Scusate il ritardo – marzo 2017

Portare avanti una webzine amatoriale di musica indipendente non è assolutamente facile. Lo si deve fare nel tempo libero, nei ritagli di tempo dopo il lavoro o lo studio, e lo si fa unicamente per passione. È capitato dunque – e continuerà a capitare specie in realtà come le nostre – che durante il corso dell’anno si siano trascurati dischi particolarmente ben riusciti per pura mancanza di tempo. Con questo articolo cerchiamo dunque di rimediare ad alcune nostre mancanze, consapevoli del fatto che molto è ancora da fare.

RHumornero – Eredi (2017, Irma Records/Self)
Guardano a lidi americani anni ’90 i veterani RHumornero, ormai in pista dal lontano 2005. Musicalmente i punti di riferimento li possiamo trovare in gruppi come Alter Bridge, Velvet Revolver o gli Stone Temple Pilots meno sperimentali: onde grunge dove chitarre muscolose graffiano a dovere e ritmiche solide lavorano ai fianchi. Niente di nuovo sotto il sole, ma una sana bordata di carica musicale, che magari uno come Ringo potrebbe anche passare spesso nel suo programma. Sta di fatto che i nostri non seguono, per fortuna, la via più lagnosa del genere, non scadono quindi in ballate di poco conto, ma tengono sempre alto il ritmo e più di una volta sanno essere decisamente affilati (Quando avevo paranoia è un ottimo esempio), così come trovare il gancio melodico vincente (L’equilibrio). A tratti il minutaggio di certi brani si alza un po’ troppo e forse questo non è un bene, ma tutto sommato la strada maestra non è smarrita (1942 è sicuramente lunga, ma suggestiva e ipnotica, andando quasi lambire un mondo in cui i Soundgarden più psichedelici s’incrociano con i nostrani Litfiba). Non è un mondo luminoso quello dei RHumornero, anzi, ci mostra un uomo spesso alla deriva e in balia di demoni troppo potenti, ma la speranza è l’ultima a morire. (Riccardo Cavrioli)
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The Giant undertow – The Weak (2016, Shyrec/In The Bottle Records/Indipendead Records & Booking/Audioglobe)
The Giant Undertow è un progetto di Lorenzo Mazzilli padovano trapiantato a Bologna con nel cuore Johnny Cash e Neil Young. The Weak è il suo esordio. Il lavoro è pieno di riferimenti al folk americano votato più alla dust ballad che al moaning. Partendo dall’immaginario di The Battle Of Wine o di Lone di un mondo lontano e solitario e pieno di rimandi ad atmosfere polverose sembra di sentire il sudore e il sole a picco. Il dolente canto di In the trees arriva direttamente da Reno e Murder Cue serpeggia come un serpente a sonagli mai domo. Un lavoro di sicuro fascino per gli amanti di quel country-rock dal sapore epico/western e dall’odore della disperazione dell’anima (Raffaele Concollato)
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Nadiè – Acqua Alta a Venezia (2017, Terre Sommerse/La Chimera Dischi)
Con piacere ascoltando questo disco mi è venuto in mente il Moltheni più sonico e rumoroso del secondo disco, quello che disturbava quasi, ma che sapeva anche essere avvolgente. Cinici e rabbiosi, un vetro che si spacca e i cui pezzi ci rimandano la nostra immagine distorta e frammentata, in un contesto che purtroppo in pezzi ci è già andato un bel po’ di tempo fa. Chitarre che rimandano agli anni ’90, climax intensi e incalzanti, momenti più riflessivi e beffarsi e un brano esaltante, dilatato e popedelico come ‘La Bionda degli Abba’ che io reputo da 10 e lode. (Riccardo Cavrioli)
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The Klaudia call – The Klaudia Call (2016, autoprodotto)
Sono del brindisino, sono tre ‘ragazzi’ con un passato di appassionati consumatori ed esecutori di indie-rock di varia estrazione. In totale stile DIY realizzano un lavoro zeppo di cantautorato anni ’70 acido e tagliente, miscelandolo con punk-rock di ottima fattura. L’aspetto sorprendente di questi dodici brani è nella varietà negli stili: dopo l’apertura morbida/psyco di Ahimsa e di Epoca, quest’ultima legata a doppio filo agli stilemi rock sopracitati, arriva Niagara, quasi fosse uscita dalla penna di qualche indie-pop hero italiano degli ultimi anni, un cambio di stile che passa dai Ramones fino, come dimostra l’incrocio di chitarre di Nascondino, al rock americano più tirato (Malkmus from Pavement?). Indubbiamente un lavoro basato su tutto il vissuto dei tre, non mancano anche i testi fulminanti a confermare che questo (non)esordio è un sicuro punto di (ri)partenza per qualcosa di più per i tre “soldati del rock’n’roll” (Raffaele Concolato)
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Alberto Molon – Hanno Ragione Tutti (2017, autoprodotto)
Le note stampa citano Max Gazzè e il primo Vasco Rossi. Mah, diciamo che questi nomi potremmo anche tirarli in causa, più il secondo che il primo, anzi il primo poco o nulla, se a fianco ci mettiamo un “di serie C”. Roba trita e ritrita che giusto su RadioItalia potrebbe passare, visto che in questo pop-rock manca la giusta ironia e il guizzo vincente e qualcosa che esca dai soliti stereotipi, che qui ahimè abbondano senza pietà. Piuttosto mi ascolto Zarrillo, che almeno so già dove vado a parare in fatto di scontatezze e non sto a sperare o aspettare che qui invece prima o poi salti fuori qualcosa d’interessante, perchè quando senti una frase come “il mondo è così grande che lentamente ci si perde“, beh, ti viene inevitabilmente voglia di chiudere baracca. O appunto, di passare subito a Zarrillo. (Riccardo Cavrioli)
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Stolen Apple – Trenches (2016, Rock Bottom Records)
Se dovessimo fare un’analisi oggettiva dell’attuale panorama musicale indipendente italiano non potremmo che evidenziare una certa tendenza assunta dai gruppi emergenti e non della scena indie, a uniformarsi un po’ troppo; tanto che il prefisso indie forse ha perso il suo significato iniziale e, diciamocelo pure, sembra di ascoltare sempre la stessa roba. La ragione di questa tendenza potrebbe essere la ricerca di soldi, fama e notorietà facili (chi non vorrebbe arrivare a riempire i palazzetti?) Beh, in tutto questo fa piacere scoprire che esiste ancora qualcuno che non si conforma, che ci crede, e che suona per il puro piacere di farlo. Distanti dalle mode del momento, gli Stolen Apple esordiscono con Trenches. Difficile parlare di un vero e proprio esordio, considerato che Riccardo Dugini, Luca Petrarchi, Massimiliano Zatini e Alessandro Pagani sono attivi da anni sui palchi. Trenches è un disco di 12 brani che si muove sul terreno dell’alternative rock made in USA. L’alt rock degli Stolen Apple, traccia dopo traccia, minuto per minuto, assume le forme più variegate: si passa dall’indie rock (la coinvolgente opener Red Line; Green Fields con la sua chitarra in primo piano a dettare il ritmo), al desert rock (l’intensa Pavement), ad episodi quasi punk (Falling grace), fino a giungere al confine con territori country e talvolta quasi pop (Something in my days). Eccezionali intrecci di chitarra e venature psichedeliche sono le caratteristiche di questo disco, per il resto ogni brano è una storia a sè, ha una sua identità. “L’unica cosa che conta è la libera circolazione di idee: ogni canzone è espressione dello spirito indipendente della band“, si legge nel comunicato stampa. Trenches è un lavoro dominato da un flusso di emergenza creativa, probabilmente rimasta repressa negli anni; è un lavoro denso ed ispirato, ma soprattutto sincero e spontaneo. (Gilda Romeo)
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Alex Fornari – L’interruzione (2017, Goodfellas)
Niente di allegro in questo album, in cui Alex Fornari (ex leader dei Pale Tv) si medde a nudo, accende i riflettori su di sé e lascia che il suo rock vibrante (chitarre, basso, batteria, niente di più classico) ci lasci più domande che risposte, perché non sempre quello che ascoltiamo è di immediata comprensione. Cosa viene interrotto? La nostra serenità, la possibilità di cercare un attimo di banalità in una canzone, il respiro perché ci tremano le mani e non sappiamo più “chi eravamo ieri“. Dalla smithsiana L’interruzione all’oscurità rock che ci tira giù di L’ultimo, con quello struggente assolo: mancano le barriere che separano l’artista dall’ascoltatore, che entra in totale empatia con quanto ascolta, confondendosi tra le parole, le cadute (senza nemmeno la possibilità almeno di mettere le mani avanti per parare il colpo), la disillusione e le frustate. Restiamo qui a sanguinare. (Riccardo Cavrioli)
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Mimì Sterrantino e Gli Accusati– L’Amedeo (2016, Veneretta Records)
Mimì Sterrantino è un cantautore siciliano che ha all’attivo tre dischi bellissimi pubblicati nel corso dell’ultimo decennio. L’Amedeo è un reprise di vecchi brani riediti con annessi alcuni inediti in salsa cantautorale, blues e reggae. Molteplici sono gli step presenti nel disco che fanno sì che, all’orecchio di chi ascolta, Sterrantino e i suoi Accusati appaiano come degni narratori di contesti dove tutto sembra brillare ma di fondo c’è un marciume indegno (come nella caratteristica Taormina Panzona, per menzionarne una). Cantautori come Sterrantino meritano di emergere, di lievitare perché la propria musica possa essere racchiusa in quella cerchia di artisti che resta importante nel tempo. L’augurio è sempre quello, perlomeno (Andrea Martella)
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