Le scelte dello staff: Vittorio Lauri

Il criterio che unisce questi dieci lavori e dà senso a questo elenco è la capacità che hanno avuto di stupirmi, sorprendermi ed emozionarmi. Credo che mi ricorderò di questi album anche tra un po’ di tempo ed è più o meno il motivo per cui sono scritti qui. Sfrutto l’occasione per parlare o ricordare anche alcuni dischi che per motivi di spazio non rientrano nei dieci della classifica, così da lasciare un parziale riassunto delle cose che mi sono piaciute uscite nel 2016.

1. Motta – La fine dei vent’anni
2. Birthh – Born in the woods
3. Cosmo – L’ultima festa
4. And So Your Life Is Ruined – Rivincite
5. Urali – Persona
6. Alessandro Fiori – Plancton
7. Nicolò Carnesi – Bellissima Noia
8. Giorgieness – La giusta distanza
9. One Glass Eye – Elasmotherium
10. LiedeStare Bravi

Per scegliere il primo in classifica ci ho messo dieci secondi. Ascoltare la prima volta La fine dei vent’anni di Motta è stata una folgorazione che mi ha entusiasmato, per temi, testi e musiche.

Birthh c’è, perché l’intro dell’album sembra Piedini di Brace. Into The Woods è un disco freschissimo e Birthh un’artista di cui si continuerà a parlare, dal songwriting intelligente e da un grande talento nel trovare melodie dirette, non banali e efficaci.

C’è un certo tipo di indie-pop che sta conquistando le radio; senza soffermarsi qui sul fatto se questo sia un bene o un male, c’è sicuramente da dire che nel 2016 questa cosa è successa in maniera maggiore rispetto a uno-due-tre-quattro anni fa: alcuni dei lavori che ci arrivano hanno una forza notevole, come è il caso de L’ultima festa di Cosmo. Perché è profondo, intimo, personale, familiare, ballabile, spensierato e concreto, tutto con grande equilibrio.

Parlando di pop, Liede dimostra che anche gli album belli hanno dei pezzi sbagliati. Quello di Liede è un twee-pop leggero, delicato e malinconico a metà fra le prime cose de L’orso (tipo quando dice amore andiamo a casa che stai male e non lo vedi in Acqua Frizzante fa tanto Ottobre è come settembre) e l’esordio di Maru Barucco, un altro album piacevole consigliato per ascolti leggeri.

In equilibrio tra freschezza, coraggio e orecchiabilità c’è Bellissima Noia di Nicolò Carnesi, su cui non occorre dilungarsi in quanto ne abbiamo già parlato qui.

Almeno tre album usciti quest’anno vanno citati per il coraggio, anche se per motivi di capienza non tutti e tre rientrano in questa lista di dieci titoli: Persona di Urali, in cui Ivan continua la ricerca nella voragine fra la sua voce e la sua chitarra; A Timeless View dei Dankalia perché il quintetto veneto non si accontenta di passare la sufficienza con i crescendo da lacrimoni (che pure non mancano) ma spaziano verso sentieri molto più impervi per l’ascoltatore, destrutturando alcuni luoghi comuni del post-rock; Riot di Above The Tree & E-side che confermano di essere due musicisti ispirati e in grado di continuare a far crescere un progetto eccentrico e multiforme con coerenza, senza ripetersi uguali a loro stessi rispetto a quel bell’esordio che fu Wild (Locomotiv Records, 2012).

Casualmente sia i dischi che ho inserito nella classifica personale sia quelli esclusi di poco fanno parte di un numero abbastanza ridotto di etichette discografiche, proviamo quindi a parlare di quelle tre/quattro etichette che a mio avviso più di altre hanno offerto dei lavori significativi a noi ascoltatori.

La Woodworm ha sfornato tanta bella roba in questo 2016, tra cui i dischi di Motta, Giorgieness e Alessandro Fiori. La Giusta Distanza di Giorgieness è un album rock schietto e messo bene a fuoco, prodotto bene, che alterna pezzi duri a ballate sofferte, mettendo in risalto la particolarità della voce di Giorgie. Plancton di Alessandro Fiori dimostra l’infinita voglia di ricerca del cantautore toscano, che tra il lavoro con la sua etichetta ibexhouse e tutte le collaborazioni in progetti musicali fuori dal comune, riesce a trovare il tempo di creare un album meraviglioso per temi, intensità e suoni. Sempre per la Woodworm sono usciti anche Austerità del progetto Spartiti e Schegge di Shrapnel dello Wu Ming Contingent. Questi ultimi citati sono due album politici abbastanza importanti: il secondo disco del collettivo bolognese risulta forse meno fortunato dell’esordio BIOSCOP (Woodworm, 2014) ma rispetto al precedente osa ancora di più per quanto riguarda le possibilità e le scelte della narrazione musicale; Austerità limita per quanto può la nostalgia per gli Offlaga, anche se aumenta quella per il periodo in cui il socialismo era come l’universo. Sulla scia dello spoken word si infila poi il progetto Sorge (Emidio Clementi dei Massimo Volume e Marco Caldera) con La Guerra Di Domani per La Tempesta.

Anche la WWNBB ha fatto uscire dei bei dischi, con l’incredibile esordio di Birthh, la chicca Places, Names, Numbers di Giovanni Ferrario Alliance e il disco dei pesaresi Brothers in Law. A proposito di Pesaro, da lì arrivano quest’anno anche un nuovo album dei Soviet Soviet e il piacevole rock sghembo dei Soria.

Dal catalogo V4V spiccano Rivincite degli And So Your Life Is Ruined e Elasmotherium di One Glass Eye. Mentre degli ASYLIR abbiamo parlato a disco appena uscito, l’esordio di One Glass Eye non ha trovato lo spazio che avrebbe meritato: un dischetto emo-folk sincero, capace di emozionare con semplicità. Consiglio per chi li avesse persi di recuperare Elefante dei Majakovich e Tuffo dei Mary In June (non lo metto in classifica ma contiene la canzone più bella dell’anno, che a differenza di quanto dice Giovanni Ansaldo su Internazionale non è Del tempo che passa la felicità di Motta ma è invece Combustibile dei Mary In June, insieme ad Aprile dei Nadar Solo e Baby Soldato de I Cani) perché più passa il tempo più si dimostrano dei bei lavori, nonostante al primo ascolto non mi avevano esaltato. È invece da accogliere con entusiasmo immediato Interpetazione dei Sogni de Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere, sempre di casa V4V, che non si inventano niente ma fanno il loro benissimo. Non sappiamo se fidarci o meno dell’hype, in ogni caso quello per Toska dei Gomma, che esce a gennaio 2017, è alle stelle.

Non ho messo in questa lista incompleta dischi urlati, tra i quali meriterebbero La Malora dei Marnero – che suona come vuoi che suoni un album dei Marnero – e Cascata degli Action Dead Mouse, che è una bombetta, senza considerare i due brani de Il Buio, che però sono solo due brani e non possono rientrare nella classifica dei dischi di fine anno. E ci starebbero anche Belva (V4V), l’EP dei Bruuno di cui abbiamo parlato qui, così come The Great Maybe dei Labradors, che è figo perché è un po’ urlato e un po’ no e ha i chitarroni quasi folk che gasano tantissimo. Per la cronaca, sia i Marnero che Labradors sono usciti per To Lose La Track (così come Urali).

Non ho messo dischi di elettronica, ma #LostMemories degli After Crash è un comunque un album che stupisce, perché frena e riaccelera a in maniera imprevista. Dal Collettivo HMCF viene anche l’onirico Spazioperso dei Belize, che offre un’indagine musicale rilassata sulla vita metropolitana. Una piacevole scoperta di questo 2016 sono stati gli Inude e non vediamo l’ora di un LP del duo – intanto potete ascoltare Love Is In The Eyes Of Animals, il loro EP d’esordio. Da citare poi anche il ritorno dei Sin/Cos con In/Prism.

Sono lavori interessanti, per quanto riguarda il rock, Semplice dei Nadàr Solo, To Control The Clouds dei The Circle e l’EP Follow The Stripe dei Charlie’s Stripe via Leopard Records. A proposito di EP bisogna nominare Camo di Giungla di cui sentiremo molto parlare, l’esordio di Charlotte Bridge, quello di L I M e Dissolve di BeWider.

Ho messo in classifica solamente i dischi che ho sentito più miei fra quelli ascoltati, senza pretesa di oggettività, quindi rimangono fuori dei lavori immensi come quelli di Soviet Soviet, KLIMT1918 e His Clancyness, senza dimenticare l’interessante esordio Avete Tutti Ragione dei Canova. Ho escluso ogni tentativo di esaustività nella classifica e per questo alcuni generi e settori non sono pervenuti fra i dieci album selezionati. Il risultato è un po’ autoreferenziale (quattro artisti su dieci li ho fatti suonare) ma comunque onesto: li ho fatti suonare proprio perché il disco mi ha entusiasmato, sorpreso, stupito o emozionato più di altri, cioè i quattro criteri che mi son dato per compilare la lista. Buon ascolto.

foto di Claudia Pajewski

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