Gli EP del mese: novembre 2016

L’EP è ormai un formato sempre più diffuso per la pubblicazione di nuove canzoni da parte delle band, italiane e non. Spesso, purtroppo, chi scrive di musica tende a privilegiare la trattazione degli album, e questo crea il rischio che lavori assolutamente validi non abbiano lo spazio che si meriterebbero. Da questa considerazione è nata la nostra scelta di raggruppare mensilmente una serie di recensioni brevi sugli EP ascoltati nel periodo di riferimento, così che i nostri lettori possano avere uno sguardo d’insieme anche su questo tipo di pubblicazioni.

fabcammarata

Fabrizio Cammarata – In Your Hands (autoprodotto)
Il cantautore palermitano è ormai un veterano, ma riesce ancora a migliorare i propri pregi a ogni uscita. Cammarata ha sempre avuto dalla sua un’ottima sensibilità melodica, un’espressività vocale e strumentale notevole e la capacità di sfruttare la semplicità per arrivare al cuore dell’ascoltatore con efficacia e senza banalità. Queste tre nuove canzoni sono un vero gioiello sotto ognuno degli aspetti specificati, con la sola eccezione che non si può dar merito a Cammarata della melodia di La Llorona, visto che è un traditional messicano. Hold And Stay è più orientata al pop, la title track parte rarefatta e poi si apre in un crescendo elettrico tanto morbido quanto intenso e l’interpretazione del citato brano messicano è drammatica e quasi lirica. L’ascoltatore troverà comunque ben evidenti i punti di forza descritti e non potrà che innamorarsi di questo EP (Stefano Bartolotta)
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elisarossi

Elisa Rossi – Eco (IndieSoundsBetter)
Decisamente suggestiva la proposta di Elisa Rossi, che mi riporta indietro nel tempo alla musica e alle proposte dei Madreblu di Raffaella Destefano. Se Elisa ha qualità vocali maggiori rispetto alla Destefano (più sfumature e capacità di adattarsi all’umore del brano), c’è da dire che i percorsi sonori a volte sembrano proprio intrecciarsi e ricalcarsi: elettro pop con buona cura dei particolari. Attenzione agli spazi neri e non solo alla luce: ecco che abbiamo ballate toccanti in cui il piano la fa da padrone, ma anche momenti in cui i ritmi si alzano e il suono si riempie. Continua piacevolmente il suo percorso la cantautrice riminese, noi, nel frattempo, apprezziamo molto. (Riccardo Cavrioli)
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krank

KRANK – KRANK (autoprodotto)
Elettronica oscura, chitarre taglienti e voce inquieta“: così Lorenzo Castiglioni presenta il suo progetto solista. Il fondatore dei Drunken Butterfly esordisce questo 2 novembre con la sua nuova creatura elettronica sotto lo pseudonimo di KRANK, dal tedesco “malato”. In effetti le cinque tracce che compongono l’EP presentano una carica estremamente nervosa, i suoni sono a tratti psicotici e agitati, ma non mancano episodi più distesi anche se mai rassicuranti. I testi sono fotografie del nostro presente, una bella messa a fuoco sui nostri tempi. A pensarci bene, l’aspetto sociale è un elemento piuttosto ricorrente nella carriera artistica di Lorenzo, riscontrabile sia in questo progetto che nella sua ultima fatica con i Drunken Butterfly (Codec_015, Black Fading); ma mentre in quest’ultimo l’attenzione era per lo più concentrata sui mali del belpaese, qui KRANK racconta i drammi contemporanei in una visione più globale. Emblematica, sotto questo profilo, è l’opener Bunker, che affronta la questione del terrorismo di matrice islamica (“Tutti dentro al bunker, donne e bimbi giù per primi, non c’è niente da portare, solo mamma puoi salvare“). L’analisi sociale si accosta a quella individuale, incentrata sull’egoismo dell’uomo moderno: “Mi libero della speranza e mi apro alla dolce indifferenza del mondo” (L’esecuzione). Il tutto assume una forma musicale inquieta e disturbata. KRANK è un incidente sonoro di post punk, industrial ed elettronica minimale; è uno sfogo estemporaneo che offre importanti spunti di riflessione all’ascoltatore che non può rimanere indifferente. Provare per credere (Gilda Romeo)
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sweetndivine

Sweet N Divine – Make It Simple, Make It Fast (Jack Rock Records)
Quartetto di Lecco attivi dal 2011 e giunti ora al secondo EP, gli Sweet N Divine mantengono fede al titolo scelto e presentano cinque canzoni semplici e veloci, all’insegna di un hard rock melodico dal retrogusto glam. In lavori come questo è importante non solo la presenza del sound giusto, ma la differenza la fanno la qualità melodica e la capacità di dare alle canzoni il giusto dinamismo sonoro e il necessario tiro ritmico. La band riesce perfettamente nella missione, ed è un vero piacere ascoltare queste canzoni, che hanno tutto per mettere il sorriso sulle labbra a chi vi si avvicinerà. Si punta molto su impatto e immediatezza, ma ci sono diversi spunti di rilievo: come dicevamo, le melodie sono di buon livello, poi è importante la fantasia nelle diverse interazioni tra basso e batteria, e infine va segnalata la capacità di mettere assieme la linea vocale e i riff di chitarra in modo mai scontato, creando quasi degli abbinamenti “per contrasto” di indubbia efficacia. Il miglior esempio di quanto descritto lo troviamo nell’iniziale Tightrope, e comunque si batte il piede e/o si agita la testa per la totalità dell’EP (Stefano Bartolotta)
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matteobennici

Matteo Bennici – Sider (autoprodotto)
Matteo Bennici è un tuttofare: compositore musicale e polistrumentista, collaboratore e compositore teatrale e sound designer di qualità indiscutibile classe ‘78. Oltre a vantare collaborazioni con band/musicisti del calibro di Fine Before You Came, Le Luci Della Centrale Elettrica, Il Teatro Degli Orrori e Dargen D’Amico, presenta una discografia fievole ma certamente non poco piacevole e sperimentale. Questo EP composto da appena quattro brani oscilla tra “vecchio e nuovo”, è un ensemble di violoncello, basso elettrico e quant’altro su una base di sintetizzatori e campionatori completamente ideato e prodotto dalla stesso Bennici. Il voler comunicare senza avvalersi di parole, senza porre testi nei vari brani, è senz’altro l’elemento che colpisce per la maggiore, è musica che trasuda poeticità pur non avendo versi e rime a fare da cornice ai suoni. La sperimentazione, per come ci piace intenderla tendenzialmente, è motivo d’attrazione per molti ma di disamore per altri. Una cosa è certa, però: se si sperimenta per piacere, come fa Bennici, il risultato è sempre positivo. Provare per credere.
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plasticlightfactory

Plastic Light Factory – Hype (autoprodotto)
Hype è un EP d’esordio fresco e brioso, nel quale il trio mantovano mostra ottime capacità di scrittura melodica e un buon piglio. Il ritmo sempre sostenuto, i riff travolgenti e l’energia dei brani trasporta l’ascoltatore con un volo diretto nelle atmosfere calde e accattivanti dell’Indie Rock di stampo britannico. Artic Monkeys e Franz Ferdinand per citare qualche influenza contemporanea. Il risultato, peraltro autoprodotto, è un EP dal sound personale, non necessariamente perfetto e sperimentale, ma sporco il giusto per rendere questo lavoro una piacevole sorpresa (Simona Ventrella)
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andreafornari

Andrea Fornari – Home (Ghost Records)
Torinese del 1987, Andrea Fornari debutta con un disco autoprodotto nel 2014 e torna ora con questo EP. Le canzoni sono caratterizzate dalla voglia di modernizzare la classica morbidezza folk grazie alla presenza di pronunciate armonie vocali e di una parte ritmica dinamica, capace di integrare tra loro analogico e digitale. Questi due aspetti sono ben utilizzati per dare ai brani una maggior intensità rispetto ai canoni del genere, così in definitiva si sfrutta il passato come base per esprimere in modo diverso le tendenze sonore di oggi: di solito lo si fa appoggiandosi a strutture r&b/black, mentre Fornari sfrutta, appunto, il folk. L’operazione è sicuramente valida, non solo per il modo in cui vengono rielaborati e integrati generi diversi tra loro, ma anche perché le canzoni sono belle e intriganti. Possono non colpire al primo ascolto, ma basta dare a esse anche solo una seconda possibilità per rimanerne favorevolmente impressionati. In un mondo musicale nel quale si corre dietro ai trend solo per la voglia di farlo, è interessante seguire il percorso di qualcuno che li riprende mettendoci qualcosa di proprio (Stefano Bartolotta)
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bewider

BeWider – Dissolve (autoprodotto)
Arrangiatore e compositore di colonne sonore, Piernicola Di Muro faceva il suo debutto lo scorso anno con A place to be safe (VolumeUp, 2015) intraprendendo una nuova avventura sotto le vesti di BeWider, con un progetto elettronico dal respiro nordeuropeo. Quest’anno esce il suo nuovo EP: sei brani, quattro intermente strumentali e due cantati, in cui Bewider rinnova la sua collaborazione con Francesca Amati (Amycanbe, Comaneci) e Jester at work. Ancora una volta dominano atmosfere cinematografiche, dall’impatto estremamente suggestivo, tanto da far pensare a questo lavoro come un nuovo capitolo, un sequel. In Dissolve elettronica, kraut, ambient, wave si fondono e si intrecciano per creare un ambiente intimo e rassicurante come in Horizon, che è un abbraccio caldo, una lieve carezza; ma anche pulsazioni incostanti ed oscure come in Dust Orbs, una inquieta ballata elettronica. La grande forza della musica di Bewider risiede nella sua grande attitudine evocativa, nella capacità di rendere l’ascoltatore un regista di un film personale: l’ascolto di ogni traccia produce immagini più o meno nitide e genera una grande carica emotiva. Se questo è il secondo episodio di una trilogia, attendiamo con impazienza il prossimo. Anzi, no, non c’è fretta, godiamoci questo!
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metaphora

Metaphora – Il Rumore Della Neve (Fenix Records)
I Metaphora mettono sul piatto un biglietto da visita che dovrebbe incuriosirci, ma per ora sono più le ombre che le luci. 5 brani che vorrebbero mostrare l’eclettismo della band che passa da un rock carico a frangenti prettamente acustici. Che dire? La banalità sconcertante la fa da padrona, sia nei testi che paiono uscire dal diario di una dodicenne fanatica di Violetta (con questa povera cantante che ci mette anche tutto il cuore per cantare simile miserie linguistiche), sia in giri chitarristici che fanno il verso al peggio dell’hard-rock made in USA e non basta la grinta a coprire la mancanza assoluta d’idee. Quando arriviamo a Pallottole e Paillettes, una specie di malriuscito incrocio tra cabaret, swing e rock ringraziamo solo di avere gli mp3, perchè avessimo avuto il cd in mano lo avremmo sicuramente fatto volare fuori dalla finestra. Tre parole: non ci siamo! (Riccardo Cavrioli)
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