio del primo live è tutto finito, rimarrei volentieri per il dj set ma sono stanco e torno a casa felice come una Pasqua. Peccato che questioni logistiche mi abbiano impedito di essere presente anche il giorno dopo, ma l’anno prossimo mi organizzerò per tempo e mi godrò questa rassegna al completo. Ne vale davvero la pena.