Scusate il ritardo – gennaio 2017

Portare avanti una webzine amatoriale di musica indipendente non è assolutamente facile. Lo si deve fare nel tempo libero, nei ritagli di tempo dopo il lavoro o lo studio, e lo si fa unicamente per passione. È capitato dunque – e continuerà a capitare specie in realtà come le nostre – che durante il corso dell’anno si siano trascurati dischi particolarmente ben riusciti per pura mancanza di tempo. Con questo articolo cerchiamo dunque di rimediare ad alcune nostre mancanze, consapevoli del fatto che molto è ancora da fare.

Antonio’s Revenge – All Under Control (2016, Deepout Records)
Certe note stampa sono alquanto stravaganti, sopratutto se poi i vari organi d’informazione li riportano pari pari, non facendo un buon lavoro di ascolto. Si parla di brit-pop per questo disco dei bresciani Antonio’s Revenge, cosa che, a stento, corrisponde alla realtà, per cui chi spera di trovare accenni di Blur, Supergrass o compagnia bella farebbe bene a cercare altrove, perché non è che qualche synth fa brit-pop così come una chitarra acustica non fa Noel Gallagher, sia chiaro, al massimo possiamo trovare qualche aggancio ai cari Bluetones, ma anche qui con riserve. Molto meglio invece l’accostamento al rock americano, di matrice classica verrebbe da dire, che emerge fra le pieghe di un sound che si basa molto sul lavoro chitarristico, ben curato e spesso, questo si, veicolo di buone melodie. Un disco di pop-rock ben fatto che scorre piacevolmente, con qualche picco niente male. (Riccardo Cavrioli)
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Daniela Savoldi – Trasformazioni (2016, autoprodotto)
Violoncellista italo-brasiliana di stanza a Brescia, Daniela Savoldi è stata al fianco di diversi artisti italiani e stranieri (Francesca Lago, Muse, Nada, Mannarino tra gli altri) affrontando diversi stili e linguaggi musicali. Questo l’ha portata ad ampliare lo spettro musicale dello strumento andando ben oltre allo stile classico. In questo primo lavoro solista Daniela incrocia impressioni, umori e sentimenti sovrapponendoli al bagaglio sonoro accumulato in questi anni. Dai nitidi fraseggi del ‘legno’ nascono una serie di rumori, noise e loop che portano in diverse direzioni creando, in queste sei suite, paesaggi di diverso tipo. Descrivere i brani non è semplice, si parte con Lamento, un susseguirsi di guizzi classici, noise e riverberi, invece Bordone è orientaleggiante con l’intreccio di diversi ‘celli’ suonati in modo che si senta il pathos e il mistero di un paese lontano. Il crossover continua con Cavalcata, molto cupo e ‘nudo’ rispetto ai precedenti, e People che parte quasi ambient e finisce totalmente in disarmonia. La conclusiva Sorprendi, pizzicata e lieve è sicuramente il brano d’atmosfera più lineare dell’album. Daniela Savoldi ha messo tutta se stessa in questo lavoro e ha creato un’opera veramente personale e quindi unica (Raffaele Concollato)
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Misga – Micamicapisci (2016, Freecom)
Il terzetto di Andria si muove sulle coordinate di un pop-rock fresco e sbarazzino, che passa da coordinate quasi folk (Pazzi e Felici) a canzoncine leggere e piacevoli come Vuoto di Memoria in cui synth, elettronica accennata e un funkettino alla chitarra creano una buna melodia da mandare a memoria. C’è un gusto quasi “etnico” che lavora ogni tanto sotto traccia, ma la band conosce bene le basi per la pop-song ideale targata anni 2000, quindi arrangiamenti non particolarmente pesanti e il ritornello facile facile (Questa Musica). Niente di complesso o particolarmente cervellotico, ma un gruppo che fa muovere testa e piedi. Questo si. (Riccardo Cavrioli)
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Teta Mona – Mad Woman (2016, Garrincha Go Go)
Primo album per Garrincha Go Go, un nuovo progetto dell’etichetta bolognese con la Treid Agency per la produzione e distribuzione italiana ed europea di progetti discografici in lingua inglese di artisti italiani ed internazionali. Teta Mona è un’artista pugliese (vero nome Teta Colamonaco) che ha vissuto per tanti anni tra Londra e New York e che ora è tornata in Italia con la voglia di riscoprire radici e alla musica della sua terra, il roots-rock, il reggae e il dub. Di solito, le proposte con questo tipo di impronta rischiano di essere indigeste per chi non frequenta molto i suddetti generi, ma in questo caso, l’ascolto risulterà facilmente interessante per un pubblico più vasto, perché il suono è molto pulito e fresco, grazie anche a un azzeccato lavoro sulle armonie, le melodie sono brillanti e il timbro vocale è magnetico. Tutte le canzoni, di conseguenza, scorrono via che è un piacere e allo stesso tempo l’ascoltatore è sempre portato a stare attento a ciò che succede, senza che il disco si riduca a un mero sottofondo o a una scusa per ballare. Un gran bel lavoro (Stefano Bartolotta)
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Kick – Mothers (2016, Volume Up)
Crepuscolare e ipnotico il sound del suo bresciano che ci riporta indietro al tempo in cui Bristol la sapeva lunga in fatto di sonorità avvolgenti, basate sull’elettronica a battuta bassa e synth che riempiono lo spazio sonoro, mentre una voce femminile accarezza i nostri sensi. Un disco che piace perchè non cerca a tutti i costi il minimalismo, via che forse alla lunga avrebbe stancato, ma che cattura la nostra attenzione con un adeguato lavoro sulle melodie e sui piccoli particolari sonori e negli arrangiamenti (‘March’ è magia dai tratti quasi new-wave), cosa che non vuol dire minimalismo, lo risottolineo. Suggestivo e ben riuscito. (Riccardo Cavrioli)
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Phidge – Paris (2016, Riff Records)
Il disco più bello e completo dei bolognesi Phidge è qui, tra le nostre mani. Quello che è sempre stato il loro marchio di fabbrica, gli anni ’90 targati Deep Elm, è sempre presente, in tutto il suo splendore, ma quello che stavolta ci fa buttare a terra in adorazione sono le melodie e dei ritornelli che, a mio modo di vedere, la band non ha mai avuto così incisivi, con questi cori a più voci e quasi, a tratti, con piglio da stadio. Il fatto poi che sappiano suonare da dio è tutto a vantaggio loro, poco da fare. Il bello è che poi sanno essere pesanti e massicci come nella title track, ma anche sbarazzini e dannatamente pop come in ‘Any Good News’ dove addirittura ci paiono i Matchbox 20 in una versione meno da classifica (e non è un danno, anzi!!). Unico appunto che possiamo fare è che iniziare con una doppietta pazzesca come ‘(Do We)’, (roba che i fan dei Pearl Jam potrebbero andare in estasi), e la successiva ‘A Couple Of Things’ (ricordare i Rival Schools?, ecco usate quel gruppo magnifico come riferimento) sarebbe potuto essere un male, perché canzoni così possono oscurare le successive, ma nonostante questo rischio (calcolato evidentemente!) i nostri la partita la vincono, eccome! Bravissimi! (Riccardo Cavrioli)
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